Una lettera scarlatta 2.0 per Doina Matei?

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Una colpevole ‘redenta’ può tornare a pieno titolo nel flusso delle vite degli altri, di cui i social network sono ormai elemento imprescindibile, senza che questo scateni ondate di indignazione quasi che si fosse reiterato il delitto?

La storia della revoca della semilibertà a Doina Matei potrebbe ricordare, per nascita, evoluzione ed epilogo, un episodio tutto italiano di Black Mirror, la serie tv britannica portata in Italia da Sky e ora prodotta da Netflix, che narra, con storie a tratti disturbanti, dei possibili effetti sulla società di un uso distorto e portato al limite delle nuove tecnologie.

Gli ingredienti ci sono tutti: la colpevole sfacciata che si mostra in pubblico su un social network, la pubblica indignazione che scatta quasi come un riflesso incondizionato e che proprio sui social network corre veloce come una macchia d’olio e, a completare (o forse innescare) il tutto, i giornali e le loro autorevoli firme ‘indignate’,  ormai campioni mondiali di velocità a farsi paladini di cause porta-lettori e clic.

Non è questo il luogo per prendere le parti di questa o quella tifoseria, che nulla aggiungerebbe al tanto (troppo) già detto e scritto. Più interessante invece può essere una riflessione, senza pretese di completezza,  sui meccanismi che hanno fatto diventare in meno di mezza giornata quei sorrisi inaccettabili, fino al punto da farne apparire la decisione del giudice di sorveglianza quasi una diretta conseguenza.

Eppure l’idea che i colpevoli possano e anzi debbano essere pienamente recuperati alla società è accettata e supportata dalla gran parte di noi.  Per questo la domanda sottesa qui appare un’altra,  e cioè: una colpevole ‘redenta’ può tornare a pieno titolo nel flusso delle vite degli altri, di cui i social network sono ormai elemento imprescindibile, senza che questo scateni ondate di indignazione quasi che si fosse reiterato il delitto? Oppure stiamo dicendo che va bene il recupero, ma per carità non ci si permetta mai più di farsi vedere in pubblico, si rimanga nascosti sotto al tappeto come si fa con la polvere, e se proprio se ne vuole uscire ci si appiccichi addosso una bella e grande lettera scarlatta?

E’ una domanda destinata a rimanere a fluttuare a futura memoria, e sulla quale sarebbe bene che soprattutto chi ha reagito indignandosi (cosa umanamente comprensibile, sia chiaro) sarebbe bene riflettesse. Che in fondo, come racconta bene Black Mirror, i meccanismi di massa prendono il sopravvento proprio quando, presi dalla frenesia di partecipare ai moderni riti collettivi a cui le nuove tecnologie fanno da detonatore, abdichiamo a quel supplemento di pensiero mai tanto necessario come oggi.

Un’ultima considerazione sui tempi e i modi della giustizia: siccome siamo tutti immersi in questo mondo tecnologico (anche i giudici), la prossima volta sarebbe forse bene che i motivi e i fondamenti giuridici a sostegno di decisioni come quella presa su Doina fossero resi da subito noti e chiari, per evitare di alimentare la bestia della pubblica indignazione con del cibo francamente non necessario.

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