Via Nomentana, i ricordi, le parole

Racconti romani
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“A Natale ci riuniremo per vedere come non siamo cambiati”

Come vedete Roma oggi? Come ci vivete? Il declino della città eterna è inevitabile? In parallelo con l’inchiesta che sto conducendo sull’Unità, vi chiedo di esserne protagonisti anche voi: raccontateci la vostra città, a partire dalle periferie scrivendo brevi testi o inviando foto o brevi video a raccontiromani.unita@gmail.com. Oggi è il turno del racconto di Luca Milasi: una via storica di Roma, la Via Nomentana, vista con gli occhi di diverse generazioni.  (carmine fotia)

 

VEDESTE CASA DI MIA SORELLA CHE BEL GIARDINO CHE HA, di Luca Milasi

Da bambino amavo via Nomentana, perché rientravamo in città dopo le vacanze proprio da là, vivendo nel quadrante nord-est di Roma. Quegli alti pini erano per me il simbolo di un rientro nei ranghi, nella norma, lontano dagli affetti di giù e dal caos disordinato delle vacanze ma anche rassicurante, per me, mezzo sagittario, mezzo capricorno, quando il lato che voleva essere rassicurato (capricorno) prendeva il sopravvento.

Non credo saprei spiegare altrimenti se non con la mia personale esperienza l’effetto che produce in me il paradosso di essere giunto a vivere, trent’anni dopo i fatti succitati, proprio in una casa che affaccia su quel punto della via, da cui mi salutano i pini (assieme al kaki del giardino di sotto, e alle carpe nello stagno poco distante, come se mi fossi scelto apposta un angolo di Giappone…) tutte le mattine.

Lo straniamento di essermi definitivamente (per quanto durino le cose del mondo…) stabilito a Roma, in questa via, alle porte di questa città squassata, dopo aver girato il mondo, e desiderato continuare a farlo per quasi due lustri. Son riuscito a sorprendermi sì, con questa decisione.

Debbo dire che ultimamente mi sto simpatico, proprio per questo. Alla fine son contento di aver fatto la mia conoscenza. La convivenza con me va abbastanza bene, è fatta di piccole abitudini e se mostro comprensione per le tante cose che lascio non terminate alla fine non ho grandi tensioni.

Comunque care nonne, ora che vivo questo paradosso, il mio pensiero va a voi. A voi, che siete sopravvissute ai vostri mariti per oltre vent’anni, che della vostra scomparsa non avete mai discusso a parole, l’avete solo agita quando era il tempo; a stretto giro, la prima dopo un ciclo di insegnamenti sul monte Amiata, la seconda, esattamente mentre atterravo a Tokyo per il più breve soggiorno mai effettuato nella terra straniera che maggiormente mi ha accolto come elemento estraneo, ma in qualche modo parte del contesto (domanda: chi invoca la sovranità contro gli immigrati, non pensa mai che c’è sempre un processo di lenta e congenita naturalizzazione? A ben guardare, tutti siamo stranieri in qualche contesto).

Ma ora non vorrei divagare troppo. Parlavamo di noi. La casa in cui vivo è stata costruita alla fine degli anni Cinquanta e i pavimenti in cotto alla veneziana mi ricordano l’infanzia che ho trascorso sdraiato sui tappeti a leggere, leggere, leggere. Ogni mattina metto su il caffè con la macchinetta vintage del mio convivente, e una cara amica mi ha lasciato un’auto dal design anch’esso vintage con la quale, al bisogno, per andare al lavoro posso correre come un ossesso, come forse faceva mio nonno, quello il cui cognome porto anche io, Fortunato di nome e di fatto se non ha mai avuto un solo incidente in sessant’anni, con la sua nonchalance.

Ovviamente rispetto i limiti di velocità… il mio lato capricorno interviene laddove il lato sagittario vorrebbe trasgredire, più che altro per esasperazione… ma è buffo perché a breve compirò 38 anni, e se avessi la malsana quanto diffusa abitudine di tirare le somme e fare un bilancio, tutto ciò che in onestà potrei dire è che mi sento un po’ vintage anche io.

Arriverà Natale, e ci riuniremo insieme, quelli che sono rimasti, ora che improvvisamente la “vecchia” generazione (che vecchia non è affatto) è quella dei miei genitori. Ci riuniremo per constatare, credo, come in fondo non siamo cambiati, come tutto cambia perché nulla cambi davvero.

Un po’ come voi, insomma, come la vita che faccio ora, in un paese diverso, accanto a una persona diversa, in una casa nuova e vecchia insieme, in un quartiere dove tutti conoscono tutti e sanno quasi tutto di tutti, e dove anche io finisco con il compiere gesti che forse non mi erano propri se non per quello che rappresentano del rapporto fra me e voi, e dove l’unica cosa che mi lega al passato, a ciò che eravamo, sono io, con le mie esperienze, i miei ricordi, del passato non mi è rimasto altro.

In una mezza mattinata quasi – ho detto quasi – libera, il grande insegnamento che si va avanti nella vita continuando a fare progetti come se si dovesse vivere per sempre, incuranti dell’età, e nel contempo sempre sull’orlo, pronti sempre a scomparire, a farsi inghiottire, così forti, così fragili, come sono gli uomini, lo devo forse a voi.

Sarà per questo che infilando per la prima volta la toppa nella chiave di casa mia mi è sembrato di sentire le voci squillanti di mia nonna e delle sue longevissime sorelle ridere, e mentre facevo il primo ingresso in casa, le stesse voci commentare quanto la casa vecchia-nuova piaccia loro.

Vedeste casa di mia sorella, che bel giardino ha.

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