Oggi, dati digitali e intelligenza artificiale stanno cambiando profondamente i rapporti di potere, mescolando vecchi schemi coloniali con nuovi modi di controllo sociale. In Europa, l’Artificial Intelligence Act del 2021 prova a mettere dei paletti, ma intellettuali e attivisti continuano a denunciare le dinamiche di sfruttamento e discriminazione insite nei sistemi digitali. Il “colonialismo dei dati” mostra come la nostra vita diventi un valore economico attraverso continue estrazioni e sorveglianze digitali.
Colonialità digitale: la nuova forma del potere
Quando si parla di “colonialità” digitale si intende come le nostre relazioni, mediate dai dati raccolti da smartphone, computer e altri dispositivi, vengano trasformate in merci. Questi dati non sono risorse naturali, ma prodotti della vita quotidiana che diventano materia prima per forme di potere che ricordano la dominazione coloniale di un tempo.
Secondo gli studi di Couldry e Mejias, le “relazioni di dati” nascono dal modo in cui si catturano e organizzano informazioni su azioni, comportamenti e interazioni sociali. Ne deriva una società sotto costante controllo, che apre nuove vie per discriminare o manipolare le persone. I territori digitali, insomma, somigliano sempre più a colonie: spazi da cui si estrae valore sfruttando i dati delle nostre vite.
Questo sfruttamento funziona come il colonialismo classico: materiali e persone diventano risorse da gestire e dominare. Le disuguaglianze e le strutture di potere non spariscono, si trasformano e si ripresentano in forma digitale, coinvolgendo milioni di individui nelle reti connesse.
Intelligenza artificiale e la legge europea
L’intelligenza artificiale è lo strumento principale di questo “colonialismo digitale”. L’Artificial Intelligence Act europeo del 2021 definisce l’IA come la capacità delle macchine di svolgere compiti tipicamente umani: ragionare, imparare, pianificare, creare. Il regolamento cerca di mettere in chiaro come sviluppare e usare queste tecnologie, puntando su sicurezza e diritti fondamentali.
L’IA si divide in due tipi: quella discriminativa e quella generativa. La prima serve a classificare e prevedere, analizzando grandi quantità di dati per dare risposte basate su parametri fissi. La seconda, più complessa, crea nuovi contenuti — testi, immagini, suoni — usando modelli che imparano dai dati.
Gli LLM sono il cuore dell’IA generativa. Questi algoritmi di deep learning elaborano enormi quantità di dati attraverso reti neurali multilivello, rispondendo alle richieste degli utenti. Il loro successo dipende dalla quantità e qualità dei dati a disposizione e dalla capacità di sintetizzarli per produrre contenuti nuovi.
Dati come risorsa da estrarre, la vita mercificata
La raccolta di dati personali non è più un semplice gesto: è un’estrazione sistematica di risorse dalla nostra vita. Le informazioni sulle attività e le caratteristiche delle persone si intrecciano in reti di relazioni che alimentano sistemi sociali ed economici. Così la nostra esistenza diventa la materia prima del “colonialismo dei dati”.
Le piattaforme che dominano — Amazon, Google, Facebook, Apple in Occidente, Baidu, Alibaba e Tencent in Cina — sono i protagonisti di questo sistema. Con algoritmi e infrastrutture tecnologiche raccolgono una vasta gamma di dati, poi usati per generare profitti a livello globale.
Sta nascendo un nuovo tipo di sociale, dove ogni azione si trasforma in dati che si possono valutare. Ne deriva un flusso continuo di controllo che cambia i rapporti tra le persone, influenzando decisioni, comportamenti e persino la percezione di sé. In questo processo collettività e individuo perdono progressivamente autonomia e identità.
Pregiudizi negli algoritmi e discriminazioni digitali
L’intelligenza artificiale, soprattutto quella generativa, riproduce pregiudizi radicati nella cultura occidentale. Gli algoritmi si basano su dati pieni di stereotipi di genere, razza ed etnia, con conseguenze pratiche di esclusione e discriminazione.
Un caso noto è quello di Joy Buolamwini, ricercatrice e attivista, che nel 2015 scoprì come alcuni software di riconoscimento facciale non riuscissero a riconoscere il suo volto finché non indossava una “maschera bianca”. Questo perché i dati usati erano per lo più immagini di uomini con pelle chiara, mostrando una disparità sistematica.
Questi pregiudizi non sono solo errori tecnici, ma riflettono strutture sociali più ampie legate a colonialismo e razzismo. Etichette come “bianco” o “nero” hanno significati politici ed economici che influenzano accesso a risorse e diritti. Le IA continuano a privilegiare certe culture e persone, mentre ne marginalizzano altre.
In posti come Sud Africa o Indonesia, l’uso delle tecnologie di sorveglianza digitale mostra come il controllo e la discriminazione, simili a quelli del passato coloniale, siano ormai globalizzati.
Dietro l’era digitale: potere e controllo
Il “colonialismo dei dati” si sviluppa in un sistema complesso, fatto di infrastrutture tecnologiche, strutture sociali, modelli economici e pratiche di governance. Questi elementi si intrecciano per estrarre valore dalla raccolta di dati personali e sociali.
Infrastrutture digitali e server gestiscono la raccolta e l’analisi continua dei dati, mentre il capitalismo usa queste informazioni per creare nuovi prodotti e mercati. La governance regola come si usano queste tecnologie, spesso senza la trasparenza necessaria.
Dietro questa struttura c’è una giustificazione pratica: la sorveglianza digitale viene presentata come un’evoluzione naturale o un progresso tecnologico, nascondendo la sua vera natura fatta di controllo e violenza. La conoscenza prodotta rafforza il capitale e il dominio, trasformando spazi pubblici e privati in fonti di sfruttamento economico.
Il risultato è una colonizzazione profonda, che penetra nelle menti e nelle vite, rendendo le persone soggetti passivi in enormi reti di controllo digitale. Le connessioni infinite e i dati raccolti all’insaputa rendono difficile opporsi o sfuggire a questo nuovo potere.
La storia del colonialismo si ripete, con strumenti diversi ma lo stesso scopo: appropriarsi della vita e delle risorse di chi è sottoposto al dominio, spesso nascosto dietro l’apparenza di tecnologie neutrali e imparziali.
Ultimo aggiornamento il 29 Agosto 2025 da Rosanna Ricci