Unite contro la violenza

Donne
Scarpe rosse esposte in piazza SS. Annunziata in occasione dell'iniziativa 'Scarpe rosse, trecce e solidarietà' per dire no alla violenza sulle donne, Firenze, 8 marzo 2014. ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

L’Onu dice che il 35% delle donne nel mondo ha subito una violenza

Caro Direttore, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne rappresenta anche per il sindacato l’occasione per denunciare questo vero e proprio male subdolo che si annida nella nostra società. Gli ultimi dati dell’Onu hanno rilevato che il 35% delle donne nel mondo ha subito una violenza fisica o sessuale e che due terzi delle vittime degli omicidi in ambito familiare sono donne. In Italia, secondo i dati dell’Istat, sono quasi sette milioni le donne che hanno dichiarato di aver subito nel corso della loro vita una violenza fisica o sessuale dal partner o dall’ex. Sono donne colpite nel corpo e nell’anima, eroine, come nel caso di Lucia Annibali, che hanno commosso l’Italia con il loro coraggio, la loro determinazione a ribaltare il teorema dell’alienazione, della paura e della sconfitta.

Nonostante le leggi giuste contro il femminicidio o lo stalking, i dati parlano, purtroppo, chiaro, come un pugno sullo stomaco: il 31,5 % delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni ha subito un forma di violenza fisica o sessuale. Ci sono state 128 donne uccise nel 2015 nel nostro paese per mano di ex mariti o fidanzati. Capita troppo spesso tra le mura domestiche, nei luoghi di lavoro, per strada, in qualsiasi ambito sociale, etnico, geografico. È come una guerra moderna tra generi. Un conflitto latente in cui anche la violenza verbale fa spesso da incubatore a quella fisica. Lo ha descritto bene Roberto Saviano: non c’è molta differenza tra il sostenere in un reality tv che è giusto «ammazzare» la propria ex per difendere il proprio onore, oppure dare della «cagna» a una donna, come ha fatto Donald Trump, o peggio ancora chiamare in un talk, davanti a milioni di persone, «infame» una donna, fino a dire: «sarebbe da ammazzare ».

È questo il rispetto che si ha in Italia per le donne, per le madri, per chi ogni giorno lavora, accudisce i nostri figli, si occupa spesso con grande fatica anche dei familiari più anziani? Quali sono i valori fondativi di una civiltà? Che società stiamo costruendo per quelli che verranno dopo di noi? Sono interrogativi legittimi, non retorici. Per non parlare poi dei costi sociali ed economici di questa “piaga” in termini di cure fisiche e psichiche, perdite di giornate lavorative, spese per i servizi legali e sociali. La violenza di genere è un rischio per la salute e la sicurezza sul lavoro, e può portare alla perdita di produttività, assenteismo, stress ed ulteriori forme di violenza. Purtroppo, il processo di emancipazione femminile non ha portato una maggiore unione fra i sessi. La rabbia, la vendetta, il senso di rivalsa sembrano scatenati dall’incapacità di alcuni uomini (per fortuna una minoranza) di relazionarsi a creature diverse da come se le erano immaginate.

E il problema riguarda ormai anche i bambini: in due casi su tre i figli hanno assistito alla violenza nei confronti delle loro madri. Un dramma nel dramma. I bambini sono le “vittime” secondarie, spesso orfani dei femminicidi, senza alcuna tutela giuridica o economica. Ecco perché, al di là degli slogan, dobbiamo tutti mobilitarci per cercare di cambiare questa orribile situazione. Il sindacato può fare molto attraverso la contrattazione per prevenire le forme di discriminazione sessuale e tutelare le condizioni di lavoro delle donne: dobbiamo puntare sulla formazione, lo sviluppo professionale, le azioni positive, il benessere organizzativo, una vera armonizzazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro. Non partiamo da zero. Abbiamo fatto tanti accordi in questi anni, a livello nazionale ed anche territoriale, per supportare le vittime di violenza e di molestie nei posti di lavoro con percorsi di accompagnamento e con l’intervento di tutta la rete antiviolenza (infermieri, medici, avvocati, case famiglia). Ci sono tanti esempi di contratti di secondo livello in cui abbiamo elaborato un “codice di condotta”da applicare in ogni azienda per prevenire le molestie ed il mobbing.

Bisogna rafforzare questa buona prassi, anche a livello europeo, promuovere in ogni azienda accordi per una “tolleranza zero”, in modo da tutelare la dignità delle donne, la loro autonomia decisionale, accompagnarle a ricostruire la loro vita. Ma occorre, soprattutto, ripartire dalla cultura, dai processi educativi, fin dalla primissima infanzia. Ecco perché fa bene il Governo ad annunciare un piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, rivolto a tutte le scuole italiane. Il principio della parità e del rispetto tra uomini e donne deve essere trasmesso ed inculcato fin dall’adolescenza, con la dovuta formazione.

Lo diremo con forza il 30 novembre a Roma con una grande iniziativa della Cisl su questo tema. Lo stanziamento di 5 milioni di euro da parte del Governo per i progetti nelle scuole sulla parità di genere e contro ogni forma di violenza è certamente una buona notizia. Ma è solo un primo passo nella direzione da noi più volte auspicata, che prevede non solo interventi legati alla sicurezza ed alla assistenza, ma anche azioni di prevenzione in termini educativi, con percorsi di informazione e di formazione degli studenti per riconoscere la violenza in tutte le sue forme. Questa è la strada giusta e una battaglia che vede la Cisl in prima fila e a cui non faremo mai mancare il contributo del sindacato anche grazie al coinvolgimento della nostra categoria, la Cisl Scuola. Dobbiamo vincere questa sfida con l’impegno delle istituzioni, delle espressioni della società civile, di tutti i cittadini, attraverso un lavoro comune che renda tutti responsabili e protagonisti. Per non lasciare che la violenza spenga il sorriso di tante donne.

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