Valeria Solesin, quel sorriso così dolce

Dal giornale
Mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, rende omaggio alla salma di Valeria Solesin, la ragazza veneziana uccisa nell'attentato al Bataclan di Parigi, nell'androne di Cà Farsetti, sede del Municipio di Venezia, dove è stata allestita la camera ardente, 22 novembre 2015. ANSA/ANDREA MEROLA

Abbiamo bisogno anche noi di simboli, di esortazioni, così come di un ritrovato orgoglio di noi stessi. Allez, allora, les filles!

La prima cosa che abbiamo conosciuto di Valeria Solesin, con i suoi 28 anni, è stato il sorriso, dolce e spavaldo. Compare nella foto pubblicata nella pagina personale dell’Università Paris 1, rilanciata poi su tutte le tv. Sono elencati lì i temi di ricerca del suo dottorato: il desiderio di maternità, le intenzioni di procreazione, la conciliazione tra famiglia e lavoro. Classici delle femministe degli anni Settanta, diventati esperienza bruciante per le loro figlie. E il titolo di un suo articolo pubblicato da Neodemos, così squillante, “Allez les filles, au travail!” (Avanti ragazze, al lavoro!) si confondeva quasi per destino con l’ allons enfants della Marsigliese. Ricordava in ogni dove lei e le altre, e gli altri, trucidati nella notte. Abbiamo saputo poi che era una studentessa “modello”. Viveva a Parigi già da 4 anni con il fidanzato, aveva collaborato con Emergency e anche in Francia, aveva voluto fare il suo volontariato. Che non fosse una bacchettona, tutto impegno e dover essere, ce lo racconta il fatto stesso che fosse al Bataclan, quel venerdì, a sentire un gruppo rock con un diavolo addirittura, e forse, da baciare in bocca. Abbiamo saputo solo ieri, e fa più male, che è morta lentamente, dissanguata, mentre la sparatoria continuava a crepitare nel nome di Allah. È su quella prima immagine sorridente e sicura, però, che è proficuo tenere l’attenzione. Perché? Per avere, noi, un simbolo? Anche. Ne abbiamo bisogno: di simboli, di esortazioni, così come di un ritrovato orgoglio di noi stessi. Allez, allora, les filles!

C’è, su Facebook, una pagina creata da Paolo Brogi: in Generazione Bataclan si ricostruiscono piccole biografie delle vittime del 13 novembre e si pubblicano, molto delicatamente, le loro foto. Perché non siano numeri. E men che mai spettacolo. A scorrerle, intuisci scorci di vita, desideri, contraddizioni. Intuisci molte cose, e tutte opposte alle spietate purezze di chi trucida. Vite di giovani donne come Valeria. Di donne che cercano di tenere insieme lavoro, maternità, impegno, piacere. Che amano la vita, non si crogiolano nel piagnisteo, o in meritorie purezze di segno contrario, ma cercano di gestire una difficile libertà senza farsi oscurare. Sono il segno originale di un mondo che non senza fatica le loro madri hanno costruito.

Qualche sera fa, nella trasmissione di Corrado Formigli, un documentario raccoglieva i video di propaganda con cui l’Isis intendeva rappresentarsi. Riguardatelo: violenze, battaglie feroci, esecuzioni e martirii, musiche guerresche, addestramenti virili. Non una donna compariva, neppure velata. E anche quando i comunicatori del califfato islamico volevano offrire un’ idea pacificata della vita quotidiana, erano solo uomini che sapevano mostrare. Il femminile era bandito, cancellato. Compariva, al più, con l’immagine di qualche bambina che donna libera non sarebbe diventata mai. Le donne di oggi e di domani, cristiane, mussulmane, ebree o atee, hanno milioni di motivi in più degli uomini per fermare l’ideologia del terrore e della sottomissione. Nel nome di Valeria, anche, che era quanto di più distante da una kamikaze.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli