Paolo Strippoli conferma il suo ruolo di protagonista nel cinema horror italiano con La valle dei sorrisi, presentato all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film prosegue il suo percorso tra generi e tematiche profonde, mescolando l’horror con riflessioni sul dolore, la felicità apparente e le relazioni umane. Ambientato in un piccolo paese di montagna, il lungometraggio cattura l’attenzione per la sua storia intensa e complessa, sostenuta da una regia curata e da un cast ben assortito.
Strippoli e il nuovo volto dell’horror italiano
Paolo Strippoli si è fatto notare nel panorama italiano per un modo tutto suo di affrontare l’horror. Non si limita a spaventare: racconta storie con più strati, personaggi credibili e situazioni reali. Già con lavori come A Classic Horror Story e Piove ha dimostrato di voler andare oltre i soliti cliché, esplorando le zone oscure dell’animo umano e mettendo in scena dinamiche sociali ed emotive. In un cinema italiano dove l’horror spesso resta ai margini, Strippoli ha trovato una formula originale: usa le atmosfere cupe e le regole del genere per raccontare drammi interiori e contesti sociali con luci e ombre molto nette.
Anche in La valle dei sorrisi resta fedele a questa linea, bilanciando elementi autoriali con una narrazione accessibile. Il film oscilla tra un tono pop e momenti più intimi, invitando lo spettatore a entrare nel mondo inquietante di Remis, un paesino alpino che sembra nascondere misteri religiosi e antropologici. Qui l’horror diventa uno strumento per parlare di dolore e felicità, guardando sia al sociale che all’individuo. Strippoli rafforza così il suo peso artistico nel cinema italiano, dimostrando come si possa fare un cinema di genere curato, personale e ben scritto.
“La Valle Dei Sorrisi”: un horror tra allegoria e religione
La storia si svolge a Remis, un piccolo borgo di montagna che si definisce “il paese più felice d’Italia”. Qui arriva Sergio Rossetti, ex campione di judo che ha perso la voglia di vivere dopo un grave lutto. Insegna educazione fisica in un liceo locale e si scontra subito con una realtà dove la gioia degli abitanti sembra forzata, quasi finta. La comunità accoglie Sergio con sorrisi larghi, ma dietro quella facciata c’è un dolore nascosto e ritualizzato.
Il disagio cresce grazie a Matteo, un ragazzo introverso e distante, che ha un ruolo centrale nella vita del villaggio: assorbe fisicamente il dolore degli altri, lasciando sul suo corpo segni che raccontano una sofferenza collettiva, non solo individuale. Questo rituale malinconico intreccia fede, dolore e accettazione, trasformando la sofferenza in un segreto condiviso. Il film affronta temi come la repressione emotiva, il convivere con il dolore e il contrasto tra apparenza e verità interiore.
L’ambientazione montana accentua un senso di isolamento claustrofobico, dove ogni sorriso nasconde qualcosa di oscuro. L’influenza di registi come Ari Aster e la presenza di simboli cattolici fanno di La valle dei sorrisi un’opera che, pur radicata nell’horror, guarda anche a riflessioni sociali e spirituali molto attuali.
Michele Riondino e Giulio Feltri: i volti di un racconto complesso
Il cast è fondamentale per il tono del film. Michele Riondino interpreta Sergio Rossetti con grande misura: il suo personaggio parla più con lo sguardo e il corpo che con le parole. Il dolore che lo schiaccia non diventa mai semplice sentimentalismo, ma si trasforma in una figura tormentata e fragile. Sergio non è il solito eroe, ma un uomo che fatica a gestire le sue relazioni e il ruolo di insegnante.
Giulio Feltri, nei panni di Matteo, dà vita a un’adolescenza introversa, avvolta nel mistero e in poteri non espliciti. La sua interpretazione è contenuta, e proprio questo rende il personaggio credibile e profondo. Matteo richiama figure classiche dell’horror adolescenziale, con poteri che trasformano la crescita in un campo di tensioni e paure, non solo fisiche ma soprattutto emotive. Il riferimento a personaggi come Carrie o Charlie, protagonisti di Stephen King, inserisce il film in una tradizione dove il soprannaturale si intreccia con problemi reali come l’isolamento e la paura.
Questi due personaggi sono il cuore della storia, permettendo a Strippoli di costruire un intreccio denso e multilivello, fatto di legami familiari e sociali pieni di crepe e contraddizioni.
La regia di Strippoli: maturità visiva e scelte artigianali nel 2025
Strippoli si distingue anche per una regia che evita gli eccessi digitali e punta su effetti pratici e scelte estetiche precise. La fotografia di Cristiano Di Nicola, con toni freddi e scuri, crea un’atmosfera inquietante, dove la montagna si trasforma in una vera e propria prigione emotiva. La regia comunica più con le immagini che con i dialoghi.
Gli effetti digitali sono usati con parsimonia, privilegiando trucco prostetico e soluzioni artigianali che rimandano al cinema di genere classico, aggiornato però con sensibilità moderna. Questo dà al film una dimensione tattile e concreta, che aiuta lo spettatore a immergersi nella tensione della storia. Strippoli riprende modelli horror senza mai perdere la sua identità, portando il genere verso un discorso più riflessivo e consapevole a livello visivo.
In Italia, dove il cinema di genere spesso soffre per mancanza di risorse o cura, La valle dei sorrisi si distingue per qualità visiva e atmosfera costruita con attenzione: due ingredienti fondamentali per mantenere vivo l’interesse verso un horror fatto di storie e sensazioni, non solo effetti speciali.
Dolore e felicità in una comunità chiusa: la riflessione al centro del film
Uno dei temi più forti è il modo in cui si gestisce il dolore, sia personale che collettivo. A Remis il dolore non si mostra, si nasconde dietro una maschera di felicità. Matteo diventa il simbolo di questa repressione: assorbe la sofferenza degli altri e ne porta le cicatrici sul corpo, quasi fosse un rito di purificazione ma anche di negazione.
Il film si chiede se sia possibile o anche giusto eliminare la sofferenza, o se invece faccia parte della vita e della crescita. In un mondo dove il dolore spesso si cerca di evitare o nascondere, La valle dei sorrisi mostra che ignorarlo può portare a un malessere ancora più profondo.
Le relazioni tra i personaggi, soprattutto il legame difficile tra Matteo e le figure paterne, mettono in luce modelli maschili rigidi che soffocano l’espressione emotiva e la crescita vera delle persone. È un discorso che tocca la psicologia umana e le dinamiche sociali, trasformando il film in qualcosa di più di un semplice horror: un’indagine sulle famiglie e la società di oggi.
Con La valle dei sorrisi Paolo Strippoli porta sullo schermo un film che intreccia genere, psicologia e simboli religiosi, raccontando la complessità dell’animo umano con uno stile visivo e narrativo originale. Un punto fermo per chi cerca un horror che sia anche riflessione profonda.
Ultimo aggiornamento il 31 Agosto 2025 da Giulia Rinaldi