Donne della Cerchia: lotta, sapere ancestrale e libertà nel lazo rurale di inizio Novecento

Donne rurali all’inizio del Novecento: lotta e tradizioni di libertà. - Unita.tv

Davide Galli

31 Agosto 2025

Nel cuore del Lazio meridionale all’inizio del Novecento, un gruppo di donne si ritrova per sfidare violenze domestiche e sopraffazioni sociali. La Cerchia è una congregazione che affonda le radici in tradizioni antiche, conosce i poteri delle erbe e si prende cura anima e corpo delle sue partecipanti. Il romanzo La femminanza di Antonella Mollicone racconta questa realtà, intrecciando storie di resistenza e di segreti nascosti in una società duramente patriarcale.

La cerchia: un rifugio di solidarietà e occulto femminile

La Cerchia è molto più di un semplice gruppo di donne riunite per discutere. Nata in un paesino contadino tra i borghi del Lazio meridionale, agli inizi del XX secolo, si presenta come un luogo di condivisione e protezione reciproca. Qui, donne segnate da violenze familiari o sociali trovano ascolto, sostegno e un senso di appartenenza. La fondatrice della congregazione, Peppina, guida con fermezza la schiera di donne che usa un sapere antico legato alle erbe medicinali e alle tradizioni popolari per curare sia il corpo che lo spirito.

Questi incontri non sono solo pratiche di guarigione o preghiera: rappresentano un momento di ribellione non manifesto ma potente. La Cerchia opera in disparte, ma con una forza che respinge gli abusi maschili, usando la conoscenza erboristica e rituali che intrecciano superstizione e sacralità. Si tramanda così una cultura femminile di resistenza, fatta di parole, azioni e segreti custoditi nel tempo. L’autrice Antonella Mollicone, attraverso ricerche e testimonianze reali raccolte nei paesi vicini, ha ricostruito questa realtà che unisce storia e finzione, offrendo una narrazione che restituisce voce a un pezzo di mondo spesso dimenticato.

La Femminanza: energia antica e ribellione attraverso il tempo

Il concetto più rilevante nel libro è senza dubbio la “femminanza”, parola coniata dalla stessa autrice per definire un archetipo femminile radicato nel territorio e nella storia della sua famiglia. Si tratta di una forza interiore che si manifesta come veemenza del corpo e della lingua contro la prepotenza maschile. La femminanza dà alle donne della Cerchia una scintilla di libertà e consapevolezza, un’energia che le sostiene nelle sfide quotidiane.

Per Peppina questa energia si traduce in una rabbia cui dà voce contro l’oppressione maschile, mentre per Camilla – la più giovane della Cerchia e protagonista del romanzo – significa sapienza, un sapere antico che si accompagna alla voglia di decidere della propria esistenza. Questo legame fra tradizione e libertà, accanto all’uso di erbe e rituali, crea una forma di femminilità anticonformista e decisa a non accettare compromessi, nemmeno a costo della propria vita. La femminanza si presenta dunque come un filo rosso che collega generazioni, culture e storie individuali, un mosaico di forza resiliente che attraversa perfino il dolore e la perdita.

Il contesto sociale: ruralità, patriarcato e superstizioni nel lazzio degli anni Venti

Ambientato in un piccolo borgo rurale del Lazio meridionale, il romanzo si muove in un ambiente segnato dalle difficoltà di una società contadina e patriarcale degli anni Venti. Le donne vivono in un mondo dominato dagli uomini, spesso violenti e prepotenti, in cui la legge del più forte regna anche nelle mura domestiche. La figura femminile è piegata da questo sistema rigido, ma si inventa modi di sopravvivere e di opporsi grazie a gruppi come la Cerchia.

Questa realtà è fatta di superstizioni, di preghiere ossessive, di pozioni a base di erbe raccolte nei boschi circostanti. Tra sacro e superstizioso si muovono le protagoniste del racconto, che non rinunciano alla spiritualità tradizionale mentre procedono a un riscatto personale. Persone come Peppina, “chiudiocchi” incaricata di vegliare sui morti, incarnano ancora le antiche pratiche di cura e di rispetto verso i ciclo della vita e della morte. È una società in cui questi riti hanno un peso molto concreto, e vengono intrecciati a lotte quotidiane per la libertà delle donne.

L’autrice, nata e cresciuta in quelle terre, ha trasferito nella lingua e nello stile narrativo la crudezza e l’immediatezza di un dialetto che permea il tessuto sociale di questa gente, restituendo così un colore autentico alla narrazione.

Protagoniste tormentate tra emancipazione e ferite nascoste

Le donne ritratte nel libro non sono figure ideali, ma persone reali, spesso segnate da dolori profondi. Camilla porta con sé un segreto doloroso legato alla morte della madre e questo condiziona anche il suo rapporto col marito Aldino, dolce ma incapace di scacciare del tutto le ombre del passato. La donna fatica a lasciarsi andare, ma è proprio la Cerchia a offrirle supporto nel superamento delle sue paure.

La figlia di Camilla, Viola, si trova invece imprigionata in un legame d’amore violento e possessivo e l’aiuto reciproco delle donne diventa fondamentale anche per lei. Antonella Mollicone non risparmia nessuna ombra nelle sue protagoniste: Camilla mostra istinti di rifiuto e odio verso la primogenita, frutto di una depressione post-parto mai raccontata in modo esplicito nella letteratura tradizionale. Questo lato oscuro della maternità esiste ed era tabù: l’autrice lo affronta con realismo per restituire una dimensione più vera e complessa.

Gli uomini nel romanzo sono presentati spesso come violenti o codardi, a parte due figure che sfuggono a questa dinamica: Gnore Paolo, il padre di Camilla, e Aldino, il marito, rappresentano uomini che sanno esprimere la loro parte femminile, quella parte di delicatezza e anima che l’autrice definisce “uomini poetessa”. Entrambi lasciano libertà alle donne care, un’eccezione nel contesto duro dell’epoca.

La lingua del racconto: dialetto e sintassi a servizio del realismo

Il linguaggio usato nel romanzo riproduce la parlata della comunità di Rocca D’Arce, paese natale di Antonella Mollicone. La scelta di mantenere la sintassi dialettale conferisce alla narrazione un tono più immediato e crudo rispetto al registro della lingua italiana standard. La voce delle protagoniste è viva e diretta, rispecchiando le condizioni sociali di quel tempo e luogo.

La scrittrice, che parla ancora quotidianamente il dialetto locale, ha immaginato ogni parola prima di scriverla, cercando di far sentire al lettore quasi l’odore del territorio e l’eco delle vite vissute. Questa attenzione linguistica rende la storia tangibile e vicina, portando alla luce una memoria popolare fatta di gesti concreti e parole scandite da un ritmo proprio.

Le riunioni della Cerchia, i discorsi sulle relazioni, la sessualità e il piacere femminile – temi pochi affrontati apertamente in ambienti rigorosi come quelli rurali – trovano così spazio in un racconto capace di restituire la complessità di un mondo antico ma non dimenticato.

Ultimo aggiornamento il 31 Agosto 2025 da Davide Galli