La rete indifesa dai bulli

Internet
vercelli-suicidio-bullismo

Il popolo della rete espella chi vuole usare una delle più belle opportunità del nostro tempo per far male ad esseri umani

Ci siamo occupati, recentemente, della terribile fotografia del bambino morto sulla spiaggia turca. Oggi vorrei che ci fermassimo un istante a ragionare su un’ altra foto. Non ha fatto il giro del mondo, non è, credo, comparsa in televisione, l’hanno pubblicata pochi giornali (io l’ho vista su La Stampa). È l’immagine di due genitori, due persone anziane, che si stringono piangendo l’uno all’altra. Lui ha dei gran baffi e una camicia a scacchi, lei è magra e indossa una tuta. Sono un padre e una madre. In mano reggono, ciascuno alle estremità, un’altra foto, un’istantanea di un bel ragazzo, sorridente. È il loro figlio, ventisei anni. Un figlio che non c’è più, che ha deciso di andarsene impiccandosi nella sua camera. Era un operaio, lavorava in una carrozzeria, era appassionato delle Alfa Romeo, portava i soldi a casa per aiutare, anche perché il fratello è emigrato in Germania. Ma non ce la faceva più, non sopportava le angherie e le vessazioni a cui lo sottoponevano delle persone del suo comune, un piccolo borgo di duemila anime, nel nord italiano.
Faccio una premessa: questa è la storia che hanno raccontato i due genitori. Io non posso sapere se i fatti vi corrispondano . Lo accerteranno gli inquirenti. Ma è una storia come altre decine e decine delle cronache di questi mesi.
Secondo il racconto del padre qualcuno aveva chiuso il ragazzo in un bidone, gli aveva messo la testa in un sacco dell’immondizia. Bravate di ragazzi annoiati dalla vita di provincia, abituati dalla logica del branco e forse anche, spinti da un sottile e velenoso spirito del tempo, a sopraffare chi è considerato, non importa se a torto o a ragione, più debole, meno competitivo, più fragile. Cose sempre accadute? Può essere, ma non per questo meno odiose.
Ma la novità dei nostri giorni è che questi esercizi di prevaricazione escono dalla cerchia delle chiacchiere da bar e finiscono in rete. Agli occhi di tutti, come un richiamo per le persone peggiori. I persecutori di quel ragazzo, così devono essere chiamati, secondo il padre avevano fotografato le loro gesta vigliacche di derisione e le avevano messe nei social network persino creando, raccontano le cronache, una apposita pagina per deridere quella creatura timida e fragile.

 

Un giorno, chissà che cosa gli avevano fatto, è tornato a casa capace solo di urlare. Poi scelse il silenzio , nel quale nascondeva il suo dolore e, chiamiamo le cose col loro nome, la sua paura. «Mi hanno tolto la dignità», ripeteva. La rete era diventata la piazza del suo martirio pubblico. In quei casi la piccola dimensione della comunità in cui si vive finisce col togliere possibilità di sfuggire agli sguardi degli altri e al loro giudizio.
I genitori raccontano che, convinto giustamente da una psicologa a denunciare i suoi persecutori, si decise a farlo. Ma, dice sempre La Stampa, «tutto si concluse con un nulla di fatto». Lui si sarà sentito ancora più solo, più esposto, più abbandonato. Da un anno e mezzo non usciva di casa se non accompagnato. Aveva paura delle ritorsioni di quelle persone, forse era stato minacciato, gli era stata promessa una vendetta. I genitori hanno detto che tutto quello che il ragazzo sperava era che quelli che gli avevano fatto male gli chiedessero scusa e la smettessero. Null’altro. Non è successo. E quel giovane italiano, nella sua stanza da letto, in una casa di un piccolo comune, non ha retto.
Non ho scritto il suo nome, non ho citato il paese. Non serve. E, aggiungo, ci siamo riferiti a un fatto di cronaca riferito dai giornali. Per il quale vale sempre il principio della verifica dei fatti.
Ma il problema esisterebbe in ogni caso, tante sono le volte in cui si è manifestato. Quanti ragazzi hanno conosciuto lo stesso incubo? Quante notizie di cronaca, troppe per fare colpo, ci parlano di fatti così? Si è raccontato di bambine, costrette a fare cose da grandi, le cui immagini, riprese dagli occhi avidi dei telefonini di loro coetanei, finivano in rete. Molte di loro hanno cambiato scuola, città. Troppe hanno fatto come il giovane operaio. Vittime, tutte, di due bullismi. Quello che porta a creare situazioni nelle quali si finisce di essere persone e si assume i ruoli di carnefice e vittima. E quello, se possibile persino più perfido e cinico, di non accontentarsi di questo orrore ma di umiliare la vittima fino in fondo, rendendo pubblica la sua sottomissione, ferendolo a morte, con una ferita che diventa indelebile. Molti giovani, magari in ragione delle loro scelte in campo sessuale sono stati oggetto di odioso bullismo mediatico.
La potenza della rete finisce così per diventare una tagliola terribile. La colpa, sia chiaro, non è della tecnologia. Essa, in fondo, finisce col mettere passivamente in piazza, una piazza universale, la cattiveria umana e la cultura, sempre in agguato, della sopraffazione del più violento sugli altri.
Ho scritto «passivamente». Non è proprio questo il problema? La rete, esattamente come una piazza, deve essere difesa da leggi e dallo spirito civico di chi la frequenta. Sulle prime occorrerà riflettere. Nella bulimia normativa di questo Paese è sufficiente la legislazione in questa materia, nuova e difficile? Ma c’è anche il secondo aspetto. Non è il momento che sia proprio il popolo della rete, quello che ne rifiuta la trasformazione in un ring sanguinolento in cui persone mascherate o no dall’anonimato si sentono autorizzate ad aggredire, insultare, minacciare? Fino a trasformare degli angoli bui della piazza in luoghi di tortura e di vessazioni?
Io credo non servano i bavagli che, magari partendo dalla inadeguatezza di misure preventive e punitive dei reati veri e propri, finiscono con il limitare la possibilità di esprimere opinioni in piena libertà. Ma la rete e il suo popolo non possono restare inerti. Devono reagire, denunciando, rispondendo, creando un clima per cui questi atti violenti, di questo si tratta, siano impediti. Come negli stadi non c’è migliore antidoto ai fischi razzisti degli imbecilli che i prolungati applausi della maggioranza degli spettatori, così la rete deve cacciare i violenti. E si può fare violenza, ormai dovremmo saperlo, non solo con le pistole ma con i gesti, con le immagini, con le parole, se queste violano la vita delle persone.
Giovedì sera andrà in onda su Sky “I bambini sanno”, il film che ho realizzato intervistando dei piccoli tra gli otto e i tredici anni. Uno di loro ha subìto la durezza di quella forma terribile di isolamento e di solitudine che si nasconde, o si manifesta, con il bullismo. Molti di loro vivono il rapporto con i social network con un misto di legittima curiosità e una sensazione di paura. Come se, nascosti, potessero prendere forma dei nuovi orchi. Ma veri e pericolosi per la loro vita.
Ancora una volta le leggi non bastano e, talvolta, possono diventare pericolose.
Di fronte ad un ragazzo di ventisei anni che si impicca o a bambini che si gettano dalla finestra perché i bulli della rete gli hanno tolto il coraggio di affrontare il mondo, ci vuole una moderna, chiara, netta battaglia culturale e civile.
Ci vuole che proprio il popolo della rete espella chi vuole usare una delle più belle opportunità del nostro tempo per far male ad esseri umani, per farli sentire soli e disperati. Per diffondere la più facile delle merci, in tempi malandati: l’odio nei confronti dell’altro.

Vedi anche

Altri articoli