Una fragile democrazia, che rischia un pericolo salto nel vuoto

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Turkey's President Recep Tayyip Erdogan speaks during a press conference at the end of the World Humanitarian Summit at Dolmabahce Palace in Istanbul, Turkey, 24 May 2016.
ANSA/SEDAT SUNA

Sembrava che le difficoltà che stava attraversando la democrazia turca non oltrepassassero la linea della privazione della libertà del leader di un partito di opposizione. Purtroppo ci sbagliavamo

Quando il 7 settembre scorso abbiamo incontrato Selahattin Demirtas nel quadro di una missione del Gruppo Pd della Camera in Turchia, non avremmo immaginato che la libertà personale e l’agibilità politica del leader di Hdp potesse essere compromessa così direttamente e in così breve tempo. Certo, nell’incontro, durato più di due ore, abbiamo ascoltato la sua puntuale descrizione del clima post-tentato golpe e del restringersi degli spazi di democrazia in Turchia. Abbiamo raccolto la sua denuncia circa il precipitare delle garanzie democratiche nel Paese, a partire dal fatto che su di lui stesso pendevano complessivamente accuse per più di seicento anni di carcere, sempre più o meno riconducibili a reati d’opinione qualificati come apologia del terrorismo per presunti legami con il Pkk.

Pure in quel clima, sembrava però che le difficoltà che stava attraversando la democrazia turca non oltrepassassero la linea della privazione della libertà del leader di un partito di opposizione o dei suoi parlamentari. Già da quell’occasione abbiamo testimoniato la nostra vicinanza, esprimendo tutta la nostra preoccupazione legata al fatto che 55 parlamentari su 59 dell’Hdp erano a rischio carcerazione dopo la sospensione dell’immunità parlamentare, una delle basilari garanzie per l’esercizio del mandato democratico. Una sospensione intervenuta attraverso una votazione nella Grande Assemblea Nazionale Turca già prima della lunga notte del tentato golpe del 15 luglio.

Da allora, come parlamentari del Pd abbiamo più volte manifestato sconcerto e condanna per l’ulteriore degenerazione della situazione politica. Mentre il conflitto aperto tra il gruppo terroristico del Pkk e l’esercito turco continuava a consumare decine di vittime, la repressione al tentato colpo di stato militare di luglio risultava nel licenziamento e la sospensione di più di 100mila dipendenti pubblici e in più di 32mila arresti. Tra questi molti giornalisti e alcuni esponenti politici, accusati di appartenenza o vicinanza al movimento gulenista responsabile del golpe fallito. A ciò si è aggiunta la chiusura di decine di emittenti Tv e testate giornalistiche e l’arre sto dei giornalisti, da ultimo quasi l’intera redazione dello storico giornale repubblicano Cumhuriyet, nonché il rinnovo dello stato d’emergenza.

Le misure intraprese sulla lunga scia del golpe hanno assunto via via sempre più i contorni di una ritorsione. Il clima di unità nazionale, fondamentale baluardo già dalla notte del 15 luglio per contrastare l’attacco alle istituzioni democratiche veniva incrinato dal fatto che il partito di Erdogan Akp respingeva la disponibilità delle opposizioni ad operare in un clima di unità nazionale.

Le notizie di ieri notte, con l’arresto dei due co-presidenti di Hdp, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, e di più di altri dieci deputati sono estremamente preoccupanti: con la neutralizzazione politica delle opposizioni la vita democratica della Turchia entra in una fase nuova, oscura e inquietante. Non si tratta soltanto di un pessimo segnale che conferma il degenerare dello stato di diritto in Turchia.

È soprattutto una pagina nera per il destino di un popolo amico e alleato: una grande nazione che con notevoli sforzi, affrancandosi da una storia di colpi di stato e parentesi autoritarie, con la stabilità democratica ha centrato negli ultimi due decenni importanti obiettivi economici, politici e sociali; e che oggi, per la mano pesante di un leader che non sembra più avere coscienza, scrupoli e pudore, fa un pericoloso salto nel vuoto. La notte del tentato golpe le opposizioni hanno difeso il parlamento e il governo, costituendo il miglior baluardo contro il grandissimo rischio corso dalla democrazia turca in quella notte.

Democrazia significa anche tutelare i diritti delle opposizioni: solo attraverso l’inclusione di tutti coloro che credono e difendono le istituzioni si creano sistemi forti contro le minacce e stabili nelle avversità. Come dimostra anche l’autobomba scoppiata poche ore dopo gli arresti a Diyarbakir, capitale della regione curda, nella grande nazione turca le tensioni sociali ed etniche sono inevitabilmente destinate ad aggravarsi. La grande preoccupazione che esprimiamo in queste ore non nasce da un accanimento critico contro la Turchia o il suo presidente o da un cosiddetto «fondamentalismo democratico», ma dalla convinzione che solo all’interno di dialettica democratica inclusiva e in un equilibrio politico-istituzionale virtuoso, la Turchia avrà speranza di governare le difficili sfide, interne e internazionali, che la attendono. È la storia della Turchia, anche recentissima, che ci ha insegnato questo.

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