Unioni civili, i rischi dell’adozione liberalizzata

Diritti
Rear view of a boy walking with two men in a park

Il Ddl Cirinnà ha molti aspetti innovativi ma non risolve questo punto

L’opinione pubblica attribuisce ai cattolici di destra lo strano privilegio d’apparire quelli che viaggiano sul sicuro, saldamente agganciati alla roccia della Chiesa. Voi invece quelli della zona pericolosa sull’orlo del precipizio. Le cose non sono così semplici”. (Don Milani a Nicola Pistelli, 1959)

Infatti. Oggi come ieri, le cose non sono così semplici. E chi usa strumentalmente opinioni e posizioni politiche gioca con i sentimenti delle persone oltre che con il rispetto delle istituzioni che rappresentiamo. Fare una legge, e farla bene, richiede tempo, onestà intellettuale e competenze. E la consapevolezza che la dinamica del percorso legislativo non si esaurisce nell’approvazione della legge ma si evolve attraverso ricorsi e sentenze – che, come abbiamo visto in diversi casi, trasformano il “prodotto” finale in uno spazio plasmabile in tanti altri “prodotti” – ci obbliga a riflessioni serie e confronti leali.

Il Ddl Cirinnà, pur con le sue apprezzabili innovazioni, non risolve completamente una questione su cui l’Italia è sicuramente in ritardo, semmai apre un cantiere nuovo, dove si intrecciano una molteplicità di aspetti che non ci è dato trascurare e che disegnano traiettorie per il futuro.

Io qui voglio sottolinearne una che non credo sia giusta e che non può trovare in questa legge basi per svilupparsi: l’adozione liberalizzata a single e a coppie dello stesso sesso. I diritti degli adulti li misuriamo in termini di libertà nel loro esercizio e, in questo senso, l’adeguamento della normativa per accogliere formalmente l’unione tra due persone dello stesso sesso è un notevole passo avanti.  I diritti dei bambini invece vengono delegati agli adulti per i quali c’è il dovere di rispettarli e/o farli rispettare. Nel caso dell’adozione, il diritto del bambino è di essere adottato: lo Stato lo prende in carico dopo un doloroso percorso che lo ha visto vivere l’abbandono, quando non esperienze anche peggiori e lo dichiara adottabile. Quello è il suo diritto.

È un diritto talmente forte che lo Stato vuole garanzie dagli adulti che si candidano ad accoglierlo sottoponendoli ad un esame: devono risultare idonei oggettivamente (matrimonio o unione di fatto stabile, solidità economica) e soggettivamente (equilibrio socio-psicologico). Il bambino viene affidato dal giudice  a una coppia che ha superato il giudizio di psicologi e assistenti sociali.

Allora se il diritto prevalente nell’adozione è quello dei bambini, anche il principio di uguaglianza va commisurato alle loro opportunità. Non vedo un motivo per il quale un bambino adottabile vada ad una coppia etero e un altro vada ad una coppia omosessuale, anche perché sono casi dove neppure esiste la continuità affettiva. Per questi bambini, dunque, non c’è spazio per il “piuttosto che…” e non c’è neppure la possibilità che la casistica concreta dia spazio alla formazione di criteri diversi dalla preferibilità, per quei bambini, che siano un padre e una madre a sviluppare quel percorso di accoglienza reciproca che crea una famiglia. Perché a quella preferibilità non ci si arriva occupandosi dei diritti e della uguaglianza degli adulti, ma facendo prevalere i diritti e l’uguaglianza dei bambini.

La stepchild adoption e una sua possibile evoluzione in adozione liberalizzata diventa quindi la punta dell’iceberg di una tematica complessa che va analizzata e chiarita a parte; sono convinto che da un suo chiarimento possa determinarsi una distinzione che accolga la prevalenza della continuità affettiva per i bambini che oggi vivono all’interno di coppie dello stesso sesso e quindi il loro diritto ad avere quei genitori e non altri.

 

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