Una donna uccisa ogni due giorni

Dal giornale
passi_Affrettati

Domani si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Questo è un estratto da “Passi affrettati” di Dacia Maraini che racconta il dolore di otto vittime

Passi affrettati racconta la storia di otto donne e bambine che sono state vittime di padri, fratelli compagni, mariti che le hanno ferite e spesso uccise per un malinteso sentimento di proprietà. Chiedendo aiuto ad Amnesty International, per raccogliere storie di tutto il mondo, sono venuta a conoscenza di migliaia di casi dolorosi. Sembra un paradosso, ma in tutti i paesi, sia quelli più emancipati che quelli più arcaici, le violenze contro le donne si assomigliano e nascono inevitabilmente dalla paura di perdere un possesso che l’uomo crede gli sia stato assegnato dal destino. (…) Propongo questi casi di cronaca, veramente avvenuti, perché aprano gli occhi e la mente a chi ha l’abitudine di voltare la testa dall’altra parte.

Storia I

LHAKPA: Il mio nome è Lhakpa Chungdak. Sono nata nelle montagne tibetane. Ora vivo in Cina. A 14 anni mi sono arruolata nell’esercito popolare che prometteva uno stipendio buono. Dopo le prime esercitazioni, una notte sono entrati in cinque e mi hanno stuprata. Erano soldati cinesi ubriachi. Li ho denunciati. Mi hanno chiusa in prigione. Una donna tibetana non è creduta quando dice la verità.

MADRE: Mia figlia Lhakpa era la bambina più vivace del villaggio. Sapeva cavalcare, sapeva intagliare il legno, sapeva suonare il tamburo. Nel villaggio l’aspettava una vita di miseria e di fatiche. È voluta partire per la Cina, la nostra temibile vicina, la nostra padrona. Ha letto un manifesto che invitava all’arruolamento e pensava di andare a fare il soldato.

LHAKPA: Danno una buona paga e si gira il mondo…

MADRE: Stai attenta, non c’è posto per i tibetani in Cina.

LHAKPA: Io voglio partire e partirò.

MADRE: Ricordati quello che hanno fatto a tua cugina, la monaca. L’hanno denudata e picchiata davanti a tutti chiamandola asino, cane, maiale, solo perché si dichiarava orgogliosa di essere tibetana.

L H A K PA : S o n o rimasta incinta dopo lo stupro. Al quarto mese mi hanno costretta ad abortire. Io lo volevo tenere il bambino. Ma loro non me l’hanno permesso.

VOCE AMNESTY: Il controllo del governo cinese è totale, e si estende anche al grembo delle ragazze. Nel corso dell’anno si sono contate 883 donne tibetane costrette ad abortire perché la loro gravidanza non rientrava nei piani tecnici del governo occupante.

VOCE ASSOCIAZIONE UMANITARIA: Le rigide misure di controllo delle nascite sono applicate in Tibet a tutte le donne fra i 16 e i 45 anni. (…)

VOCE AMNESTY: Se una coppia vuole un bambino, ammesso che sia stato loro accordato il diritto a sposarsi, deve tentare la sorte affidandosi ad un sorteggio comunale. Se è fortunata, potrà fare il figlio. Se va male il sorteggio, dovrà perdere anche quello che eventualmente la donna porta in grembo e poi attendere altri tre anni per avere un’altra occasione.

LHAKPA: Non dimenticate le donne tibetane. Molte come me languono in prigione per avere denunciato i loro stupri. Non dimenticate le donne tibetane.

Storia IV

JULIETTE: Il mio nome è Juliette, abito in Avenue Montaigne, a Beauville, in Belgio. Quando mi portarono al Pronto Soccorso con la testa spaccata e due denti rotti, dissi che ero caduta per le scale…

VOCE WOMEN FREEDOM: Juliette non osava raccontare ai suoi famigliari che l’uomo che aveva sposato, contro il parere di tutti, la picchiasse.

JULIETTE: Ci siamo conosciuti nell’ottobre dell’anno scorso. Fin dal principio era molto geloso e voleva sempre sapere dove ero, e con chi. Nel marzo di quest’anno sono cominciate le violenze fisiche. Alla fine di novembre mi ha talmente picchiata che sono stata ricoverata in ospedale. Mi decisi ad andare alla polizia, nonostante lui mi giurasse che non avrebbe bevuto mai più, mai più mi avrebbe picchiata. E invece, una sera è tornato stanco e affaticato, e ha preso a cercare la bottiglia. Era quasi comico, in mutande e canottiera, che frugava per tutta la casa, cercando qualcosa che lui stesso aveva nascosto.

PIERRE: Mi capita di bere, signor commissario, lo ammetto, ma non mi ubriaco mai veramente, rimango lucido. È lei che mi provoca, mi dice che non valgo niente, che sono un maiale. Io mi arrabbio e la picchio. Ma esagera, fa i drammi. Io certe volte mi faccio molto più male.

COMMISSARIO: Male come? C’è qualcuno che la picchia?

PIERRE: Beh, quando attacco briga con i ragazzi del bar. A volte ce le diamo di santa ragione. L’altro mese mi hanno spaccato il setto nasale, ma non ho fatto tante tragedie. Mia moglie anche per un graffio da nulla va alla polizia.

COMMISSARIO: È nel suo diritto.

PIERRE: E allora se penso a quando avevo cinque anni che mio padre si sfilava la cintura e mi frustava sulle gambe finché non sanguinavano. Io non fiatavo.

COMMISSARIO: Suo padre la picchiava?

PIERRE: Ogni giorno, sì. Qualche volta sa che faceva? Si puntava la pistola in testa e mi diceva: sparo? Io gridavo, no, papà, ti prego, no… Lui rideva. Diceva: c’è una pallottola in canna, sparo? No, gridavo e lui, ridendo premeva il grilletto. Hai visto? diceva, è andata bene, ora proviamo con te. Mi puntava la pistola contro la tempia e contava: uno, due, tre, sparo?

COMMISSARIO: Vada, vada a casa. Ma la prossima volta che picchia sua moglie, andrà dritto in galera.

BONNARD: Sono l’avvocato Marie Bonnard. Mi occupo di donne picchiate. Tutte le ricerche concordano nel dire che una donna su tre ha subito qualche forma di violenza all’interno della famiglia. Juliette è un caso curioso: passa dalla sicurezza della denuncia, alla paura e alla ritrattazione. Già due volte mi ha fatto ritirare la denuncia contro il suo uomo, Pierre Didieu.

JULIETTE (…) Pierre mi fa tenerezza. Quando è dolce, è molto dolce. Solo quando beve diventa violento. E io l’ho convinto a non bere più. Me l’ha promesso.

* “Passi affrettati” di Dacia Maraini è stato ripubblicato in questi giorni da Perrone Editore

Vedi anche

Altri articoli