Una nuova società. 5 pensieri per questa estate

Politica
arton38453-bc303

Pensieri per questa estate di orrore globalizzato

Cinque pensieri per questa estate del nostro scontento. Per questo tempo di fuoco e di violenza che ci tocca di vivere. Al crepuscolo di questo luglio iniziato con la strage di Dacca e proseguito, seguendo una bava di sangue in molte parti del mondo, fino all’orrenda esecuzione di un sacerdote in una chiesa.

Un mese di orrore globalizzato che rischia di renderci persino assuefatti, narcotizzati, impotenti.

Primo pensiero: si potrà amare o no Hillary Clinton ma è certo che ora dalla sua vittoria dipende buona parte del futuro prossimo della terra. Non esagero. Pondero le parole. La demagogia intollerante è pericolosa in un paese europeo ma può essere devastante quando si abbina con il massimo del potere economico e militare, con il possesso della valigetta nucleare. Se vincesse Trump l’America cambierebbe pelle. E con lei il mondo. Il linguaggio, il tono, i contenuto dei discorsi del magnate – figura che solo in questo tempo di stupido caos può apparire antiestablishment – alimentano il fegato di un paese nascosto e carico di rancore, paura, odio. “È l’essere sociale che determina la coscienza” diceva il vecchio Marx. Non sempre è vero ma certo lo è quando una crisi economica o mutamenti strutturali del modo di produrre cambiano i paradigmi dell’esistenza. È un paradosso, certo, ma Trump usa, ad esempio, in difesa dei posti di lavoro schiantati dalla concorrenza straniera, toni che possono parlare anche a “sinistra“. È un nuovo mix, ambiguo e straniante, che i democratici faranno bene a tenere d’occhio.

Nella storia delle elezioni Usa vince, di norma, chi è più in grado di spostarsi al centro. Tutti i candidati estremi, da Goldwater o Wallace sulla destra a Mc Govern sulla sinistra, furono sconfitti duramente. Non so se questa volta sarà la stessa cosa. La convenzione democratica ha dimostrato che il partito che ha eletto Obama ha compreso che la partita è diversa. Ha compreso che alla saggezza e all’esperienza della prima candidata donna della storia americana , si deve aggiungere un programma di radicali cambiamenti, specie sul piano sociale.

I discorsi politici più belli che abbia mai sentito nella mia vita sono stati pronunciati dalla tribuna di una convenzione democratica. Furono il keynote speech di Cuomo nel 1984 e quello di Barack Obama venti anni dopo. Trovateli, leggeteli. C’è il senso della storia del progresso umano compiuto grazie alle lotte per la libertà e la democrazia, ci sono le radici di un partito e delle persone che lo hanno fatto grande. Ci sono i valori, quelli che, oggi più che mai, distinguono, o dovrebbero distinguere, destra e sinistra. C’è la grandezza della politica , la sua irredimibile bellezza, l’idea che il destino di ciascuno dipende dall’impegno di tutti.

Se vincerà Trump, non sottovalutate il rischio, il mondo salterà nel buio e l’America che abbiamo conosciuto non sarà più la stessa. Lo hanno detto in modo commovente alla convenzione democratica la madre e il padre di un ragazzo musulmano morto in Afghanistan mentre aveva addosso la divisa degli Usa. Cerchiamo di fare in modo che resti il paese dell’inclusione non quello dei muri. Per quella grande nazione, molti dei cui figli riposano sotto le croci bianche della Normandia, e per il mondo. A Novembre il voto degli americani deciderà le sorti di tutti noi.

Secondo pensiero: oggi i musulmani di Francia, e non solo, vanno a pregare nelle chiese. È il modo, il più forte, di dire che l’Islam non è dalla parte degli sgozzatori che uccidono innocenti. È questa la strada. La stessa indicata dalle sagge parole di Francesco che ha parlato di una guerra in corso ma non di una guerra di religioni. Ho raccontato, nel mio romanzo “Ciao”, che quando ero sindaco di Roma avevo avuto l’idea di costruire a Roma un palazzo nel quale ospitare, insieme, tutte le confessioni religiose. Volevo si chiamasse “United Religions “ e fosse un giardino di riflessione comune, un modo di far convivere orgoglio dell’identità e disponibilità al dialogo.

Ne parlai al segretario dell’Onu e al Papa. In quegli anni, a partire dal 12 Settembre del 2001, ho cercato sempre di far incontrare e dialogare le religioni. In tante occasioni Vicariato, il Rabbino della comunità ebraica, l’Imam hanno partecipato insieme a manifestazioni promosse dal Comune di Roma. È questa la strada. Non bisogna essere Metternich per capire che i terroristi spingono proprio verso la guerra di religione. E vedrete che scenderanno in campo, nei prossimi mesi, anche per condizionare importanti elezioni in decisivi paesi dell’Occidente. Più l’Europa perde la testa, più segue le fole della demagogia e della guerra di religione e più il disegno che prese le mosse con l’attentato alle torri gemelle avrà avuto successo.

Terzo pensiero: la sinistra deve pensare non solo all’emergenza, deve definire il profilo di una nuova società. Non bastano più i bastioni fondati dal pensiero socialista del novecento. È mutato tutto. Ma da quella straordinaria avventura umana che è stata la lotta per la giustizia sociale, che tanto ha migliorato la vita delle persone, bisogna estrarre il dna, i valori irrinunciabili sui quali fondare l’idea di una nuova società. Proprio oggi che la libertà e la democrazia sembrano essere in una crisi gravissima, spetta alla sinistra proporre nuovi modelli e forme di partecipazione. Oltre il dominio dei potenti e oltre la rete con il suo plebiscitarismo bisogna immaginare un mondo in cui ciascuno sia responsabile, con gli altri, del proprio destino. Si chiama sussidiarietà, si chiama partecipazione diffusa, si chiama articolazione del potere. È la via, nuova, per evitare che, come fu dopo Weimar, dalla crisi delle istituzioni si esca con la richiesta del potere di un uomo forte. Attenzione, perché sta già avvenendo.

Quarto pensiero: nel delineare una società nuova bisogna capire che, se nel novecento la questione era liberare l’uomo dallo sfruttamento del lavoro, oggi è liberarlo dalla precarietà che assedia e rende il cammino della vita un lastricato di paura e tensione. Dare sicurezza sociale, non lasciare soli, aggredire la povertà. L’Europa o sarà questo o sarà travolta. La precarietà porta rabbia e frustrazione. È la prima volta, dal dopoguerra, che i padri e le madri vedono i figli fare un lavoro peggiore del loro. Che li seguono nello studio e poi li vedono perdersi nella giungla della precarietà che significa instabilità di vita. Ho letto migliaia di pagine, negli anni novanta, che teorizzavano come era bella la perdita del posto fisso e la mobilità orizzontale del lavoro. Non ci credo. Il dinamismo della società si svolge solo a certi livelli, come una Superlega di calcio. In basso, nella terza classe, la mobilità è attesa di un posto precario e sottopagato, è frustrazione tra le attese dello studio e della sua fatica e il ruolo sociale possibile. Per questo non capivo le obiezioni al jobs act. Che però è solo un primo passo. La nuova società di cui parlo dovrebbe avere come cardine la ricostruzione della sicurezza sociale come condizione per poter davvero garantire il diritto di ciascuno ad una esistenza piena.

Quinto pensiero: mi piacerebbe che i riformisti , almeno loro, evitassero di farsi altro male nei prossimi mesi. Io spero che non si perda tempo e si metta mano alla legge elettorale nel senso di rafforzare i collegi e non le preferenze e di garantire che la sera stessa delle elezioni si sappia chi governerà per cinque anni. E’ un lavoro difficile. Ma bisogna accettare che in Europa non esiste più il bipolarismo storico tra popolari e socialisti ma la geografia è mutata e non tornerà più la stessa di prima. Non averlo capito , in Spagna, fa sì che da sette mesi quel grande paese sia senza governo eletto.

L’Italicum merita di essere riesaminato alla luce delle nuove condizioni politiche, ma senza rinunciare all’obiettivo prevalente: dare governabilità democraticamente fondata ed evitare l’instabilità che , in questo momento, può davvero far precipitare la democrazia. Fatto questo anche la prospettiva referendaria potrà essere affrontata dalla sinistra senza dividersi e senza finire con il provocare la crisi di uno dei pochi governi riformisti restati in Europa.

In questa estate del nostro scontento vorrei solo dire a tutti coloro che credono nei valori della sinistra riformista che è il tempo del coraggio e dell’unità. Unità che è anche il nome di questo giornale, anch’esso figlio di una storia umana e politica bellissima, al quale auguro di ritrovare il ruolo e lo spazio che merita. Non sembri paradossale, in questo tempo scuro: ma a me sembra che mai come oggi ci sia bisogno di quel bellissimo arcobaleno di valori, idee, programmi riformatori, valori, capacità di cambiamento che si è chiamato, nella storia contemporanea, con un nome: sinistra.

Vedi anche

Altri articoli