Una scuola più buona? Servono più giovani

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Ecco perché la Buona Scuola è necessaria ed utile, vittima di un rifiuto ideologico fuori tempo massimo ed emendabile, nei suoi punti deboli che sono essenzialmente applicativi

Caro direttore, caro Sergio Staino. Sono il prof Gerardo Vespucci, Dirigente scolastico dell’Istituto Superiore Maffucci di Calitri (AV) e reggente dell’IC De Sanctis di Caposele (AV). Voglio sottoporre ai lettori dell’Unità alcune riflessioni sulla scuola italiana nel secondo decennio del terzo millennio, consapevole che la L.107/2015, cosiddetta Buona scuola, ne ha modificato in profondità diversi aspetti, rischiando spesso l’impopolarità: a tale proposito, in questo momento, mi limito a considerarla necessaria ed utile, vittima di un rifiuto ideologico fuori tempo massimo ed emendabile, nei suoi punti deboli che sono essenzialmente applicativi.

In questo momento mi preme ricordare ai lettori che in questo anno nella scuola italiana operano ( dati ministeriali) 804.772 docenti, di cui 680.200 su posti comuni e 124.572 su sostegno. Di loro, oltre 200.000, in gran parte donne, hanno un’età compresa tra i 60 ed i 65 anni, il 25% (dati della Fondazione Agnelli ). Al Sud – dalla Campania alla Sardegna, passando per Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia – vi sono 300.000 docenti di cui la percentuale degli ultra sessantenni, ed in gran parte femminile, è sicuramente ( per conoscenza diretta) superiore alla media del 25%!

Questo dovrebbe far capire che nella scuola si è determinato, sommandosi agli altri, un aspetto non secondario della Questione Meridionale del terzo millennio, che nel 2015, la «Buona scuola» ha messo clamorosamente a nudo: docenti invecchiati, spesso nonne; poco vitali; spesso non digitali; con scarsa attitudine all’aggiornamento; figli di un passato ove ancora la scuola era «sacra», cioè «intoccabile», in un contesto sociale, anche per i nostri ragazzi, fatto al tempo stesso di globalizzazione e di solitudine collettiva, in cui motivare allo studio é fatica di Sisifo.

Intanto, i nostri migliori laureati, in mancanza di occasioni, sono emigrati all’estero e al Nord; molti ivi insegnano, ringiovanendo la classe docente ed apportando quelle energie fresche – fisiche e mentali – presupposto essenziale per quella radicale trasformazione della scuola che, al di là dei giudizi, la Buona scuola intende perseguire in modo innegabile! Quindi, se vogliamo davvero investire nella Scuola, per prima cosa bisogna provvedere ad un piano rinascita che veda, innanzi tutto al Sud, il pensionamento immediato dei docenti anziani e l’ingresso massiccio di giovani nella nuova scuola!! Inutile dire quali e quanti effetti positivi si innescherebbero, a cominciare dal porre fine alla emigrazione intellettuale che ha svuotato – non certo da solo- l’Appennino… [Tutte le altre affermazioni sulla rinascita dei piccoli centri abbandonati, che trovano ascolto anche sulla stampa nazionale, sono flatus vocis se non si comincia da questa prima mossa: i laureati che restano, infatti, hanno bisogno di un connettivo di produttori agricoli, commercianti, artigiani, operai delle industrie mentre la presenza di questi ultimi non garantisce il contrario].

Cara Unità, questa operazione vale una rottamazione, che ha i suoi costi, che probabilmente i conti pubblici non consentono: ecco che chi dice “centralità della scuola” deve smettere di farne uno slogan per farne una scelta, anche accettando l’impopolarità, proponendo una tassa di scopo, per cercare di rendere ai docenti interessati meno gravosa l’uscita anche oltre le nuove leggi pensionistiche! E sarebbe un’ottima occasione per fare «qualcosa di sinistra» attualizzando quel meno ai padri e più ai figli! Accanto all’uscita, sarà la volta buona di ripensare e sistemare definitivamente l’ingresso per insegnare a Scuola, su cui la L.107/2015 ha mostrato maggiori deficienze. Premesso che l’ingresso in ruolo solo tramite concorso rappresenta già un primo elemento di chiarezza [con grandi conseguenze anche di natura legale e morale in relazione alle scuole parificate], permane il rischio di un precariato poco professionale e che si riproduce anche contro l’espressa volontà della Buona scuola, dovendo assicurare in futuro alle singole scuole eventuali supplenze.

A mio avviso non deve essere automatico il passaggio dalla laurea all’insegnamento, neppure tramite abilitazione post laurea, quasi la scuola fosse un refugium peccatorum ( stiamo ricevendo centinaia di messe a disposizione per insegnamenti vari da laureati disoccupati, di ogni tipo e natura): bisognerà far capire che essere docenti non è un lavoro qualsiasi ed imporre ai giovani una scelta di vita per insegnare, mediante un percorso ad hoc, con tre anni di laurea breve per acquisire le conoscenze specifiche disciplinari, e con due anni di laurea magistrale per «formarsi ad insegnare» quella disciplina! Una riforma del genere archivierebbe definitivamente ogni possibile discussione su graduatorie e organici! Infine, la Buona scuola e noi Dirigenti scolastici. Non diventati sindaci, men che meno sceriffi; semplicemente cirenei ( nonostante i giudizi più o meno benevoli sulla figura e sui singoli: per i docenti, essi sono quasi sempre inadeguati!) Tutti i pesi della Riforma sono stati scaricati su di noi e a cascata sui pochi collaboratori e su alcuni uffici.

Dal Bonus premiale alla rendicontazione del bonus dei 500 euro per l’aggiornamento; dall’alternanza scuola lavoro al Piano Nazionale Scuola Digitale, passando per il Sidi, l’Invalsi, le Clil, il registro online, il Rav e il Ptof. (Volutamente uso gli acronimi per rendere ancora più visibile ed odioso il lavoro burocratico ed operativo, su piattaforme digitali mal funzionanti e antidiluviani!). In tutto questo aumento di lavoro, non solo non abbiamo ricevuto nessun bonus premiale o i 500 euro per l’aggiornamento, ma – cara Unità – continuiamo a NON ricevere lo stipendio di risultato (3000 € lorde!) dal 2012-13: questo fatto grida vendetta, tanto più che dirigenti del Miur, neppure quarantenni, ricevono il doppio del nostro stipendio, con 34000 € di stipendio di risultato ogni anno [e non si dica che nel prossimo anno ci sarà il bonus legato alla valutazione, poiché il riferimento è a quattro anni di lavoro già trascorsi..] Certo, non facciamo rumore; non siamo gli 800.000 docenti senza il rinnovo del contratto, ma siamo pur sempre 8.400 persone, ugualmente senza contratto, su cui si regge, nonostante tutto, l’intera struttura scolastica, evitando al ministero la debacle, svolgendo compiti con responsabilità, di ogni tipo e natura, ormai, davvero insostenibili.. Un saluto fraterno

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