Una legge per le primarie

Primarie
Le operazioni di voto per le primarie del centrosinistra per il candidato a sindaco di Napoli, nel quartiere di Scampia, 6 marzo 2016. ANSA/CESARE ABBATE/

Così si trascinano nel fango, sparando nel mucchio, un totale di circa 80mila italiani che vedono le primarie come una speranza

Fin troppo facile questo tirassegno sulle primarie e sull’unico partito nazionale che ha le physique du rôle per organizzarle. Soprattutto se detrattori e critici, con l’immancabile fuoco amico, trascinano come si dice nel fango, sparando nel mucchio, un totale di circa 80mila italiani in carne ed ossa che a Roma e a Napoli domenica sono usciti di casa e si sono presi la briga di cercare un gazebo, sborsare 2 euro e votare non tanto e non solo per le partite che si giocano nella Capitale o sotto il Vesuvio ma per rimettere in piedi una speranza.

Editorialisti, retroscenisti e politici pronti al consueto attacco ai democratici che invece sono sempre molto silenziosi e anzi quasi rispettosi del catalogo di finzioni di partecipazione che abbiamo sottomano, furbate che farebbero rivoltare nella tomba i Platone e i Kant, i Marx, i Popper e fanno piegare in due dalle risate i teorici contemporanei delle forme della politica. Non battono ciglio davanti ai gazebi improvvisati del centrodestra o ai fantomatici clic sul sito della Casaleggio Associati che si perdono in chissà quale sancta sanctorum di società private di web marketing gestiti da chissà quale solitario nerd che controlla però mail e contatti dei grillini parlamentari della Repubblica. C’è una differenza abissale, se permettete. Detto questo, della videodenuncia di Fanpage noi non sottovalutiamo nulla. E, per essere chiari e per il rispetto che dobbiamo ai 30mila votanti napoletani, per i quattro gatti ultimi soci delle bad company del passato ripresi davanti a pochi seggi c’è solo una soluzione: cari garanti, individuateli e buttateli fuori. Di sfasciatutto ne abbiamo piene le scatole, e non hanno alcun diritto di cittadinanza nelle primarie, costi quel che costi. Punto.

Chedeva ieri Antonio Polito sul Corriere: «Possiamo fidarci delle primarie? Dei loro risultati, dei numeri dell’affluenza, della correttezza dello spoglio, della libertà e segretezza del voto? Valgono anche per loro le regole e le garanzie che vigono per le elezioni vere e proprie? A giudicare da quello che si vede in giro no, non c’è da fidarsi. Eppure dovremmo poterci fidare. Perché, soprattutto grazie al Pd che ha introdotto questa novità in Italia, le primarie sono diventate parte integrante del nostro processo democratico». Se è così, e così è, il solo regolamento interno per gestire queste macchine organizzative non basta più. Le primarie sono ormai stabilmente inserite nella vicenda della democrazia politica italiana, vissute come un elemento «istituzionale», e allora occorre fare quel passo rimasto, come tante riforme, nel libro dei sogni. Vanno regolamentate per legge, in nome della piena applicazione dell’articolo 49 della Costituzione che è l’altra promessa dai tempi dell’Ulivo. Può essere approvata dal Parlamento, ma lo possono fare anche i consigli regionali a costo zero e con un copia e incolla della normativa della Regione Toscana, l’unica istituzione che le ha regolate nel 2004 applicandola alle primarie dei Ds per le regionali del 2005 e a quelle del Pd nel 2010.

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