Una riforma per non tornare nella palude

Referendum
napolitano

Possiamo permetterci di rimettere le lancette dell’orologio alla primavera del 2013? Certo che possiamo, e se il No dovesse prevalere sarà quello che accadrà

C’è una minaccia che incombe sulla nostra democrazia, e non da oggi. Viene dalla sfiducia dei cittadini verso istituzioni considerate incapaci di rispondere a bisogni reali, verso partiti di ogni colore descritti come bande di affaristi. Si dirà che la politica ha fatto di tutto per meritarsi un buon grado di discredito: la storia italiana di quest’ultimo ventennio è costellata di occasioni perdute da ogni schieramento e dell’autolesionismo di classi dirigenti che si sono accomodate con tutta calma su rami fragilissimi, poi puntualmente crollati sotto il peso delle cose non fatte.

Ma oggi la domanda non è tanto come siamo arrivati fin qui, quanto piuttosto come possiamo restituire alla nostra democrazia la credibilità perduta. A questa domanda gli italiani risponderanno il 4 dicembre, pronunciandosi su una riforma costituzionale nata con l’obiettivo di uscire dalla fotografia della primavera 2013: un parlamento incapace di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica e la sensazione che decine di milioni di voti fossero stati buttati al vento, con partiti che non riuscivano a formare un governo né a indicare una via d’uscita allo stallo.

Era l’immagine di una Repubblica divorata al proprio interno, che dovremmo ricordare con precisione quando discutiamo del prossimo voto referendario. Perché tutte le argomentazioni svolte in buona fede sono ovviamente legittime, comprese quelle del No. Ma un minimo grado di memoria storica dovrebbe spingerci a non dimenticare il crinale sul quale la nostra democrazia si era spinta poco più di tre anni fa, mentre ancora oggi una profonda crisi di legittimità avvolge le istituzioni repubblicane.

Possiamo permetterci di rimettere le lancette dell’orologio a quella primavera del 2013? Certo che possiamo, e se il No dovesse prevalere sarà quello che accadrà. Ma dobbiamo anche ricordare che la storia italiana ha già conosciuto gli effetti dell’immobilismo come risposta alla crisi delle istituzioni. E quegli effetti non si sono mai tradotti in una democrazia migliore, ma nel suo esatto contrario.

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