Vitalizi dei consiglieri regionali: non esistono diritti acquisiti

Pensioni
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Servono regole chiare che pongano fine ai privilegi

Si torna a parlare, in questi giorni, dei vitalizi regionali. Succede perché ben 77 ex consiglieri regionali hanno fatto ricorso contro le misure per la riduzione dei vitalizi varate dal consiglio regionale del Lazio nel novembre scorso.

Prima un ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale, che si è però dichiarato incompetente sulla materia. Adesso un altro ricorso in sede di giustizia civile sul quale i giudici devono ancora esprimersi. Si tratta di azioni per la tutela di privilegi che i cittadini trovano anacronistici e intollerabili. E certamente non si fa un buon servizio alle istituzioni rappresentative con tali iniziative.

Qualcosa è cambiato.

Il consiglio regionale del Lazio, in concreto, aveva deciso tre cose.

In primo luogo, che il requisito dell’età s’innalza dai 50 anni ai 60, ovvero da 55 a 65 (con possibilità di anticipare fino a 5 anni subendo una decurtazione dell’assegno nel periodo anticipato).

Poi, che è possibile ridurli in percentuali varie a seconda degli anni di ‘servizio’ anche per chi già li percepisce.

Infine, che, per chi cumula più vitalizi, la decurtazione può arrivare al 24-25%.

In pratica, si tratta di misure minime indispensabili per ridurre dei privilegi ingiusti e insopportabili e per chiedere anche agli ex politici di contribuire ai sacrifici che tutti cittadini hanno dovuto fare in questi anni. Si poteva fare di più? Forse si. Io stessa ci avevo provato con una puntuale e articolata proposta di legge regionale.

E tuttavia dobbiamo essere lieti di un passo in avanti, comunque importante, che il Lazio ha compiuto (risparmiando 5 milioni l’anno), preceduto da analoghi provvedimenti in regione Lombardia e nella regione Trentino Alto Adige.

Le questioni aperte.

Parliamo, però, di alcune regioni, non di tutte. In molti casi, infatti, l’impegno per la riduzione di questo privilegio non è stato nemmeno avviato. In più, siamo di fronte ad una pluralità di assemblee legislative che disciplinano in maniera diversa il trattamento economico di persone – gli ex consiglieri regionali – che hanno lo stesso status. E ciò pone ulteriori problemi di equità. A volte – come nel caso del Lazio – le misure adottate per la riduzione dei vitalizi sono temporanee: si tratta, in sostanza di ‘contributi di solidarietà’ in vigore per un triennio, alla scadenza del quale il problema si ripresenterà.

Infine, bisogna ancora capire come affrontare una volta per tutte alcune questioni ancora aperte. Come, per esempio, il cumulo dei vitalizi da parte di soggetti che, nel corso della loro vita politica, sono stati, a rotazione, consiglieri regionali, parlamentari nazionali, parlamentari europei.

O come il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo per il calcolo del vitalizio (passaggio che è stato ormai imposto alla generalità dei cittadini per il calcolo delle pensioni). O come, infine, il ricalcolo dell’assegno agli ex consiglieri sulla base delle indennità percepite attualmente dai consiglieri regionali (piuttosto che sulla base delle indennità percepite nel passato, decisamente spropositate e insostenibili: si pensi soltanto che, nel Lazio, l’assegno si calcolava anche sommando la diaria!).

Serve un quadro normativo coerente.

Proprio per questi motivi trovo apprezzabili tutte le richieste di maggiore trasparenza sulla ‘foresta’ di regole che hanno guidato la concessione dei vitalizi a livello parlamentare e regionale in questi decenni (come ha chiesto di recente il presidente dell’Inps Tito Boeri).

Allo stesso modo trovo urgenti e pertinenti tutte quelle iniziative che hanno l’obiettivo di delineare un quadro nazionale omogeneo e coerente, capace di garantire sia l’equità generale nell’ambito dei sistemi pensionistici (limitando gli eccessi delle norme sui vitalizi) sia la parità di trattamento tra ex consiglieri nel tempo (ricordiamo che i consiglieri attuali non percepiranno il vitalizio al termine del loro mandato) e tra ex consiglieri di regioni diverse la cui posizione è regolata da norme diverse.

Non ci sono diritti acquisiti.

In questo campo, la retorica del diritto acquisito è inaccettabile perché, come spiega Pietro Ichino, “non ha alcun fondamento, né legislativo ordinario, né tanto meno di rango costituzionale”. La stessa Corte costituzionale, infatti, ha previsto che “il legislatore può – al fine di salvaguardare equilibri di bilancio e contenere la spesa previdenziale – ridurre trattamenti pensionistici già in atto”. E ancora: “se, salvo il controllo di ragionevolezza, è conforme a Costituzione una norma peggiorativa di trattamenti pensionistici in atto, a maggior ragione la conclusione vale per una norma che incida su trattamenti non ancora attivati al momento della sua entrata in vigore, quale la pensione di reversibilità che eventualmente spetterà al coniuge superstite del pensionato in quel momento ancora in vita. Queste conclusioni inducono a ritenere che non possa argomentarsi in termini di diritto quesito” (Sentenza Corte cost. n. 349/1985 e n. 9/1994).

D’altra parte, come possono i cittadini accettare che si parli di diritti acquisiti quando a fare le leggi sono gli stessi (e unici) che ne beneficeranno?

In cerca di una soluzione generale

Mi pare che colpiscano nel segno, dunque, i progetti di legge nazionale per la riforma e la riduzione dei vitalizi presentati in Parlamento da alcuni deputati (tra gli altri, Matteo Richetti del Partito democratico e Andrea Mazziotti di Scelta civica).

Certo, bisognerà costruire le norme in modo da evitare la valanga dei ricorsi degli ex e i rilievi della Corte costituzionale che possono smontare anche i tentativi migliori (come già avvenne in passato per le ‘pensioni d’oro’). Tuttavia, è giunto il momento di intervenire. Auspico che si proceda rapidamente alla definizione di regole chiare ed eque per riportare gli assegni di ex consiglieri e parlamentari a quote più normali e per garantire equità e parità di trattamento.

La spending review ha colpito tutti i consigli regionali, uniformando l’indennità dei consiglieri in base a un parametro individuato nella conferenza Stato-Regioni. Allo stesso modo, il calcolo dei vecchi vitalizi andrebbe rapportato a quella nuova indennità: così non si farebbe torto a nessuno, anzi, si completerebbe il lavoro. Perché non si capisce come mai si sia intervenuto sugli attuali consiglieri, che comunque affrontano spese e lavorano quotidianamente, lasciando fuori dalla spending review coloro che non sono più in carica.

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