Un’Italia più forte per un’Europa più giusta

Dal giornale
Gianni Cuperlo e Matteo Renzi
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il segretario del Pd a Cuperlo: il 10 a Roma la direzione nazionale su Legge di bilancio e Italicum. Pronti a discutere con chi ha idee da portare, non solo critiche Cambiare la legge elettorale? Non condivido ma parliamone

Caro Gianni, è sempre interessante leggere le tue riflessioni almeno com’è sempre per me difficile condividerle. Anche nella tua lettera di domenica scorsa, accanto ad alcuni riconoscimenti, elenchi una lunga serie di errori che la Segreteria nazionale avrebbe compiuto. Non entro nel merito, nemmeno quando eviti di ricordare che nel dibattito sul referendum costituzionale se ci sono state 122 modifiche al progetto originario – centoventidue – si deve alla straordinaria pazienza di mediazione quasi sempre interna al PD per ascoltare le critiche della minoranza interna. Non è questo il punto e non mi ci dilungo.

Viviamo una stagione difficilissima. Affascinante, ma difficilissima. Negli Stati Uniti la sfida repubblicana ha il volto di Donald Trump. Nelle democratiche Filippine il presidente si paragona a Hitler. La democrazia è in pericolo in molte realtà, anche vicine a casa nostra: a differenza di qualche dotto professore nostrano, io penso che la svolta autoritaria sia laddove si mettono in galera giudici, giornalisti e docenti. Non quando si taglia qualche centinaio di poltrone.

L’ Europa è ferma. Abbiamo provato a smuoverla a Ventotene ma i risultati sembrano difficili da raggiungere. Si parla di regole e burocrazia, finanza e posizioni di vertice nelle varie istituzioni. Nel frattempo i cittadini, dalle periferie inglesi fino all’Austria, dall’Olanda fino ad alcune regioni tedesche, scelgono il populismo senza se e senza ma. In Ungheria addirittura oggi si vota un referendum sull’immigrazione che sembra quasi negare la storia di quel Paese e soprattutto i valori che noi difendiamo a Bruxelles. In questo quadro la priorità è una proposta politica della sinistra europea, e dell’Italia, per un’Europa che torni a un nuovo umanesimo, mettendo al centro la persona, le sue aspirazioni, i suoi valori. Non i regolamenti di tecnocrati e finanzieri, ma la vita quotidiana. La crescita, gli investimenti, la ricerca, i luoghi della cultura e dell’anima che l’Europa ha: quell’anima che negli ultimi anni è stata nascosta con precisione chirurgica.

Un’Italia più forte – questo il nostro obiettivo –per un’Europa più giusta. Più umana. Per farlo il PD ha investito quel 41%, a Bruxelles come a Roma. Il tuo giudizio mi sembra ingeneroso, sia sul come abbiamo conquistato il 41%, sia sul come lo abbiamo utilizzato. Ma sono valutazioni, le nostre, che lasciano il tempo che trovano. Ciò che va fatto è cambiare questa Europa prima che sia troppo tardi. Le riforme stanno cambiando la vita dei cittadini. Ancora meno di quanto vorremmo, ma molto più di quanto avremmo pensato fino a due anni fa. Ma le riforme servono anche fuori dai confini nazionali. Se vogliamo cambiare l’Europa, l’Italia deve recuperare prestigio, credibilità, reputazione. Mi pare che tu sottovaluti l’impatto del Jobs Act sui 588.000 nostri connazionali che finalmente hanno un lavoro e che il 75% di loro abbia un contratto a tempo indeterminato. O che tu non consideri che la buona scuola avrà pure creato qualche disagio – maledetto algoritmo! – ma ha permesso a centomila insegnanti di sperimentare il valore della continuità educativa, oltre che a duemila cantieri di essere finalmente sbloccati.

Per non parlare del grande cantiere sociale, dal Dopo di Noi all’Autismo, dal Terzo Settore alle Unioni civili, dalla Cooperazione internazionale allo Spreco alimentare. Possibile che non ci sia mai tra di noi una parola di mutuo riconoscimento sul valore storico di questi provvedimenti? Solo e soltanto critiche alla gestione del segretario, all’uomo solo al comando, alla mancanza di condivisione. Per non parlare di chi evoca rischi democratici nel nostro partito –che come noi sappiamo vota su tutto, in modo trasparente, e discute su tutto, perfino in streaming – mentre altri non solo non hanno regole interne ma addirittura firmano penali da 150.000 euro legandosi a srl milanesi per amministrare le singole città. Cosa che per me stride in modo selvaggio con l’articolo 49 della Costituzione ma che i teorici della deriva autoritaria non seguono, impegnati come sono a difendere il CNEL o i rimborsi dei gruppi regionali. Ma non mi interessa rivendicare puntualmente le cose fatte, su cui sarebbe pure interessante discutere: siamo il Governo che nella storia repubblicana ha battuto nel 2015 il record di recupero dall’evasione, e nel 2016 potremmo persino fare meglio; siamo il Governo che ha sbloccato opere pubbliche ferme da anni, dal Quadrilatero alla Variante di Valico alla Salerno Reggio; siamo il Governo che ha aumentato le pene per chi corrompe, che ha dato vita all’Autorità nazionale anticorruzione, che ha reintrodotto il falso in bilancio e l’autoriciclaggio, che ha voluto gli ecoreati.

E potrei continuare. In tempi di crisi del riformismo e della sinistra mondiale l’Italia è un modello. Eppure una certa parte della sinistra farebbe di tutto per mandare a casa l’attuale leadership e tornare a un passato fatto di litigi e di battaglie personali. Meglio fermarsi e parlare di futuro. Oggi il referendum è un pezzo della nostra credibilità. Da trent’anni la classe politica promette di cambiare il sistema bicamerale paritario, di ridurre i costi e migliorare l’efficienza. Tutti, di tutti i colori politici, hanno detto le stesse cose.

Finalmente qualcuno –noi –queste cose le ha fatte. E le manda alla valutazione dei cittadini. Si poteva fare meglio? Si può fare sempre meglio. Ma le cose buone, utili, che servono ci sono tutte: non si toccano i poteri del premier, non si tocca il sistema delle garanzie, si trasforma il Senato in casa delle autonomie, si riducono costi e posti della politica, si semplifica il rapporto Stato-Regioni. Vogliamo introdurre il tema della legge elettorale per tornare a discutere? Non condivido, ma ci sto. Tanto poi alla fine – qualsiasi sia la legge elettorale – l’unico modo per vincere le elezioni è prendere i voti. Cosa che non sempre la sinistra tradizionale, diciamo, ha fatto. Lunedì 10 ottobre ci vedremo a Roma alla direzione nazionale e discuteremo di tutto: legge elettorale ma anche legge di bilancio, dalle misure sulla competitività alle pensioni.

E vedrai che saremo pronti a discutere con chi ha idee da portare, non solo critiche. Poi, però, tutti insieme. Perché questa battaglia è semplicemente decisiva. Ci vuole un’Italia più forte per un’Europa più giusta. E per questo ho scelto di chiamare a raccolta tutto il partito in una manifestazione nazionale di piazza il prossimo 29 ottobre a Piazza del Popolo. Ritorniamo in piazza, tiriamo fuori le nostre bandiere, raccontiamoci l’orgoglio di far parte della più grande comunità politica europea.

Dove ci si confronta e si litiga, dove si discute e si vota, ma senza guru che decidono per noi. E dove rispondiamo a un popolo, non a una srl che si fa partito o a partiti che si fanno azienda. Saremo, ne sono certo, dalla stessa parte anche dopo il referendum, come auspichi. Ma non siamo importanti tu e io. È importante l’Italia. E non voglio che il giorno dopo il referendum l’Italia sia più debole e difficile da governare. Tutto qui. Voglio un’Italia più semplice e più forte. Mi permetti di dirti che penso che la stragrande maggioranza della nostra gente sia d’accordo con questo auspicio? Allora l’appuntamento è in direzione, caro Gianni. Poi ci vediamo in piazza. Poi nelle urne. Naturalmente dalla stessa parte, dalla parte dell’Italia.

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