Unioni gay, sulla stepchild adoption ha ragione Renzi

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Solo con la stepchild (prevista in Germania e dalla gran parte dei nostri partner europei) è assicurata la superiore esigenza del minore alla stabilità dei rapporti familiari ed il diritto ad essere mantenuto sino all’indipendenza economica.

Nonostante l’intesa raggiunta nel Pd, si discute ancora se sostituire la stepchild adoption con un inedito “affidamento” del figlio del partner. L’idea è di consentire al genitore sociale esclusivamente l’affido del bambino, con facoltà di adottarlo solo quando maggiorenne, o in caso di morte del genitore legale. Si tratterebbe di introdurre un istituto ignoto al nostro ordinamento,  l’affidamento perpetuo, che ha un antecedente solo nella Kafalah islamica (giacché la legge coranica vieta l’adozione).

A parte la singolarità, colpisce soprattutto che l’istituto sia rivolto a soddisfare essenzialmente le istanze degli adulti, senza tenere in alcun conto i diritti dei più piccoli. Nell’affidamento, infatti, l’adulto (il partner omosessuale del genitore legale) resta libero di decidere se mantenere o meno la responsabilità genitoriale, con volontà revocabile sia nel corso della misura sia al momento della successiva scelta se adottare o meno. Non appare, tuttavia, giuridicamente compatibile con l’interesse del minore che chi ha assunto, magari per anni e spesso sin dal concepimento, il ruolo -e dunque la responsabilità- di genitore, possa revocare a proprio capriccio la volontà d’essere genitore (con conseguente venir meno del diritto al mantenimento e ad ereditare).

Soltanto la stepchild, disposta previo vaglio del Tribunale, assicura al bambino uno status definitivo (comunque revocabile dal Tribunale in caso di indegnità). Solo con la stepchild  (prevista in Germania e dalla gran parte dei nostri partner europei) è assicurata la superiore esigenza del minore alla stabilità dei rapporti familiari ed il diritto ad essere mantenuto sino all’indipendenza economica. La stepchild è peraltro già una soluzione di compromesso, posto che in caso di eterologa la legge 40 prevede non già la facoltà, ma l’obbligo d’assumere la responsabilità genitoriale, secondo il principio per cui chi ha condiviso il progetto genitoriale non può poi tirarsi indietro. Né si può dire che, in fondo, il bambino un genitore legale ce l’ha, mentre il rapporto col genitore sociale è irrilevante, poiché l’importanza di questa relazione è pacificamente riconosciuta in ambito scientifico e giuridico e la stessa avvertita esigenza di formulare questa proposta di affido attesta l’ormai acquisito riconoscimento di tale valore.

La proposta è peraltro assai confusa anche nel definire i rapporti fra affidatario e genitore, posto che rinvia a norme che sono state pensate per il caso di bambini affidati “ad un’altra famiglia” e che dispongono che le decisioni sulla vita del bambino sono prese dall’affidatario, che deve solo “tenere conto” delle indicazioni del genitore legale. Se l’obiettivo è evitare che due genitori dello stesso sesso risultino nello stato civile (ma perché?), la proposta non considera che tale eventualità è già pacificamente prevista dall’art 44 lett b L. 183/1984 che regola la stepchild per i genitori eterosessuali (e la cui estensione alle unioni civili è prevista nel ddl): il bambino adottato dal coniuge della madre, infatti, risulta avere due padri nello stato civile -se il primo genitore, come spesso accade, è in vita-, senza che tale soluzione abbia mai provocato obiezione alcuna.

Ciò che disturba, allora, non è l’iscrizione anagrafica di due genitori dello stesso sesso, ma il loro orientamento sessuale. Agli occhi del giurista si svela, così, come questa Kafalah in salsa italiana non risponda in alcun modo alle superiori esigenze di tutela dei minori, ma introduca un’evidente discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, dove vittima della norma discriminatoria non risultano, però, le persone omosessuali, che come visto sarebbero perfettamente tutelate, ma soggetti terzi, i bambini.

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