Una scelta contro la città

Roma
Il sindaco dimissionario di Roma, Ignazio Marino, durante la conferenza stampa nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Roma, 20 ottobre 2015. ANSA/ ANGELO CARCONI

Ignazio Marino ha fatto tanti errori che vanno al di là degli scontrini. Il suo errore più grande è stato quello di proporre una lettura del conflitto da lui aperto con il PD sulla chiave mafia-antimafia

Dovremo riflettere a lungo e seriamente sul caso Roma. Nel 2013 siamo tornati al governo della città, ma eravamo impreparati. Non avevamo compreso la profondità delle ferite inferte dalla crisi alla città, e soprattutto alle sue parti più deboli. Non avevamo capito il livello devastante del degrado politico-amministrativo procurato al Campidoglio e ai suoi dintorni durante i cinque anni di Alemanno. Non avevamo consapevolezza che quel degrado aveva coinvolto anche pezzi del nostro mondo. Alla fine di novembre 2014, invitato dal PD alla Conferenza del Quirino, Giuseppe Pignatone aprì uno squarcio, seguito solo pochi giorni dopo dagli atti dell’inchiesta “mondo di mezzo”. Abbiamo reagito, abbiamo messo in azione gli anticorpi (che a Roma ci sono). Nel partito con il commissariamento, l’indagine Barca, la ristrutturazione dei circoli. Nel Comune con il piano anticorruzione, il più vasto e pregnante fra quelli esistenti in Italia, che ha salvato il Campidoglio dall’onta del commissariamento per mafia.

L’errore più grave di Ignazio Marino non sono gli scontrini. Certo, anche quelli hanno rilevanza, e – per noi che siamo garantisti, che difendiamo lo stato di diritto e l’esercizio della legalità all’interno delle garanzie costituzionali – quella vicenda significa una sola cosa: che Marino dovrà probabilmente affrontare un procedimento. Ci auguriamo che ne possa uscire a testa alta. Ma non possiamo permetterci il lusso di una rimozione psicanalitica del problema. Cosa che invece sembra avere indotto Marino all’ultimo dei suoi errori, ritirando le dimissioni annunciate venti giorni fa. L’errore più grave di Ignazio Marino è di proporre una lettura del conflitto da lui aperto con il PD sulla chiave mafia-antimafia. Il PD sarebbe dalla parte della mafia, lui invece dalla parte giusta. Non accetta di condividere una riflessione collettiva e politica sulla nostra (e sua) impreparazione, da cui sono derivati evidenti problemi nel governo quotidiano della crisi di Roma. Non accetta, il 5 novembre, di essere con noi a testimoniare il presidio e la battaglia dei democratici (e anche la sua, in prima linea) per la legalità e contro la corruzione all’apertura del processo “mondo di mezzo”. Perché anche questo faceva parte della proposta che il PD ieri pomeriggio, in un incontro fortemente voluto da chi scrive queste righe, aveva fatto a Marino. Primo, un passaggio in aula consiliare per un messaggio di fine mandato alla città (che adesso non potrà più esserci, per effetto dell’immediata caduta dell’Assemblea a seguito delle dimissioni di almeno 25 consiglieri). Secondo, un incontro con il segretario nazionale e Presidente del Consiglio, a dimissioni esecutive. Terzo, tutti insieme dalla stessa parte il 5 novembre, a testimoniare che avremo anche compiuto errori, ma che a testa alta e con coraggio abbiamo saputo risalire la china, nell’amministrazione del Comune e nell’organizzazione del partito.

Le formazioni politiche del centrodestra coinvolte nelle stesse vicende – e ben più pesantemente di noi – non possono dire lo stesso. Ignazio Marino ha preferito scegliere la strada della testimonianza solitaria, arroccata su una strada politica senza senso e priva di sbocco. Accusa il PD di non averlo mai aiutato, e anche su questo – come sugli scontrini – dimostra uno stato di preoccupante rimozione. La norma “salva Roma”, che ha permesso al Campidoglio di affrontare il deficit strutturale di 800 milioni lasciato da Alemanno, nella sua prima stesura era inefficace e cadde due volte in Parlamento. Sono stati i gruppi parlamentari del PD, al Senato e alla Camera, a riscriverla, a renderla potente, a farla approvare. Sono stati esponenti del PD ad affiancare la giunta capitolina per il piano di rientro. E’ stato il Governo Renzi a riconoscere gli extra costi della Capitale – una rivendicazione che da 25 anni avanzavano gli amministratori di Roma. Ed è stato il PD ad esporsi in prima linea per rafforzare la giunta alla fine dello scorso luglio, e a lavorare pancia a terra insieme al Campidoglio e al Governo nazionale per mandare a buon fine gli interventi del Giubileo. Io non so a quale approdo porterà la strada scelta da Ignazio Marino.

Mi auguro per lui che possa ritrovare serenità, quella serenità che gli è stata tolta da una campagna mediatica di inusitata violenza e dai contorni opachi. Per personale esperienza so che prove di tale intensità emotiva è meglio affrontarle in squadra, e non rinchiusi da soli nel bunker di un ufficio. So però qual è il compito, dentro la crisi aperta dal ritiro delle dimissioni di Marino, per un partito come il PD, che ha responsabilità di governo e deve occuparsi della città e del suo futuro. Chiuderla velocemente. Riprendere il filo dei progetti per Roma, nell’immediato (Giubileo, emergenza trasporti) e nel medio termine. Chiedere al Governo un impegno straordinario per un’area metropolitana con tre milioni e mezzo di abitanti a cui non possiamo dare la percezione di essere abbandonati allo sbando. Basta con i giochi tattici su cui Ignazio Marino si è inerpicato: rimbocchiamoci tutte e tutti le mani per risollevare Roma.

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