Usa 2016, vincere le elezioni con i diritti civili

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Hilary Clinton è in vantaggio su Donald Trump per il coraggio di interpretare il cambiamento sociale senza demagogia o becero semplicismo

Da I Simpson a I Griffin passando per la cinematografia americana demenziale, un’intera generazione è cresciuta con un luogo comune: non importa quale sia il candidato, il Partito Democratico sarà sempre perdente. Lo è stato per molti anni in effetti. Da Lyndon Johnson nel 1968 fino all’elezione di Barack Obama nel 2008 soltanto 3 sono stati i mandati democratici contro i 7 repubblicani. C’è stato un periodo, dunque, in cui le politiche attuate dal Partito Democratico sembravano averlo inesorabilmente indebolito fino a costringerlo all’eterna sconfitta.

Ci si accorge soltanto adesso quanto questo sia stato semplicemente un effetto di medio periodo. Mi riferisco al Civil Rights Act del 1964 e a quello del 1968 firmati entrambi dall’allora Presidente Lyndon Johnson, ex governatore democratico del Texas. Questi provvedimenti hanno avuto un impatto dirompente sulla politica americana. Improvvisamente una nutrita comunità di cittadini esclusi dall’esercizio del diritto di voto sono diventati potenziali elettori. Non si tratta solamente della minoranza afroamericana ma anche di gruppi etnici all’epoca meno numerosi ma la cui importanza è andata aumentando nel corso degli anni. Certo, soprattutto al Sud, ciò significava aprire i seggi alle fasce più deboli ed emarginate della popolazione. L’effetto fu ovviamente un cambiamento dell’elettorato, seppur non radicale.
Come reagire dunque? E’ chiaro come i Partiti abbiano scelto strategie differenti. Il Partito Repubblicano ha deciso di diventare fortezza della maggioranza bianca e cristiana, quello Democratico invece ha imboccato la strada dell’apertura, dell’attrazione a sé delle minoranze. Nessun dubbio che questo sia uno dei fattori ad aver assicurato per anni l’egemonia repubblicana, in particolar modo negli stati del Sud dove la classe media bianca non ha mai digerito i Civil Rights Acts (cosa aspettarsi di diverso da chi continua a sventolare la bandiera confederale?). E nessuno stupore che il prodotto repubblicano di queste presidenziali sia Donald Trump. Lo stesso establishment del partito lo ha salutato come un outsider, lo ha trattato come un nemico interno quando, in realtà, non ci sarebbe potuto essere candidato più naturale. All’odierno panorama di tensioni sociali, insicurezza, instabilità economica e terrorismo interno ed internazionale il Partito Repubblicano, volente o nolente, aveva già una risposta pronta, inevitabile effetto di quel percorso politico avviato negli anni ’60. La xenofobia latente e il bigottismo di una parte della società, che il Grand Old Party aveva coltivato e sfruttato per anni, ha trovato nel miliardario texano l’unica valvola di sfogo.

Da parte sua il Partito Democratico sta raccogliendo i frutti di una politica lungimirante, che sia stata essa un passo obbligato oppure una ponderata decisione. La società statunitense è infatti profondamente cambiata, si è trasformata con un aumento della percentuale dei cittadini appartenenti a gruppi etnici estranei a quello bianco. A testimonianaza di ciò è possibile osservare i dati diffusi dal Census Bureau relativi all’ultimo censimento risalente al 2011. Per la prima volta nella storia americana i neonati di gruppi etnici diversi dai bianchi (come ispanici, neri, asiatici, ecc.) hanno costituito il 50,4 % del totale delle nascite. Il Census Bureau fa notare, inoltre, come i cittadini appartenenti alle minoranze siano aumentati arrivando a rappresentare il 36,6% del totale della popolazione degli Usa. E’ facilmente intuibile, perciò, che in pochi anni la fisionomia demografica americana cambierà. Ed è altrettanto intuibile quanto sia necessario per una forza politica assicurarsi il sostegno di questa parte della popolazione che spesso si trova, ancora oggi, in situazioni di precarietà e discriminazione sostanziale. Il Partito Democratico ha abbandonato definitivamente qualsiasi afflato razzista ed è evidente come anche la campagna di Hillary Clinton sia volta all’attrazione delle minoranze etniche.

Intendiamoci, la vittoria del Partito Democratico alle presidenziali di Novembre non è affatto scontata. The Donald è molto attrattivo grazie al suo appeal comunicativo e alle sue proposte di rottura con l’establishment. Tuttavia Hillary viaggia mediamente con alcuni punti percentuali sopra lo sfidante. Una distanza che si accorcia o si allunga in base alle vicende interne ed internazionali ma è appurato che, fino ad oggi, Clinton sia stata in vantaggio quasi costantemente. Il merito ovviamente va ai candidati perchè, si sa, la politica americana è molto personalistica ma l’elezione di Obama e la possibile vittoria di Hillary sono anche il frutto di quei lontani Civil Rights Acts di Mr Johnson.

Kennedy non volle proporli, Johnson ebbe il coraggio di farlo. Questa è la dimostrazione di come una politica che ha il coraggio di interpretare il cambiamento sociale e propone soluzioni senza demagogia o becero semplicismo riesca a dialogare con ampi strati della cittadinanza e ad assicurarsi il loro sostegno. Altrimenti la strada del populismo sarà sempre quella preferita in momenti storici di estrema difficoltà.

Sarà forse venuto il momento di imparare questa lezione americana?

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