Via D’Amelio, il nostro 11 settembre

Mafia
Una panoramica del luogo della strage di via d'Amelio in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta in un'immagine d'archivio del 19 luglio 1992. Il funzionario dell'Aisi Lorenzo Narracci, indagato dai pm di Caltanissetta nell'ambito dell'inchiesta sulle stragi mafiose del '92, e' stato riconosciuto dal pentito Gaspare Spatuzza, durante una ricognizione, come ''il soggetto estraneo a Cosa nostra visto nel garage mentre veniva imbottita di tritolo la Fiat 126 usata nell'attentato al giudice Paolo Borsellino''.
ANSA/GIOSUE' MANIACI

Il 19 luglio di 24 anni fa partì la riscossa nella lotta alla mafia

«Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto fino ad ora dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi. Questa è la promessa che io ti faccio solenne come un giuramento». Ricordo nettamente com’era Palermo nel luglio del 1992, all’indomani della strage di via D’Amelio: i funerali, la gente nelle strade, il dolore e la speranza che si fa largo tra le lacrime di questa città che si ribella alla mafia e che sembra dire: sì, forse ce la faremo.

E, per una volta, nel volto diafano e prosciugato di Antonino Caponnetto, nella sua voce che sgorga ferma da quel corpo fragile, nelle sue parole, la gente ha riconosciuto uno stato forte perché finalmente giusto. E quelle sue parole furono un impegno preso a nome di tutti. Mi tornano in mente perché era stato proprio lui, Caponnetto, capo dell’ufficio istruzione dopo Rocco Chinnici a far crescere sotto la sua ala protettrice il pool antimafia; ed era stato lui, dopo la strage di Capaci, dove due mesi prima era stato assassinato Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti di scorta a dire quelle parole che sembravano una resa: «È tutto finito» e che erano invece l’incontenibile dolore di un padre che ha perso il figlio prediletto.

Ed ora, proprio nel momento in cui avviene quel che nessuno avrebbe osato immaginare, una nuova strage, una sfida a Stato e democrazia di un potere mafioso che si fa terrorismo, che vuole piegare tutto ai propri interessi, in quel passaggio tragico, quell’uomo anziano e stanco, prosciugato dalle lacrime, dice che no, non è tutto finito e la sua preghiera laica «solenne come un giuramento», diventa l’impegno di un paese, di una comunità che riesce a ritrovarsi unita e trova il coraggio di rispondere alla sfida mafiosa .

Tutto questo lo vivevamo direttamente, in quel torrido luglio palermitano, intuendo, dinnanzi allo scenario di guerra in via D’Amelio, che c’era stato un salto di qualità, che tutta quella violenza cambiava la natura stessa della mafia e di conseguenza costringeva uno stato riluttante a entrare in guerra. Nelle settimane precedenti avevamo visto Paolo Borsellino girare l’Italia, come una specie di dead man walking, portando ovunque, assieme alle sue cento sigarette sempre accese, il ricordo dell’amico e la voglia di verità e giustizia. Sapeva di essere stato condannato a morte, lo sapevamo anche noi ma ci illudevamo che, dopo aver colpito Falcone, si sarebbero fermati. Se non si torna a quei giorni non si capisce quanto e cosa abbiamo rischiato.

Le stragi furono precedute e in qualche modo annunciate dall’omidicio del proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, l’uomo che Cosa Nostra considerava responsabile di non aver dato seguito alle promesse di aggiustamento del maxi processo. Fu il segnale di un vecchio equilibrio che era saltato: nelle istituzioni e nella società, nella magistratura soffia un vento nuovo, dopo anni di complicità e connivenze a tutti i livelli è l’idea stessa del compromesso con il potere mafioso a venire messa in discussione, si respira, a Palermo e in Italia, «quel fresco profumo di libertà» di cui parla Borsellino commemorando Giovanni Falcone. Le sentenze del maxi processo sono confermate e per i boss si apre la prospettiva del carcere a vita. Quindi, tolto di mezzo Lima l’amico che li ha traditi, i boss decidono di eliminare i loro nemici giurati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per farlo ricorrono allo stragismo, non solo per essere sicuri di ottenere il risultato ma anche, lo si capirà con le stragi dell’estate successiva, perché seminando il terrore vogliono costringere lo stato a inginocchiarsi, ad allentare la presa, a tornare alla convivenza.

Ottengono il risultato opposto, perché anche i i riluttanti e persino i codardi, di fronte a una sfida così azzardata, capiscono che serve una durezza inusitata. C’era stata, prima, quella maxitratttiva che avrebbe coinvolto i principali vertici delle istituzioni, ipotizzata dalla procura di Palermo? Ad oggi si tratta di un’ipotesi sempre più difficile da dimostrare. Quel che è certo è che un sistema vasto di complicità e connivenze che ebbe la sua parte nel contrastare l’azione di Falcone e Borsellino, s’infranse in via D’Amelio. Forse è in quel momento che la Cosa Nostra dei corleonesi lanciata nella folle corsa stragista e terrorista ha perduto la sua sfida. La mafia non è stata sconfitta definitivamente, questo no, essa si riproduce continuamente come un camaleonte, alla ricerca continua di denaro, potere e affari.

Ma se l’obiettivo, come disse Totò Riina era di «rompere le corna» allo Stato, bisogna dire che le corna se le sono rotte loro, i boss, seppelliti da anni di carcere duro o morti dietro le sbarre, come Provenzano. La strage di via D’Amelio fu il momento di non ritorno, non c’era più spazio per pavidità e rassegnazione. In gioco non c’era solo la vita di tanti servitori dello stato, ma quella di tutti noi: fu tutto il paese ad avvertirlo, mosso da quel coraggio civile che noi italiani sappiamo tirare fuori nei momenti più tragici della nostra storia. Dieci anni dopo quella strage, me lo fece capire Andrea Camilleri che mi disse: «Fu come il nostro 11 settembre. caddero le nostre Torri, che erano Falcone e Borsellino». E forse fu per questo che reagimmo.

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