Il giorno della marmotta

Pd
EPA/ANDY RAIN

I segnali di allarme di questi tempi devono chiamare la sinistra a una doppia responsabilità. La chiama a non compiere i due errori nei quali è storicamente più facile che ripiombi

Gaber, genio irregolare e dunque genio, cantava «Cosa è la destra , cosa è la sinistra». Forse oggi è il giorno giusto per soffermarsi su questa storica, reale, profonda distinzione. Un confine da ritrovare non per ergere un muro ma per riconoscersi, per capire che un sistema di valori è diverso dall’altro. Rispettabili e legittimi entrambi, ma diversi.
Si oscilla spesso tra due estremi pericolosi: la demonizzazione dell’altro, in primo luogo. Se non sei di sinistra sei fascista, generalizzazione nella quale si è caduti spesso, salvo dover capire, in ritardo, quanto ci fosse di integralista e di autoritario in questo. Indro Montanelli non era certo di sinistra ma era un galantuomo che credeva in valori – quelli sì che dovrebbero essere universali – come la probità, come la piena libertà di impresa e di opinione. Renzo De Felice aveva le sue opinioni sul fascismo, la genesi del fenomeno e il consenso di cui ha goduto, e meritava di essere rispettato e considerato, non certo bollato come un revisionista, etichetta che ha una lunga e tragica storia. E che io ricordo essere stata spesso applicata, dagli estremisti di turno, persino a Enrico Berlinguer.
Ma, in verità, la sinistra si è affrancata nel tempo da questi difetti che pure talvolta, come in un riflesso pavloviano, tendono a riemergere.
La destra, regnante Berlusconi, ha invece tenuto in vita gli anni cinquanta fino a oggi. Chiunque era critico era comunista. Anche i liberali più socialmente moderati e magari legittimamente intransigenti sul piano della morale pubblica venivano equiparati a Stalin, Beria e se ne auspicava, ricordiamoci l’editto bulgaro, la defenestrazione. Enzo Biagi, certamente non un pericoloso esponente dell’Armata Rossa, è stato sovente inchiodato sul banco degli eversori dell’ordine costituito.
Il linguaggio politico ha così recuperato la truculenza degli anni peggiori, senza neanche l’alibi delle ideologie.

E il Paese è stato inchiodato così al suo eterno “ giorno della marmotta”, quello che fa da pretesto ad un famoso film americano, “Ricomincio da capo”, in cui tutti gli eventi del giorno sono identici a quelli del giorno prima. Siamo scesi in tutti gli indici di competitività, compresi – come darsene pace ? – quelli che riguardano la cultura, la formazione, la scuola. Cioè l’Italia e la sua storia. Però l’essere contro l’altro giustificava l’assenza di riforme e schieramenti eterogenei e stravaganti si paralizzavano a vicenda, in un surplace infinito ed estenuante.
Ho pensato, dopo la caduta del muro di Berlino, che potesse aprirsi, per l’Europa, un tempo storicamente unico. Che est e ovest potessero unirsi, che essere europei sarebbe diventato più naturale e che la politica di questo continente si sarebbe liberata dalle scorie ideologiche e avrebbe potuto mostrare , in termini di valori e di programmi, le nuove, splendide e profonde differenze tra destra e sinistra, tra conservatorismo e riformismo. C’ è stato un momento, l’Ulivo di Prodi, Clinton e la Terza via del primo Blair, in cui questo sembrò possibile. Almeno a sinistra. E ora?

Il mio timore è che si stia tornando nel “giorno della marmotta”. A destra non si è certo fatto strada un nuovo conservatorismo, moderno e liberale. Reagan sembra un miraggio di responsabilità, pensando all’impasto micidiale di Orban, Trump, Salvini, Le Pen e destra xenofoba del Nord Europa che si va affermando come modello ricostituivo del fronte opposto alla sinistra. Un micidiale cocktail di integralismi, di razzismo neanche tanto mascherato, di populismo esagitato, di spirito antieuropeo.
Seminagione costante di paura sociale, di diffidenza nei confronti dell’ altro. La nuova ideologia di questa destra non è l’ anticomunismo, ormai palesemente grottesco, ma purtroppo l’ intolleranza. Il nuovo linguaggio di questa destra, qualcosa che tende a definirla, è il populismo più sfrenato.
Questo vale anche per il mondo conservatore italiano che deve decidere se scegliere la Merkel o Marine le Pen. Una sola scelta non è praticabile : essere le due cose insieme. Altrimenti si propone al Paese qualcosa di ambiguo e pericoloso.

Angela Merkel è sostanzialmente la guida, nello scacchiere europeo, dello schieramento dei popolari, in storico conflitto con quello socialista. In questi giorni, di fronte al tema dei migranti, ha mostrato coraggio politico e capacità di rifiutare la facile suggestione populista. Lo ha fatto in un momento in cui, se avesse preso la posizione opposta, tutto, compreso la costruzione europea, sarebbe andato in una crisi drammatica e irreversibile.
Conservatori da rispettare. Come lo furono Winston Churchill o Helmut Kohl, statisti il cui nome è scritto in modo indelebile nella storia del Novecento.
Due uomini politici, ruolo tra i più nobili possibili, specialismo di spessore intellettuale che, come tale, andrebbe rivalutato. Se vogliamo che non siano i peggiori a occuparsi di politica, i più spregiudicati o i più disonesti; se vogliamo che la gestione della cosa pubblica non sia in mano a incompetenti e ladri bisogna alzare l’asticella, alla ricerca, nelle persone, delle motivazioni profonde e dei talenti più puri.
Ma siamo sicuri che dal virus moderno del populismo sia al riparo anche la sinistra? Siamo certi che anch’essa non partecipi dell’“eterno ritorno” della politica , del suo ripararsi nei confini più sicuri, quelli dell’ideologia, quando tutto intorno si fa più complesso?

Voglio dirlo chiaramente: se la sinistra torna indietro, se riscopre nel passato non le sue radici migliori ma i suoi difetti peggiori, è destinata a sconfitte storiche. Tanto più gravi se consumate a fronte di quella destra.
La vittoria del nuovo leader laburista, al quale auguriamo buon lavoro, è secondo me il segno di questo rischio. Spaventata dalle nuove sfide e dai processi di globalizzazione, smarrita in un labirinto di nuove figure sociali e di inediti meccanismi di comunicazione e formazione del senso comune, la sinistra rischia di arroccarsi, di cercare indietro ciò che deve essere trovato davanti a noi, se siamo davvero figli di quella storia complessa e affascinante. È sinistra quella che , non rinunciando a sé, proietta il suo sistema di valori nel suo tempo. È sinistra un’ idea di futuro , non una nostalgia di passato che non tornerà, ammesso che lo si debba auspicare.
Molte parole di Corbyn sarebbero state, diciamoci la verità, considerate datate anche nel dibattito della sinistra europea degli anni ottanta. La recente vicenda greca, le scelte arrischiate ma coraggiose di Tsipras, ieri idolo fuggevole di tutti i più “ radicali”, hanno dimostrato che il passato e le ideologie non possono sfuggire alla sfida della realtà.
Ho già scritto qui, e ripeto, che non sopporto l’indistinto, l’idea che in fondo, ormai, esista un unico pensiero, parola grossa, che tutto dissolve e cancella, a cominciare dalle differenze tra destra e sinistra , ritenute ormai stupidi sbaffi a quadri contemporanei.
Il populismo e l’ intolleranza per le diversità politiche e culturali sono gemelli. Ma chi la pensa diversamente da te non è mai un eretico, è una risorsa.
La sinistra che serve in questo momento è orgogliosa dei suoi valori , ma non è cultrice del vintage. È severa nel difendere le opportunità, i diritti, l’inclusione come la stessa ragione della sua esistenza. Non è un volto senza identità e cerca di stare immersa nel suo tempo per dare risposta alle sfide e alle diseguaglianze di oggi. Che non saranno affrontate, non dico vinte, tornando indietro .
E attenzione perché anche la sinistra può farsi populista, quando semplifica ideologicamente la complessità sociale ed umana di questi tempi complicati. L’ ideologia, nemica degli ideali, è stata spesso la forma di sinistra del populismo. Stretta tra il populismo di destra e quello ideologico di sinistra l’ Europa rischia di essere travolta. I muri di Orban e le frontiere chiuse della civile Danimarca devono accendere segnali di allame.
E devono chiamare la sinistra a una doppia responsabilità. La chiama a non compiere i due errori nei quali è storicamente più facile che ripiombi: la suggestione rassicurante delle vecchie coperte ideologiche o del camuffamento e il naturale istinto a farsi del male da sola, a non sapersi ascoltare, a dividersi. Tutto già visto, già subito, con dolore. Noioso, persino nel “giorno della marmotta”.

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