Università, perché bisogna invertire subito la tendenza

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Un momento del quinto convegno nazionale dell'Academy of Health Care Management and Economics, nata nel 2010 da una partnership tra Novartis Farma, Centro ricerche sull'assistenza sanitaria e sociale (Cergas) e Sda Bocconi School of Management, all'Università Bocconi, Milano, 23 maggio 2016.  ANSA/ MOURAD BALTI TOUATI

Dal 2007 a oggi i vari governi hanno penalizzato gli atenei. Ora servono finanziamenti adeguati e riequilibrio geografico

Università e ricerca sono fattori strategici per lo sviluppo del Paese, per migliorare quantità e qualità dell’occupazione, per aumentare la democrazia, per sviluppare una cultura della legalità. Il governo nazionale, con l’aiuto dei governi regionali, dovrebbe: prevedere un adeguato finanziamento a istruzione e ricerca; attuare politiche di riequilibrio tra le varie parti del Paese; mettere i propri atenei in condizione di competere con gli atenei di tutto il mondo; consentire a tutti gli studenti di frequentare proficuamente l’università, indipendentemente dalla regione nella quale sono nati e vivono; riconoscere il valore del proprio corpo docente e trattarlo con la dignità che merita.

E invece, dal 2007 ad oggi: riduzione del 20% di finanziamenti alla ricerca (l’Italia è il paese europeo che vi investe meno, 1,2% del Pil contro 2,8 Germania, 2,2 Francia, 1,7 Gran Bretagna); ripartizione iniqua dei tagli agli atenei, con una riduzione del finanziamento pubblico quasi nulla al Nord (-4%), consistente al Centro-Sud (-12%), drammatica nelle isole (-21%); generoso finanziamento a fondazioni di diritto privato (1,5 miliardi previsti in 10 anni per lo Human Technopole dell’IIT); riduzione di matricole del 12,3% (20,7 al Sud) e aumento del trasferimento (dal 17,6 al 23,3%) delle matricole dal Sud al Centro-Nord; consistente rinuncia a promuovere il diritto allo studio (il 25,1% degli studenti aventi diritto ad una borsa di studio non la riceve, il 47,6 al Sud, il 61,5 nelle isole); trattamento discriminatorio nei confronti dei docenti universitari, unica categoria del pubblico impiego che ha visto prolungato il blocco degli stipendi anche nel 2015 e non ha avuto il riconoscimento giuridico dell’anzianità maturata.

Ciononostante la qualità scientifica dei docenti universitari è di assoluto prestigio internazionale; i nostri laureati sono di ottimo livello e diventano ricercatori e professionisti apprezzati anche all’estero.

I docenti universitari chiedono di poter svolgere il loro lavoro, partendo dal riconoscimento della loro dignità di lavoratori, rimuovendo la discriminazione stipendiale di cui sono oggetto; vogliono attrarre studenti e docenti stranieri; vogliono essere valutati, con un sistema che premi i migliori e pungoli gli altri a migliorarsi, senza gli effetti distorsivi e punitivi di quello attualmente in vigore (VQR), frutto di appiattimento su logiche “aziendaliste”, alle quali sentiamo la responsabilità culturale di doverci opporre.

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