Voto e tagli: se 500 milioni vi sembran pochi

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I risparmi di spesa derivanti dalla riforma costituzionale

In un articolo pubblicato il 25 novembre su Lavoce.info, Carlo Stagnaro ha argomentato che i risparmi di spesa derivanti dalla riforma costituzionale saranno nell’ordine dei 500 milioni stimati dal governo. In un precedente articolo (del 22 novembre, sempre su Lavoce.info), Roberto Perotti aveva stimato risparmi molto inferiori e pari a 161 milioni a regime, ulteriormente rivisti al ribasso (130) in un intervento successivo del 27 novembre.

Le differenze fra le due stime sono dovute essenzialmente al fatto che per Perotti la riduzione dei costi delle provincie è già avvenuta per effetto della legge Delrio, mentre Stagnaro ritiene che tali risparmi, nella misura di almeno 350 milioni, siano stati possibili grazie alla prospettiva dell’abolizione delle province in Costituzione e verrebbero meno nel caso di una vittoria del No.

Le altre differenze fra le due stime sono di minore entità e riguardano il Senato (con una differenza di 25 milioni) e il Cnel (7 milioni). Se si dovessero adottare i criteri contabili della Ragioneria dello Stato, avrebbe probabilmente ragione Perotti. La Ragioneria deve calcolare i risparmi che si fanno in aggiunta a quelli già ottenuti e dunque già scontati nella stima tendenziale.

È però indubbio che, se vincesse il No e le province ritornassero a essere organi riconosciuti dalla Costituzione ai sensi dell’articolo 114, esse avrebbero buon gioco a chiedere di tornare a svolgere le funzioni che avevano un tempo, con personale e servizi analoghi. I costi che ne conseguirebbero sono difficili da stimare, ma possono essere assai maggiori dei 350 milioni che vengono prudenzialmente stimati dal governo. Il punto è che ormai da almeno cinque anni vi è un generale consenso che le provincie debbano essere abolite.

Questo consenso ha consentito ai governi succedutisi dal 2011 a oggi di prendere numerosi provvedimenti che ne hanno ridotto il costo e progressivamente eroso le funzioni. Per avere un’idea degli ordini di grandezza, dai conti consolidati della PA, aggiornati dall’Istat il 21 novembre scorso, emerge che dal 2010 al 2015 le spese delle province sono diminuite di ben 4 miliardi, da 11,4 a 7,4. La diminuzione è continua, anno dopo anno, e non può essere attribuita solo alla legge Delrio che è entrata in vigore nell’aprile del 2014.

Certamente quest’ultima ha contribuito alla forte riduzione che si è verificata fra il 2013 e il 2015, pari a 1,7 miliardi. Di questi, 110 milioni sono attribuibili al fatto che già nel maggio del 2014 non si tennero le elezioni per le amministrazioni provinciali, il che comportò la soppressione di 86 presidenti, 700 assessori e 2.700 consiglieri.

Una parte della riduzione dei costi è dovuta al fatto che funzioni e personale delle province sono stati riallocati a comuni e regioni. A tutto il 2015 però la riduzione del costo del personale (0,6 miliardi) è stata inferiore a quella delle altre due principali voci di spesa: i consumi intermedi (scesi di 1,4 miliardi) e le uscite in conto capitale (scese di 1,1 miliardi). Questo suggerisce che vi sia spazio per altre riduzioni man mano che il personale viene trasferito al seguito delle funzioni.

Per avere un’idea di cosa implichi la riforma della Costituzione, bisognerebbe però stimare altri due dati: di quanto possono ancora ridursi i costi, man mano che si trasferiscono personale e risorse, e quale parte di queste riduzioni può dar luogo a risparmi veri per l’intera pubblica amministrazione, attraverso cancellazioni di funzioni ed economie di scala e di scopo, anziché a meri ribaltamenti di costi su altre amministrazioni.

Per quanto ne sappiamo, uno studio che stimi questi dati non esiste. Sappiamo però, dalla teoria e dalla pratica delle organizzazioni complesse, che il modo più efficace per ridurre i costi è quello di sopprimere livelli intermedi di governo o unificare le organizzazioni. Nelle organizzazioni pubbliche ciò avviene più lentamente che nel privato perché si deve operare attraverso il turn over e richiede che il governo abbia interesse a fare economie.

Nel caso delle province si elimina un’organizzazione intermedia le cui voci di spesa sono quasi tutte suscettibili di miglioramenti di efficienza. Si può dunque concludere che l’abolizione delle province prevista dalla riforma è condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente per conseguire riduzioni di costo. Tenendo conto dei ribaltamenti su altre amministrazioni, a regime i risparmi per la collettività saranno probabilmente inferiori alla riduzione dei costi registrata fino ad oggi (4 miliardi), ma maggiori dei 350 milioni ipotizzati prudenzialmente dal governo. La stima di 500 milioni di risparmi complessivi derivanti dalla riforma costituzionale è dunque da considerarsi come assolutamente prudenziale.

 

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