Voto Sì e difendo il partito della Nazione

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E’ questa la ragione politica di fondo che ispira il presidente D’Alema nella sua battaglia politica per il No

Prescindiamo dalla tematica più intrinseca al Pd riguardante quella che a suo tempo fu chiamata la “rottamazione”di una parte della sua classe dirigente storica e degli eventuali falli di reazione che operazioni di questo segno possono provocare. Ora, ferme le opposte valutazioni di merito sulla legge costituzionale per il superamento del bicameralismo, ci interessa invece fare una riflessione sulla ragione politica di fondo che ispira il presidente D’Alema nella sua battaglia politica per il No. Questa battaglia è motivata non solo da un giudizio nettamente negativo sul merito della riforma, ma anche da una motivazione politica che sintetizziamo con il titolo di un giornale: partendo dal no al referendum “D’Alema vuole asfaltare il partito della nazione”.

Ora, sul tema del “partito della nazione” noi, dall’esterno del Pd, diamo un giudizio di segno opposto a quello formulato da Massimo D’Alema. Partendo da un giudizio complessivamente positivo sull’attività dell’attuale governo e da una considerazione assai pessimistica su ciò che succederebbe nel caso di una crisi politica (vista l’inattendibilità del M5S e tenendo conto anche della forza nell’attuale centro-destra delle componenti estremiste, populiste, lepeniste) noi riteniamo che, se c’è una critica politica da fare a Renzi, essa è quella di non aver portato avanti la tematica del partito della nazione dopo lo straordinario successo alle elezioni europee del 2014. A nostro avviso gli stessi limiti dell’esperienza di governo (in primo luogo la timidezza rilevata dal prof. Perotti sulla spending review che ha tolto spazio alla riduzione della pressione fiscale, decisiva per la crescita) derivano dall’assenza di quel salto di qualità politico. In primo luogo, però, che cosa intendiamo per partito della nazione? A nostro avviso esso poteva essere l’unica risposta positiva al collasso assai negativo del bipolarismo derivante dalla crisi politica sia del Pd sia del centro-destra. Il partito della nazione si sarebbe dovuto fondare sull’incontro fra la vasta area innovativa e riformista che costituisce l’essenza del Pd guidato da Renzi e le componenti moderate innovative-riformiste emerse nel centro e nello stesso centro-destra dopo la crisi del berlusconismo e la deriva populista-lepenista-razzista di una parte di essa (la Lega di Salvini non è quella di Bossi ed esprime una tendenza europea molto pericolosa e negativa). Anche come effetto di una sorta di reazione istintiva all’estremismo di Grillo, questa tendenza potenziale si espresse nel risultato elettorale delle europee, quando il Pd di Renzi ottenne il 40% dei voti. Un risultato assolutamente straordinario dal quale, a mio avviso, Renzi sarebbe dovuto partire per costruire appunto il partito della nazione che sarebbe stata un’operazione politica di grande rilievo che non può certo essere banalizzata con l’evocazione di questo o quel nome debitamente demonizzato. Invece dopo quel risultato Renzi è tornato nell’ambito e nel recinto del Pd, andando incontro ad una serie di difficoltà che da allora ad oggi segnano negativamente l’attuale situazione politica.

È evidente che Renzi non ha proceduto nell’operazione “partito della nazione” anche per non rompere con le sue componenti di sinistra. Usiamo l’espressione al plurale perché, allo stato, l’area di sinistra del Pd è segnata da tre posizioni politiche diverse. Una parte di essa collabora con Renzi puntando a condizionarlo sul terreno dei contenuti, un’altra parte lo vuole “morto” e cavalca la tigre del referendum avendo in modo esplicito lo stesso obiettivo politico della corrente radicale di Forza Itala (Brunetta), la terza, in un certo senso intermedia, da un lato non gli assicura un appoggio pieno e convinto e dall’altro gli inibisce sul terreno delle alleanze politiche e dei contenuti ogni mossa verso il centro sociale e politico (evocando in ogni occasione e del tutto a sproposito il “demone” Verdini). Tutto ciò ha complicato sia l’azione programmatica del governo (che per assicurare la crescita e chiedere in modo credibile una maggiore flessibilità in Europa dovrebbe fare ciò che sostiene il ministro Calenda e ciò che dirà nel suo convegno del 13 settembre l’Ncd) sia sul piano dell’iniziativa politica. Arrivati a questo punto, però, siccome è evidente, checché ne dica D’Alema, che l’operazione “partito della nazione”è stata abbandonata da tempo da Renzi, nessuno può pensare che una situazione così drammatica e difficile qual è quella attuale a livello mondiale (segnata dal terrorismo islamico, dall’immigrazione di massa, dalla conseguente esplosione di varie forme di populismo, di razzismo, di autoritarismo e di nazionalismo – compreso quello turco -, e da una ripresa della guerra fredda a causa della ambizioni imperiali di Putin) con forti ricadute italiane può essere diretta e padroneggiata dal solo Pd senza che si affermi una forte componente di centro, autonoma da esso ma alleata con Renzi. Ciò vale a partire dal referendum dove è indispensabile che emerga un’iniziativa espressa da tutta quell’area culturale e politica di centro e di centro-destra che ha lavorato per la riforma e che poi ha perso per strada una componente politica in seguito ad una nuova radicalizzazione di Forza Italia. Da questo punto di vista va valutata positivamente l’iniziativa di Marcello Pera che ha il sostegno e il concorso anche di personalità politico-culturali come Urbani, Calderisi e molti altri, per esprimere la scelta per il Sì da parte di un settore del mondo culturale che viene dall’esperienza del centro-destra.

Da qui bisogna partire per dare all’area di centro che sostiene il governo un’autonoma soggettività politica in modo che l’azione riformatrice oltre a quella della sinistra riformista, abbia anche il sostegno di una componente del centro. Detto con estrema franchezza abbiamo il timore che il presidente D’Alema, preso in una logica di scontro interno al suo partito (e chi come me viene dalla tradizione socialista non può certo dare lezioni in materia perché più volte nella sua storia la logica dello scontro “to tale”fra le correnti ha provocato il suicidio politico del Psi o comunque sue sconfitte catastrofiche) non si rende compiutamente conto del fatto che una eventuale sconfitta dell’esperienza Renzi non avviene in un contesto mondiale, europeo, italiano che sia “normale” ma precipiterebbe in un quadro che presenta rischi imprevedibili. Da sempre la recessione è una cattiva consigliera: se ad essa aggiungiamo il terrorismo e l’immigrazione di massa la miscela può essere infernale. Non solo quello che accade in Europa, Germania compresa, ma perfino ciò che sta avvenendo negli Usa fa venire i brividi. Di conseguenza va fatto ogni sforzo per migliorare e rilanciare l’attuale esperienza politica e di governo anche perché puntare a buttarla per aria usando come leva il prossimo referendum a noi sembra una manifestazione di “avventurismo”, per usare un’espressione che faceva parte del lessico politico di Palmiro Togliatti e di Giorgio Amendola.

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