Una domanda sulla strana guerra

Terrorismo
epa05105713 Investigators carry a body bag out of the Splendid Hotel in Ouagadougou, Burkina Faso 16 January 2016. According to media reports at least 23 people from 18 nationalities have been killed after Islamist militants attacked The Splendid Hotel frequented by many westeners in Burkina Faso. A joint operation by French and Burkina Faso forces freed many hostages. Al-Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM) has claimed responsibility.  EPA/WOUTER ELSEN

Tutti i musulmani in armi sono convinti di essere mujahiddin: altrimenti dovrebbero deporle o abiurare

Passato lo shock per i tragici casi della Siria e del Burkina Faso (lo shock passa presto, il dolore e la rabbia restano), quel che a distanza dei due eventi di Deir ez-Zor e di Ouagadougou si riesce a capire è ancora troppo poco: abbastanza, tuttavia, da impedirci obiettivamente di far l’errore (tutt’altro che innocente) che invece molti media italiani, europei e occidentali hanno già commesso e nel quale sguazzano alla grande: la solita condanna, tanto dura e intransigente quanto inutile e generica, contro il fanatismo e la barbarie di quelli che non a caso si qualificano con il più vago tra gli epiteti, i «jihadisti». Ora, nel mondo arabo o comunque musulmano, chi combatte nel nome del jihad è detto mujahid (al plurale mujahiddin). Dal momento che il diritto musulmano proibisce ai credenti di prendere sempre e comunque le armi contro altri credenti (precetto che i musulmani a onor del vero hanno infinite volte violato negli ultimi quattordici secoli), è evidente che essi possono combattere solo se ciò corrisponde a uno sforzo che qualche giuristateologo (e se ne trova sempre uno) dichiari “gradito a Dio” e coerente con la Sua volontà. Tutti i musulmani in armi sono convinti di essere mujahiddin: altrimenti dovrebbero deporle o abiurare.

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