Baby influencer e sharenting: la sfida italiana tra tutela dei minori e regolamentazione digitale in ritardo

Baby influencer e sharenting, tra protezione dei minori e ritardi normativi in Italia. - Unita.tv

Serena Fontana

29 Agosto 2025

L’esplosione del fenomeno baby influencer e il sempre più diffuso sharenting hanno aperto nuove questioni giuridiche, sociali e culturali in Italia. In assenza di regole aggiornate, la sovraesposizione dei minori sui social rischia di creare danni psicologici, abusi e contenziosi familiari. Nel frattempo, paesi come la Francia hanno adottato norme precise per proteggere i bambini coinvolti in attività di promozione online, imponendo limiti su orari, redditi e diritti digitali. Il quadro legislativo italiano, tuttavia, mostra ancora molte lacune, mentre proposte di legge tentano di colmare il vuoto normativo.

Il contesto normativo italiano e internazionale dei baby influencer

In Italia, la regolamentazione che riguarda i baby influencer – bambini coinvolti in attività di comunicazione pubblicitaria o di promozione sui social – è ancora frammentaria e piuttosto datata. La Legge n. 977 del 1967, che disciplina il lavoro minorile, non contempla specifiche tutele per chi svolge attività digitali o social, lasciando ampi margini all’interpretazione e all’incertezza. Questo soprattutto se si considera che la diffusione di contenuti online spesso sfugge ai controlli e può protrarsi nel tempo oltre i limiti previsti per altri lavori.

Il confronto con la normativa francese, introdotta nel 2020, evidenzia le differenze. La Francia ha equiparato i baby influencer a bambini attori o modelli, imponendo limiti rigorosi riguardo agli orari di lavoro e alla protezione psicofisica. È richiesta la preventiva autorizzazione delle autorità locali per coinvolgere minori di sedici anni in campagne di influencer marketing. Inoltre, i guadagni prodotti devono essere depositati in conti bloccati a nome dei minorenni fino al compimento dei 16 anni, impedendo così un uso improprio dei compensi. Anche il diritto all’oblio digitale consente a un ex baby influencer, una volta cresciuto, di chiedere la cancellazione delle proprie tracce online.

In Italia, queste misure non sono ancora adottate. A marzo 2024 è stata presentata alla Camera una proposta di legge che mira ad aggiornare la normativa sul lavoro minorile, estendendo alcune tutele ai minori che operano sulle piattaforme digitali. La proposta prevede autorizzazioni temporanee da parte dell’Ispettorato del Lavoro, contratti formali in caso di superamenti di certe soglie di tempo o reddito e deposizione dei guadagni in conti gestiti da un curatore fino alla maggiore età. Inoltre, introduce il diritto all’oblio per i minori oltre i 14 anni, con un obbligo di consenso congruo anche in relazione all’età e maturità del ragazzo. Tuttavia, la proposta è ancora in fase di esame e un percorso legislativo complesso attende la sua approvazione definitiva.

Rischi concreti legati alla sovraesposizione dei minori sui social network

L’attività dei baby influencer comporta significativi rischi per i bambini che, spesso, non sono pienamente consapevoli delle conseguenze della propria presenza in rete. Tra i pericoli principali si segnala la possibilità che le immagini postate vengano sottratte per scopi illeciti, come la pedopornografia, con ripercussioni gravissime per la sicurezza del minore. Il trattamento e la raccolta non autorizzata dei dati personali da parte dei social media possono esporre i bambini a furti di identità o abusi online.

La pressione sociale legata alla gestione della propria immagine online può compromettere lo sviluppo psicologico del minore, compromettendo la formazione dell’autostima e generando situazioni di bullismo o molestie. Inoltre, la dipendenza da consensi espressi con like o commenti rischia di creare disturbi comportamentali, confondendo l’identità reale con quella digitale.

Lo sfruttamento economico è un altro aspetto centrale. Spesso i genitori o le aziende approfittano della popolarità dei figli per lucrare senza adeguate regole o tutele. La mancata regolamentazione giuslavoristica italiana rende complicato proteggere i diritti dei bambini in queste situazioni di lavoro informale online.

Per affrontare questi rischi, in Italia si sta sviluppando il Progetto SAFELY, con la creazione di una “Mappa dei Comportamenti Dannosi” che chiarisce quali pratiche online possano avere conseguenze anche penali. Questo strumento, promosso dal CRID dell’Università di Modena e Reggio Emilia, intende aiutare genitori, educatori e operatori social a riconoscere situazioni potenzialmente pericolose per i minori nelle attività digitali.

Sharenting e le criticità legate alla condivisione di contenuti familiari in rete

Il fenomeno del sharenting riguarda i genitori che pubblicano frequentemente in rete immagini, video o altri contenuti inerenti ai figli, spesso senza una riflessione sui rischi cui espongono i minori. La parola deriva dall’inglese “share” e “parenting” e descrive quell’abitudine di raccontare la quotidianità attraverso i social network.

Anche quando non c’è lo scopo di monetizzare i contenuti, la diffusione incontrollata può danneggiare la costruzione dell’identità digitale dei bambini. Il problema si fa ancora più grave per la mancanza di un consenso effettivo e aggiornato da parte dei minori, soprattutto quando diventano adulti e non vogliono più mantenere visibili i ricordi postati dai genitori.

L’Autorità Garante per la Privacy in Italia monitora da tempo questo fenomeno e segnala come la pubblicazione non autorizzata di dati personali possa diventare oggetto di contenziosi. Le immagini pubblicate senza il consenso di entrambi i genitori o del minore stesso hanno generato diverse sentenze che chiariscono come la sola responsabilità genitoriale non sia sufficiente a garantire la liceità della diffusione.

Tra i casi più emblematici si trova la sentenza della Cassazione Civile n. 27381/2013, che stabilisce che il consenso anticipato non può legittimare automaticamente la pubblicazione dei contenuti. Ciò significa che il parere del minore va sempre valutato in relazione a età e maturità, e che la tutela del diritto alla riservatezza deve prevalere.

Proposte legislative italiane e la necessità di aggiornare le tutele minori sulle piattaforme digitali

La proposta di legge n. 1771, depositata a marzo 2024, rappresenta il primo tentativo organico di normare il lavoro dei minori nelle piattaforme digitali. I suoi cinque articoli intervengono per rivedere la legge sul lavoro minorile del 1967, inserendo regole mirate a limitare i rischi per la sicurezza e lo sviluppo dei bambini coinvolti.

Tra le misure più rilevanti, si prevede che l’Ispettorato del Lavoro conceda autorizzazioni temporanee per i lavori a carattere culturale o pubblicitario, con controlli periodici. Viene definito obbligatorio un contratto di lavoro, nel caso in cui l’attività digitali superi una certa durata o porti introiti economici rilevanti. I compensi devono essere gestiti da un curatore speciale nominato dal tribunale fino al raggiungimento della maggiore età, tutelando così i diritti patrimoniali del minore.

Un’altra disposizione importante riguarda la diffusione di immagini e contenuti dei minori. È introdotto il diritto all’oblio per chi ha almeno 14 anni, con la richiesta di un consenso bilaterale tra genitori e minori, senza escludere un attenzione specifica alla maturità del ragazzo. Questo dovrebbe evitare la sovraesposizione incontrollata e fornire strumenti per la cancellazione digitale in futuro.

Seppur molto attesa, la proposta deve ancora superare il dibattito parlamentare. Molti esperti sottolineano la necessità di un sistema di controlli effettivo e più active da parte delle piattaforme social, anche attraverso codici di condotta condivisi, come indicato dal tavolo tecnico del Ministero della Giustizia sulla tutela dei diritti dei minori online.

La strada per un quadro normativo completo in Italia appare quindi ancora lunga, soprattutto se si tiene conto della rapida evoluzione delle nuove tecnologie e dei modelli di business legati ai contenuti digitali.

Implicazioni sociali e legali dello sfruttamento economico e della tutela dei minori

Il fenomeno dei baby influencer mette in luce un aspetto delicato: la possibile mercificazione dei bambini a fini economici. In alcune situazioni, la popolarità online diventa un lavoro mascherato da gioco o intrattenimento, ma in realtà genera reddito e può sostenere intere famiglie.

Questa attività spesso nasce e viene gestita dai genitori, che, senza regole certe, rischiano di mettere a repentaglio la salute psicofisica dei figli. La mancata distinzione tra l’immagine online e la vita reale può provocare effetti molto negativi sulla formazione della personalità del bambino. Inoltre, la pressione indicata da like, commenti e visibilità porta a forme di dipendenza digitale che alterano comportamenti e relazioni sociali.

Per queste ragioni, i giudici e le istituzioni richiamano l’attenzione su una necessità urgente di regolamentazione. Regole certe non solo evitano abusi, ma tutelano anche i minori da contenziosi futuri, quando i ragazzi diventano adulti e rivendicano la propria identità o chiedono risarcimenti per la pubblicazione non consensuale delle proprie immagini.

Le piattaforme digitali hanno un ruolo fondamentale nell’adottare politiche di responsabilità e autoregolamentazione, per verificare età e consenso, e limitare la diffusione di contenuti suscettibili di sfruttamento. Lo sviluppo di codici comportamentali specifici è già al centro di incontri tecnici del Ministero della Giustizia, ma le misure devono essere rafforzate, anche in vista di cooperazioni a livello internazionale.

La tutela dei minori nel mondo digitale rappresenta quindi una sfida che coinvolge diritto, educazione e società, con la consapevolezza che norme aggiornate e controlli severi sono indispensabili a garantire sicurezza, privacy e crescita equilibrata per bambini e ragazzi online.

Ultimo aggiornamento il 29 Agosto 2025 da Serena Fontana