Un’agenda sociale europea

Europa
epa02520415 A small boy plays under flags of the European Union and EU member states in Millenaris (Millenary) Park after the information centre called Europa Pont (Europe Point) was opened for the public in Budapest, Hungary, 08 January 2011. Europe Point, designed to be a centre of informations on EU as well as library, meeting point and a connecting link between citizens and institutions of EU, was opened on the ground floor in the new building of the Information Office of the European Parliament and the Mission of the European Commission in Hungary on the occasion of Hungary's EU Presidency that began on 01 January 2011.  EPA/ATTILA MANEK HUNGARY OUT

Dopo il voto della Gran Bretagna a favore della “Brexit” spetta a noi ripristinare la coesione politica e sociale dell’Europa

È con gran preoccupazione che osservo le crescenti tendenze centrifughe all’interno dell’Unione europea e quanto siano numerose le persone che in essa non riconoscono parte della soluzione, bensì una componente del problema. Se non contrastiamo tale andamento, corriamo il rischio di assistere al crollo dell’Ue, con le fatali conseguenze che questo comporterebbe per tutti gli Stati membri. Dopo il voto della Gran Bretagna a favore della “Brexit” spetta a noi ripristinare la coesione politica e sociale dell’Europa. E per farlo bisogna stabilire un nuovo equilibrio fra interessi contrapposti, in grado di conciliare le esigenze economiche e sociali nonché quelle in materia di politica estera e di sicurezza.

Ma di quali interessi si tratta? Molti cittadini dei paesi dell’Europa meridionale, maggiormente colpiti dalla crisi economico-finanziaria, hanno reagito all’austerity e alle riforme imposte dalle istituzioni europee e dai restanti Stati membri allontanandosi dall’Ue. I paesi del Nord Europa si aspettano maggiori garanzie economiche e successi evidenti nell’abbattimento degli squilibri economici e sociali che affliggono l’Europa.

Il consolidarsi delle disuguaglianze sociali scatena movimenti migratori e dumping salariale che a loro volta, nei paesi dell’Europa centrosettentrionale, sfociano nell’insicurezza se non addirittura nell’aperto rifiuto dell’Ue. Numerosi Stati membri dell’Europa orientale si sentono incompresi nella propria politica estera e di sicurezza, interpretando le diverse iniziative di politica economica e sociale degli Stati membri occidentali come un tentativo di impedire una loro rapida ripresa economica, attraverso l’imposizione di standard elevati.

Ecco allora che il nuovo equilibrio fra gli interessi, teso a rafforzare la coesione europea, deve fondarsi su tre pilastri: L’Europa ha bisogno di un nuovo modello di politica economica, in grado di promuovere la specializzazione a livello regionale. L’attenzione della politica economica europea rivolta attualmente al mercato mondiale e al rafforzamento della competitività internazionale pur sembrando opportuna ad alcune poche regioni del Nord Europa, appare invece inefficace alla maggioranza.

Attraverso questo approccio, regioni e paesi tradizionalmente orientati a un mercato interno forte o a settori come il turismo e l’agricoltura si ritrovano così ad avere scarse possibilità di ripresa economica. Sono soprattutto queste le regioni che necessitano di un sostegno, non da ultimo perché è proprio in questi territori che i partiti populisti di destra trovano terreno fertile. Abbiamo bisogno di dare più spazio alle specializzazioni regionali e di rafforzare la domanda di beni e servizi negli Stati membri.

Tale approccio va quindi implementato nella predisposizione del prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2021-2027 e dovrà contenere altresì un meccanismo in grado di orientare una parte dei fondi europei in modo rapido e quasi automatico là dove si rende necessario un impulso congiunturale. In determinati settori innovativi come quello dell’ampliamento delle reti ad alta velocità o nella politica di ricerca comune dovranno essere realizzati progressi tangibili se non vogliamo perdere il passo rispetto ad altre regioni del mondo. Utile a tale scopo potrebbe dunque rivelarsi il gettito riveniente da una tassa europea sulle transazioni finanziarie.

L’Europa ha bisogno di un’agenda sociale che collochi la coesione sociale in cima alle sue priorità e ai suoi cittadini servono nuovi standard sociali minimi che rafforzino la coesione sociale all’interno dell’Ue senza tuttavia gravare in modo eccessivo sulle spalle dei singoli Stati membri. Carattere d’urgenza è dunque riservato agli standard minimi in materia di salario minimo nazionale, assistenza sociale di base e organizzazione della mobilità della forza lavoro all’interno dell’Europa.

Attualmente in molti paesi europei mancano ancora i meccanismi in grado di garantire la partecipazione allo sviluppo del benessere da parte delle fasce di popolazione a più basso reddito. Vi sono Stati in cui il salario minimo previsto per legge non appare sufficiente oppure in cui mancano strutture di compensazione del contratto collettivo necessarie per definire un livello salariale minimo. Spesso scarseggiano meccanismi efficaci che consentano di adeguare i salari minimi all’andamento generale dei salari. In taluni paesi l’assistenza sociale intesa come rete di protezione sociale di base non esiste o non esiste più.

Troppe sono ancora le persone che non hanno accesso all’assistenza sanitaria, fenomeno che intensifica il processo migratorio all’interno dell’Europa. Vi sono fasce di popolazione che in condizioni pressoché inumane cercano di ottenere salari migliori in altri Stati membri, spesso operando come lavoratori distaccati, lavoratori temporanei o lavoratori temporanei distaccati o ancora come lavoratori con contratto a tempo determinato.

Si tratta di una problematica che riusciremo a risolvere soltanto istituendo un quadro giuridico europeo per la determinazione legale e tariffaria dei contratti, per l’adeguamento dei salari nazionali minimi e per l’implementazione di sistemi di assistenza sociale di base a livello nazionale. Anche le prestazioni di assistenza sociale di base dovrebbero essere gestite secondo un quadro giuridico europeo ed essere definite e adeguate secondo criteri trasparenti e chiari. Nel rispetto della buona prassi europea, la definizione concreta di questi due quadri giuridici dovrà essere affidata agli Stati membri.

Il quadro giuridico per il coordinamento dei sistemi di assistenza sociale deve inoltre essere rivisto in modo tale da colmare le eventuali lacune che impediscono attualmente agli Stati membri di tutelarsi di fronte al ricorso indebito a prestazioni sociali. Una procedura comune che va in questa direzione favorirebbe soprattutto negli Stati membri settentrionali una maggiore accettazione dell’Ue.

La giurisprudenza del tribunale federale che funge da corte suprema in materia sociale in Germania (oberstes deutsches Sozialgericht) dimostra quanto urgente sia chiarire a livello giuridico che la libera circolazione dei lavoratori non comporta automaticamente il diritto a ricorrere all’assistenza sociale tedesca dopo un breve soggiorno, anche in assenza di lavoro. Vi sono altre questioni ancora aperte che richiedono una discussione a livello europeo. Ai fini di una maggiore tutela dei lavoratori transfrontalieri distaccati si rende ad esempio necessario fissare migliori standard minimi e rivedere in tal senso la direttiva sul distacco dei lavoratori invariata oramai da 20 anni. Serve uno sforzo notevole per riconquistare la fiducia dei giovani nell’Ue, i quali devono poter riconoscere nell’Europa un luogo di scambio e di opportunità.

A tal fine è necessario quindi ampliare in modo chiaro il programma Erasmus, affinché permetta ai giovani di completare il proprio percorso formativo professionale in altri paesi dell’Ue e di trovare lì un posto di lavoro. Mancano ancora programmi e fondi destinati a coloro che non dispongono di formazione o di un posto di lavoro e che lo cercano in altri Stati membri. In occasione del vertice dei capi di Stato e di governo che si terrà a dicembre per discutere della lotta alla disoccupazione giovanile dovranno quindi essere raggiunti accordi importanti in questo senso.

All’Unione europea servono maggiori procedure comuni anche in materia di politica di sicurezza e di difesa. Alla luce dei numerosi conflitti che li circondano, tutti i suoi cittadini cercano maggiori sicurezze. Se saremo in grado di dare risposte concrete a questioni quali il controllo comune delle frontiere, la sicurezza interna, la politica sui rifugiati e la politica di sicurezza e di difesa comune, molti Stati membri potrebbero dimostrarsi più disposti a trovare un approccio risolutivo comune e seguire la stessa strada anche in altri ambiti politici. In Europa non servono discussioni di principio o di carattere contrattuale; ciò di cui ha bisogno l’Ue per mantenere la sua coesione sono piuttosto capacità d’agire e un quadro politico chiaro su questioni rilevanti che preoccupano i suoi cittadini. Non perdiamo altro tempo nel rispondere a queste domande.

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