Una rivoluzione ancora da capire

Società
epa04658762 A picture made available on 12 March 2015 shows a customers at the first ever Google store in Currys PC World use the Google devices in London, Britain, 10 March 2015. The Google shop will give customers the chance to try all of google devices and softwares.  EPA/ANDREW COWIE

Una conseguenza dell’era digitale è l’aver creato una società emotiva e fragile, esposta a ogni tipo di paura, anche antimoderna

Io temo che la cultura e il pensiero politico contemporaneo stiano sottovalutando gli effetti sconvolgenti della più grande trasformazione scientifico tecnologica dai tempi della rivoluzione industriale. L’arrivo delle macchine a vapore e poi il diffondersi dell’energia elettrica cambiarono il modo di produrre, nei due secoli che precedettero il novecento. Ma mutarono anche profondamente le abitudini di vita, i gruppi sociali, le tendenze demografiche e migratorie. Per effetto delle scoperte scientifiche e delle conseguenti applicazioni produttive si formarono le città e cambiò il modo di sapere, comunicare, vivere. Si formarono organizzazioni sindacali e partiti, nacquero nuove teorie politiche. Il mondo agricolo, mosso dalla energia umana, non fu più lo stesso. L’umanità cambiò volto e accelerò il suo progresso in modo frenetico e disordinato. Da quella grande energia, dalla combustione di nuove aspettative che configgevano con arcaici assetti sociali e politici nacquero rivoluzioni e anche dittature.

Oggi stiamo vivendo qualcosa di simile, ma attraversiamo questo rivolgimento come Mr. Magoo, miopi e sorridenti. Ci affascinano tutti i nuovi gadget che l’industria della modernità produce, anche quelli più inutili. Le persone si mettono in fila per giorni per ottenere qualcosa di cui in fondo non conoscono pregi e autentica utilità. Ci diverte essere le cavie di tutto, provare orologi che sono telefoni e telefoni che sono televisori e televisori che sono computer. Siamo innamorati delle tecnologie e le esibiamo come il segno del nostro essere nel tempo. Ma stiamo ragionando a fondo sulle gigantesche implicazioni dei nuovi modelli produttivi, sociali, antropologici che questa inedita rivoluzione scientifico tecnologica sta producendo?

È inutile dividersi tra pessimisti e ottimisti o tra nostalgici e futuro mani. Il futuro è qui. Ci piaccia o no. E avere nostalgia del passato è un legittimo ma inutile sentimento romantico. Non si può avere rimpianto per i tempi in cui si viveva meno e peggio, in cui c’era più fame e più freddo, in cui il dolore fisico era un flagello, in cui c’erano i bombardamenti e i ragazzi andavano al fronte a morire per un colpo di baionetta o nel gelo dell’inverno siberiano. O quando ,in tante parti del mondo, avere un’idea diversa da altri significava poter morire o essere incarcerati e torturati. Noi italiani di diverse generazioni abbiamo conosciuto due guerre mondiali, una dittatura , il terrorismo . Eravamo un paese di analfabeti e la incredibile condizione di Messina in questi giorni del duemila era diffusa in grande parte del paese che non aveva acqua corrente ed era piagato dall’analfabetismo. Dovremmo avere nostalgia di tutto questo? Oggi è meglio di ieri. E la funzione storica della parte più avanzata dell’umanità è far sì che domani sia meglio di oggi. Eppure la generazione che viveva meno e peggio aveva speranze. Noi che viviamo di più e meglio siamo atterriti da ogni tipo di paura. Perché una delle conseguenze della nuova rivoluzione è quella di creare una società emotiva, bombardata da una sequenza convulsa di notizie che , per sfondare il muro del rumore di fondo ha bisogno di gridare e grida le parole che sovrastano le altre, le parole della paura. Ma il discorso si fa più complesso e chiama in causa le dinamiche dello sviluppo sociale, le idee della politica , le forme delle relazioni tra gli uomini. Se la rivoluzione industriale sostituì ai muscoli le macchine oggi la civiltà digitale si propone di fare lo stesso, o di integrarne le funzioni, con il cervello.

Ormai il computer è in grado di sostituire l’ uomo in moltissime funzioni. A cominciare dalle più delicate, quelle del lavoro. Se l’ arrivo delle macchine a vapore produsse occupazione e costrinse la manodopera ad un salto di qualità , oggi quella che stiamo vivendo sostituisce brutalmente funzioni e ruoli degli uomini con l’ automazione e dunque genera progresso senza lavoro. O , meglio, richiede alle società uno sforzo gigantesco di riconversione della condizione umana attraverso la formazione. Senza sapere non ci sarà lavoro. Senza scuole e università moderne e forti non ci sarà paese che possa crescere. Tra un soffio di mesi arriveranno automobili che non hanno bisogno di guidatore e robot capaci di sostituire per gli anziani le funzioni, non quelle di relazione umana, delle badanti. Si lavorerà da casa e con le stampanti in 3d potremo costruire da soli le cose che oggi acquistiamo in negozi.

Le nostre relazioni umane si sono fatte più fitte, in modo quasi parossistico, e ci si parla, scrive, conosce, ama con molta più facilità e velocità che in qualsiasi stagione della storia della civiltà. Sappiamo tutti un po’ di più e abbiamo accesso a una mole di informazioni che era impensabile per le generazioni precedenti. Siamo veloci ma , inevitabilmente , tendiamo alla superficialità. Le cose che accadono ci saltano in grembo come un gatto bizzoso e non facciamo in tempo a dare ad esse un senso razionale, una spiegazione e a metabolizzarle. Per questo la nostra , digitale, è paradossalmente una società emotiva e irrazionale, Ha scritto il sociologo Cristophe Andrè: “ L’ alienazione legata al l’accelerazione ha un’altra natura. È più insidiosa perché in un primo momento sembra accrescere il nostro potere ; capacità di spostamenti più veloci, possibilità di contatti con altri più rapidi grazie a telefono e Internet, accesso più semplice a qualsiasi genere di informazione. Al tempo stesso, però, modifica profondamente il nostro modo di riflettere: i pensieri sono sempre più brevi e superficiali, perché più spesso interrotti da sollecitazioni di varia natura, e gli obiettivi che ciascuno si pone vengono di frequente sostituiti da nuove richieste”.

Viviamo sotto la pressione di quella che è stata definita “ l’ accelerite” , come fosse una malattia del nostro tempo , cioè ci sentiamo inadeguati alle attese e al bisogno di autostima che la competitività sociale estrema richiede come condizione di sopravvivenza. E siamo fragili, esposti alle ventate emotive , a ogni tipo di paura , anche quelle antimoderne. I vaccini, le epidemie, l’annuncio di meteoriti che cadranno certamente su di noi… E poi la paura dell’altro, di chi è diverso da noi. Di qui anche i processi di corrosione di una democrazia che fatica ad essere veloce come la società e nella quale , guardiamo Erdogan o Putin, l’ opinione pubblica può anche arrivare a barattare democrazia e libertà con decisione e autorità. La società digitale ha il segno dell’ abbondanza e della diseguaglianza , come hanno scritto i due autori dell’ interessante saggio “ La nuova rivoluzione delle macchine”. La prima è un fatto positivo, la seconda una mina esplosiva. Bisogna avere fiducia nel futuro , mi ha insegnato Vittorio Foa. Ma bisogna capirne la natura, analizzare come una rivoluzione profonda cambia il modo di lavorare, produrre ricchezza, comunicare, sapere, mettersi in relazione , pensare , vivere. C’è bisogno, anche in politica, di più pensiero, di più scambio e costruzione comune. Il mondo sta cambiando e non dobbiamo avere paura di vivere questa inebriante stagione. L’ unica cosa di cui dobbiamo essere preoccupati è non capire noi stessi che è in atto una vera rivoluzione, che cambia radicalmente i paradigmi del Novecento . Dobbiamo pensare in grande anche al compito storico che ci è assegnato, in questo scenario nuovo , sapendo che delle idee e dei valori di libertà e giustizia sociale ci sarà bisogno, sempre. Anche nella società dell’abbondanza e della diseguaglianza. Dalla profondità della nostra capacità di analisi, dalla intelligenza e dal coraggio con le quali definiremo un modello di società e di vita auspicabili in questo tempo nuovo dipenderà la possibilità di salvare la politica e trasformare la paura diffusa in speranza condivisa.

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