Nel panorama politico russo, fatto di complessità e controllo stretto sui media, il film “Il mago del Cremlino” di Olivier Assayas si addentra nel cuore del potere dagli anni ’90 a oggi. Ispirato al romanzo di Giuliano da Empoli, racconta la storia di Vadim Baranov, un personaggio inventato ma ispirato a Vladislav Surkov, consigliere chiave di Vladimir Putin. Attraverso la sua storia, si vede come il potere in Russia si sia trasformato: da un sistema post-sovietico incerto a un controllo duro su informazione, masse e cultura.
Vadim Baranov: il regista nascosto del potere russo
Vadim Baranov è il fulcro del potere nel film. La sua figura si ispira a Vladislav Surkov, un personaggio misterioso e abile stratega della comunicazione, vicino a Putin dal 2013. Nel racconto, Vadim cambia pelle a seconda del momento storico: prima artista d’avanguardia, poi produttore televisivo, fino a consigliere di un ex agente del KGB che si fa strada in politica.
La sua forza sta nel saper dominare la narrazione mediatica senza usare metodi classici come la repressione diretta. Usa invece l’informazione, la tv e soprattutto i social per influenzare l’opinione pubblica. Vadim controlla arte e stampa, mette un freno alla satira – dove il confine tra parodia e insulto è sottile e spesso superato – e diffonde fake news e campagne mirate online. La sua capacità di adattarsi ai cambiamenti sociali e tecnologici lo rende un vero e proprio regista invisibile del potere.
Nel film emerge anche Ksenia, un’artista che sembra sfuggire a questo controllo, una delle poche voci autentiche in un sistema dove la manipolazione domina. Lo scontro tra Vadim e Ksenia mostra il confronto tra potere e resistenza culturale in un regime che usa ogni mezzo comunicativo per rafforzarsi.
Putin, leader simbolo della Russia moderna
Jude Law interpreta Vladimir Putin, che nel film appare come un leader carismatico, quasi una star del cinema o del rock per il modo in cui conquista la scena politica e culturale. Il personaggio di Putin respinge qualsiasi etichetta improbabile, come quella di attore o pacifista, e mette in primo piano il suo impegno a restaurare l’integrità in una Russia post-sovietica.
Più che un semplice presidente, Putin è dipinto come una presenza che ha modellato il paese a sua immagine. La storia mostra come la Russia sia diventata una sorta di sua creazione, un sistema in cui il potere si traduce in controllo e tradizione. Nel frattempo, Vadim agisce dietro le quinte, dimostrando che il presidente non muove direttamente tutte le pedine, ma lascia che siano strategie più sottili a governare.
Nel film, Putin è come un pastore che tiene un gregge unito, mantenendo il consenso con il controllo dell’informazione e la comunicazione, senza escludere la repressione quando serve. Il leader diventa così un’autorità quasi mitica, simbolo di unità in un paese che ha attraversato grandi sconvolgimenti dagli anni ’90.
La Russia come un grande set hollywoodiano
Assayas sceglie di raccontare questa storia attraverso dialoghi intensi e lunghi monologhi di Vadim, dando alla parola un ruolo centrale come strumento di controllo e di potere. Il ritmo incalzante della comunicazione di Baranov mette in luce come la gestione dell’informazione sia al centro della strategia politica russa. Arte, stampa e tv diventano territori da conquistare, così come i social network, dove la manipolazione è più invisibile ma anche più diffusa.
Nel film c’è una chiara analogia tra Mosca e Hollywood: contano solo le relazioni di potere. I media russi sono descritti come una grande produzione cinematografica, piena di effetti speciali per distrarre la gente e mantenere il consenso. Ksenia, voce critica, afferma che “tutto è un trucco, una messinscena studiata a tavolino.”
Le tecniche di manipolazione includono fake news e contenuti virali pensati per scatenare emozioni, confusione e disorientamento. Il film mostra come il pubblico venga sommerso da stimoli superficiali creati da influencer di ogni tipo, da otaku a beauty guru, cancellando il confine tra realtà e finzione. Così, diventa difficile capire cosa è vero e cosa no, e questo aiuta chi è al potere a consolidare la propria posizione con meno opposizione.
Paul Dano e la forza del potere nascosto
Paul Dano dà vita a Vadim Baranov con una presenza magnetica, una voce calma e gesti misurati che catturano lo spettatore senza bisogno di alzare la voce. Il ruolo è un equilibrio delicato tra genio e minaccia, un uomo con un grande potenziale che però sceglie la strada del controllo e della manipolazione.
La sua interpretazione mette in luce non solo l’intelligenza strategica, ma anche il lato oscuro del potere. Chi lo detiene rischia di diventarne dipendente, diventando un filtro attraverso cui passano tutte le informazioni e decisioni. Dano aiuta così a trasformare il film in una riflessione sulla natura del potere, antica quanto attuale, nelle forme e nelle conseguenze con cui si esercita.
Il film affronta un tema universale: il fascino e il pericolo dell’abuso di potere, che attira e intrappola chiunque si avvicini, cambiando vite e società. La storia di Assayas si inserisce in un dibattito più ampio sul controllo dei media, sull’identità politica e su cosa tutto questo significa per milioni di persone nel mondo.
Con “Il mago del Cremlino“, lo spettatore entra in una rete complessa di manipolazioni che hanno plasmato la Russia di oggi. Il film mette in scena le strategie usate per controllare opinione pubblica, cultura e informazione, mettendo in luce chi tira le fila dietro le quinte di Mosca. Un ritratto attuale e preciso dei meccanismi che influenzano la politica e la società russa.
Ultimo aggiornamento il 31 Agosto 2025 da Andrea Ricci