Una riforma impegnativa. Attenzione all’ambiguità sull’elezione

Riforme
Italy's Prime Minister Matteo Renzi talks during a confidence vote at the Senate in Rome February 24, 2014. Renzi faces his first test before a fractious national parliament on Monday when he goes to the Senate to put flesh on ambitious reform plans and seeks to win a confidence vote in his newly installed government. REUTERS/Tony Gentile  (ITALY - Tags: POLITICS)

La fine del bicameralismo era la prima delle 100 idee lanciate dalla Leopolda del 2011

La riforma che oggi il Senato approva non è uscita dal cappello di Renzi per ragioni tattiche. È la più impegnativa e lungimirante revisione costituzionale approvata nella storia repubblicana, con la quale il Parlamento riforma se stesso e ricomincia forse a risalire la china della credibilità perduta. Era, non a caso, la prima delle 100 idee per l’Italia con cui Renzi si è presentato sulla scena della politica nazionale nell’ottobre del 2011: «Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili. […] Al posto dell’attuale senato serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali». Lo ricordo bene, perché mi ritrovai a contribuire a quelle «idee», collaborando con Giuliano Da Empoli e Giorgio Gori, quando ero uno dei pochissimi parlamentari a frequentare la Leopolda, oltre che uno dei pochissimi parlamentari a sostenere questa specifica ipotesi riguardo al superamento del bicameralismo. Il progetto di legge depositato a gennaio 2012 (AC 4915) che seguiva questa linea fu fatto proprio, allora, da un piccolo nucleo bipartisan raccolto da Franco Bassanini intorno ad Astrid, ma non fu sottoscritto nemmeno da alcuni tra i più ferventi riformatori istituzionali del PD.

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