Una democrazia in grado di decidere

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Una vera leadership guarda con rispetto al passato e si rivolge al futuro non con timore ma con entusiasmo

Ci sono alcune immagini che raramente lasciano indifferenti. Una di queste è quella che ha immortalato Michelle Obama che abbraccia George W. Bush all’inaugurazione del Museum of African American History and Culture pochi giorni fa. Dovremmo sorprenderci che la First Lady democratica si sia mostrata affettuosa con il presidente repubblicano, colui che ha preceduto Obama alla Casa Bianca? Direi di no, perché quello scatto è allo stesso tempo metafora e insieme monito alla civiltà dei rapporti politici, in un tempo caratterizzato dall’odio e dalla politica post-fattuale.

Stiamo parlando di inquilini o ex inquilini della Casa Bianca che nel loro mandato rappresentano tutti gli americani e da cui dipende la guida del popolo unito. Obama nel suo discorso non a caso ha evidenziato l’importanza di quel luogo e della storia che trasuda, una storia che ‘binds us together ’, ‘ci unisce’ ha detto, per poi aggiungere poco dopo ‘è centrale nella storia americana, che la nostra gloria derivi non solo dai trionfi più evidenti, ma anche da come abbiamo ottenuto il trionfo dalla tragedia, e da come siamo stati in grado di rifare noi stessi, ancora e ancora una volta, seguendo i nostri ideali più alti’. Una vera leadership, infatti, guarda con rispetto al passato, ma si rivolge soprattutto al futuro non con timore ma con entusiasmo. Un vero leader non pensa alle occasioni perse, chiude in soffitta rimpianti e rimorsi e si impegna per creare le condizioni di nuove possibilità. Colui che guida o aspira a guidare un popolo, ha un compito complesso, deve realizzare quel l’equilibrio fra credibilità e responsabilità, confrontandosi quotidianamente con richieste disparate e aspettative elevate. Eppure a lui oggi si chiede qualcosa in più.

Si richiede anche la capacità di trasmettere alle persone la consapevolezza che, al di là di differenti opinioni e posizioni, siamo tutti parte di una comunità tenuta insieme dallo stesso destino. La capacità di unire e di tenere insieme. Se si vince, si vince assieme e se si perde, perde ciascuno di noi. Invece quando si confrontano diverse prospettive tradotte in programmi, sempre più spesso toni inutilmente accesi e violenti diffondono e moltiplicano la diffidenza o l’indifferenza verso la politica. Al contrario un leader deve assolvere a una funzione quasi pedagogica che consiste nel rendere le persone consapevoli che ciascuno è chiamato a fare la propria parte. Per quale motivo dobbiamo rispondere a questo appello? Perché in gioco c’è una storia che è comune, e il corretto funzionamento della nostra democrazia.

La politica ha il coraggio e la responsabilità di indicare la strada, traccia un percorso, ma a camminare siamo tutti noi, ognuno deve fare un passo e ognuno ha una parte del racconto da continuare. Quale? Banalmente può essere la volontà di impegnarsi in prima persona per i piccoli grandi problemi del proprio quartiere o della propria città, oppure la voglia di fare volontariato, di dedicare parte del proprio tempo agli altri. Ancora, mi riferisco al desiderio di non accontentarsi dei pregiudizi ma di cercare la verità, di informarsi e confrontarsi nel merito delle questioni per il gusto di condividere e stare assieme. Qualche giorno fa scrivevo di leader progressisti, capaci di oltrepassare il rumore dei pregiudizi, del disfattismo, della paura del futuro e desiderosi di costruire ponti, ebbene quei ponti vanno creati innanzitutto tra di noi.

Il politico offre la sua visione, prospetta delle possibilità, tenendo sempre presenti ideali, valori e il pragmatismo necessario per operare una sintesi tra le richieste dei cittadini e le concrete possibilità di realizzazione delle politiche pubbliche, ma il percorso da fare è comune. Ognuno di noi deve inserire un tassello al variopinto mosaico del nostro futuro. Parlando della possibilità che ha ciascuno di fare la propria parte, non si può non pensare alla grande occasione che abbiamo davanti per fare letteralmente la storia, una tappa desiderata, perseguita, accarezzata così a lungo: il referendum sulla Riforma Costituzionale.

Il percorso è delineato, la meta è una democrazia finalmente in grado non solo di rappresentare domande ma di produrre risposte, in breve capace di decidere. La politica con tutte le difficoltà e le resistenze del caso è arrivata a decidere, ora tocca a noi, spetta a noi proseguire il cammino e tagliare il traguardo. Il prossimo 4 dicembre vogliamo restare sospesi nel passato oppure finalmente entrare nel futuro? Il bello è che basta solo un sì, quello di ciascuno di noi.

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