Una condanna per stupro non può nascere sui social

Giustizia
Manifestazione di protesta ieri a Firenze alla Fortezza da Basso contro la sentenza sul caso di stupro di una ragazza. Firenze, 29 luglio 2015. ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

L’assoluzione di un “branco” di presunti stupratori indigna Firenze. Ma le motivazioni della sentenza sono chiare

È di pochi giorni fa il deposito delle motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d’appello di Firenze sul noto caso della violenza sessuale di gruppo commessa ai danni di una ventiduenne presso la Fortezza da Basso. L’assoluzione dei sei imputati (il settimo già assolto in primo grado) ha scatenato una campagna di solidarietà nei confronti della presunta vittima, poiché, come buona parte dell’opinione pubblica sostiene, la decisione dei giudici fiorentini sarebbe fondata su un severo giudizio morale nei confronti della ragazza, colpevole di condurre una “vita non lineare”, di avere costumi sessuali disinibiti, di aver indossato, quella sera, un abbigliamento succinto, in sostanza di “essersi cercata” quanto le era capitato, in ragione della condotta di vita pregressa e del suo atteggiamento provocante.

Sull’onda della campagna virale, la Cgil ha addirittura organizzato una manifestazione “contro le motivazioni della sentenza”.

Viene a questo punto da chiedersi se qualcuno le abbia davvero lette queste motivazioni, cercando di capire perché quei ragazzi siano stati assolti, prima di indignarsi. Scorrendo quelle venti pagine, infatti, non si rinviene nessun passaggio in cui i giudici d’appello abbiano affermato di poter porre a fondamento dell’assoluzione un giudizio morale sui costumi sessuali della ragazza. Quello che invece emerge è l’assoluta contraddittorietà della sua versione, smentita persino dai testimoni d’accusa (le sue amiche, il suo ex ragazzo), dalle perizie, dai controlli sulle celle telefoniche e dalla circostanza di aver accusato un ragazzo, con cui aveva consumato un rapporto orale poco prima, in realtà rimasto per tutta la sera in Fortezza.

Dunque, nessun giudizio morale. Anzi, la giurisprudenza sostiene da tempo che la sola versione della persona offesa, anche priva di riscontri esterni, sia sufficiente per un giudizio di condanna, purché dotata di intrinseca credibilità oggettiva e soggettiva. Anche la prostituta può essere vittima di violenza sessuale, evidentemente senza che possa esprimersi nei suoi confronti una reprimenda per aver provocato il suo aguzzino; può esserlo, quindi, anche una giovane ragazza, che deve poter esprimere liberamente il proprio orientamento sessuale, come costituzionalmente riconosciuto, senza per questo dover essere giudicata.

Dal racconto, tuttavia, deve emergere il dolo degli imputati, la volontà di abusare della vittima, nella consapevolezza che questa opponga il suo dissenso: tutti i dettagli forniti dalla ragazza, utili a chiarire questo punto, sono stati sistematicamente smentiti. Chi di noi vorrebbe che il proprio figlio o fratello venisse condannato ad anni di reclusione per un fatto tanto brutale e infamante sulla base di una ricostruzione altrettanto fragile?

Ancora una volta, l’aggettivo virale per queste campagne social si dimostra il termine più corretto per definirle. L’onda d’indignazione s’ingrossa quanti più like, foto e condivisioni si diffondono in rete, come una malattia che si espande a tutto il corpo: in questo caso la malattia, che ha contagiato molti, anche tra i più noti giornalisti italiani, è l’ignoranza di esprimere opinioni senza essersi documentati e la supponenza di saper giudicare sempre meglio di chiunque altro.

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