Votare all’infinito: la variante politica della legge di Murphy

Spagna
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Ora si guarda con invidia ad altri sistemi elettorali: quelli italiano e francese

A meno di clamorose sorprese anche queste elezioni spagnole, come le precedenti del 20 dicembre scorso, non saranno risolutive.

I sostenitori di una sorta di teoria provvidenzialistica delle coalizioni, secondo la quale se vi è necessità di una coalizione essa finirà per formarsi, sono stati già smentiti una volta. Si era profilata una sola coalizione, in alternativa al voto, quella di centrosinistra tra Psoe e Ciudadanos, ma essa non aveva voti sufficienti alla Camera ed è possibile che ne abbia di meno nella prossima.

Un bel problema, giacché gli elettori finirebbero così per punire le due sole forze politiche che avevano dimostrato una responsabilità pragmatica di governo, spingendo tutti a irrigidirsi. A nulla servono i congegni costituzionali di stabilizzazione, dalla sfiducia costruttiva al potere di scioglimento al Premier, giacché essi possono rafforzare una maggioranza che preesiste, ma non la possono creare se essa manca.

Le uniche ipotesi che si fanno al momento, in alternativa a terze elezioni di seguito a fine anno, sono quelle di una qualche forma di grande coalizione di breve durata tra Pp, Psoe e Ciudadanos, magari con la copertura di un governo tecnico, perché quei partiti sono troppo distanti tra loro per consentirsi un patto esplicito e di legislatura. Si parla quindi della ricerca di un Monti spagnolo e della ricerca di intese su riforme elettorali e costituzionali anche per risolvere il conflitto tra centro e periferia.

Quest’ultimo infatti non è ridotto da un Senato privo ovviamente di fiducia ma eletto direttamente per quattro quinti e integrato solo per un quinto da rappresentanti dei Consigli regionali. Una Camera morta lo definiscono gli spagnoli. Fuori gioco invece Podemos, le cui posizioni demagogiche e populiste lo rendono non coalizzabile.

In tempi di elettorati mobilissimi, e di nuovi partiti che sorgono sfidando quelli tradizionali, i sistemi elettorali che si limitano a fotografare i voti in seggi con correttivi minimi fanno quindi fallire la teoria provvidenzialistica delle coalizioni e sembrano invece affermare una variante politica delle legge di Murphy: se non cambi il sistema e voti di nuovo per superare un’elezione non risolutiva è probabile che tu debba farlo all’infinito.

Le coalizioni si formavano più facilmente quando le fratture sociali erano più stabili e quindi quando i partiti, godendo di un elettorato più fedele, potevano consentirci più facilmente di stipulare accordi. Se il Psoe facesse un accordo con Podemos perderebbe almeno metà dei suoi elettori verso Ciudadanos e Pp: ma se facesse una grande coalizione col Pp ne perderebbe metà verso Podemos. Che allora dalla penisola iberica emerga quindi una gelosia crescente per altri sistemi elettorali concepiti non come macchine fotografiche ma come trasformatori di energia dai voti in seggi per arrivare più semplicemente alla scelta di un governo senza complicate trattative non è quindi né un mito né un caso.

Le soluzioni più forti, come l’italicum e la forma di governo neoparlamentare dei nostri comuni e regioni, ma anche come l’abbinamento francese sino ad allora inedito tra elezione diretta del Presidente e maggioritario di collegio nascono appunto in contesti del genere, quando le crisi politiche diventano istituzionali e si cercano esiti democratici più efficienti.

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