Ma il futuro di Jeremy è complicato

Gran Bretagna
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L’analisi della competizione in Gran Bretagna da un punto di vista parziale, che guarda soprattutto a questioni di carattere organizzativo.

I risultati elettorali vanno letti complessivamente, non fermandosi solo alle percentuali attribuite a ogni singolo candidato, perché solo in questo modo si capisce davvero cosa e’ successo nelle urne. Così anche per il quadro ampio dei numeri della vittoria di Jeremy Corbyn alla elezione per la leadership del Partito laburista inglese, che parlano di un partito che va cambiato più in profondità di quanto è stato fatto in questi anni.
Lo schiacciante 59,5% di Jeremy Corbyn ovviamente certifica che egli ha stravinto la contesa. Neanche una unione tattica tra i altri tre sfidanti (Burnham, Cooper, Kendall), tutti e tre con un messaggio meno riconoscibile e un carisma meno accattivante, probabilmente avrebbe potuto determinare un risultato diverso. Una lettura che si fa strada in queste ore è che Corbyn ha vinto perché serviva una rottura con i contenuti del blairismo. Molti avranno da dire su questo punto, su quello che avrebbe dovuto essere un altro mix tra leadership e piattaforma politica.
Io vorrei invece offrire un punto di vista parziale, che guarda soprattutto a questioni di carattere organizzativo. Una delle novità di questa elezione è infatti che essa è avvenuta con un sistema di voto diverso, maturato all’interno di uno sforzo di cambiare il partito laburista. Dopo la contesa tra David e Ed Miliband, per volontà di Ed, vi è stata una riforma per rendere le elezioni per la leadership più trasparenti e totalmente aperte. Il sistema di votazione, modificato secondo le indicazioni del Collins Report del 2014, proponeva il metodo “one member one vote”, ovvero la possibilità di votare per gli iscritti al Labour, i membri di organizzazioni affiliate e i semplici simpatizzanti (cioè tutti coloro che, pagando 3 sterline, si dichiarano sostenitori del Labour), contando una testa un voto.
Si è trattato di una elezione che ha riguardato pochi, perché i numeri di chi ha preso parte alle elezioni della leadership sono molto bassi: a una elezione con un sistema sostanzialmente aperto (per votare bastava registrarsi sul sito) hanno partecipato solo 422.664 persone. Il Labour aveva preso 9,3 milioni di voti alle elezioni di maggio. Solo un elettore su venti, sostanzialmente, ha partecipato alla scelta del leader. Alle primarie italiane partecipa circa un elettore su quattro. La piattaforma radicale è stata attraente solo per un ristretto numero di persone, molto motivate a mobilitarsi.
Gli altri tre candidati non sono stati in grado di coinvolgere gli elettori pure in un sistema elettorale che avrebbe dovuto favorire la partecipazione. Una partecipazione così bassa in una gara tanto aperta ha fatto si che un candidato radicale, pertanto capace di mobilitare alcune decine di migliaia di supporters, diventasse il re della competizione, non uno dei partecipanti. Corbyn ha raccolto consensi fuori dagli iscritti, riuscendo a convincere a registrarsi come elettori cinque volte i simpatizzanti degli altri tre candidati insieme, e il doppio dei membri delle organizzazioni affiliate. La scarsa per non dire nulla capacità di mobilitazione degli altri candidati fuori dal recinto degli iscritti è un segnale molto preoccupante per un partito che era già stato investito dalla voglia di rinnovamento e apertura durante il referendum scozzese e nel 2010 quando aveva perso consensi a favore dei LibDem.
Un altro dato da considerare riguarda la distanza tra i rappresentanti (cioè i parlamentari) e i rappresentati nelle istituzioni (cioè il selettorato delle primarie): solo 20 parlamentari su 262 hanno votato Corbyn, segnando così una forte rottura tra elites e elettorato. Mentre i gruppi dirigenti hanno celebrato con questa elezione una ennesima valutazione del lascito dell’esperienza di Blair, l’elettorato ha espresso un voto che chiedeva una proposta diversa.
Infine, i numeri raccontano di un futuro molto complesso per il partito di Corbyn. Il nuovo leader ha bisogno di 30-40 membri del parlamento che siedano nelle front bench del suo governo ombra: il doppio di chi lo ha sostenuto. Saprà Corbyn attrarre nella sua squadra e motivare a lavorare con lui persone lontanissime dalla sua linea politica? Inoltre, il vincitore ha posizioni decisamente eterodosse su alcuni dei grandi dossier che saranno a breve votati in parlamento, come l’incremento di una azione militare in Siria, oppure nel dibattito politico, come il referendum sul Brexit. Convincere 242 deputati ad avere una posizione pacifista anti-atlantista e quasi filo-russa quando il governo chiederà maggiori risorse contro l’Isis sarà una sfida. Così il nuovo leader dovrà chiarire la propria ambiguità nei confronti dell’Unione europea (nel 1975 Corbyn voto’ contro il referendum sulla comunità economica europea) e conciliare il favore dei sindacati alle ipotesi di Brexit con la tradizionale posizione filo-europeista della maggioranza dei deputati laburisti. Le ipotesi di scissione sono forse premature e forzate per un partito dalla storia secolare come il Labour e per un sistema politico tradizionalista come quello britannico, ma i prossimi mesi del Labour saranno certamente un cammino in salita.
Una delle frasi più citate di Tony Blair e’ probabilmente “we need to change Labour so we can change the country”. Il lascito di cambiamento dei tre governi Blair nella società britannica non è in discussione. Ma è evidente che all’azione trasformativa al governo è mancata una uguale capacità di adeguare il pensiero sul partito, sulle sue capacità di mobilitazione, partecipazione e invenzione. L’esperimento di community organizing iniziato da David Miliband non si è saldato bene a un partito di eletti e iscritti. È nella capacità di coinvolgere nel cambiamento, far partecipare le persone alle decisioni organizzative e di linea del partito che si misurerà il futuro del partito laburista inglese.

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