Un vaccino contro l’antimodernità

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Il diritto alla salute non è un aspetto individuale ma fin dalla Costituzione è indicato come interesse della collettività

Poco più di un secolo fa, nelle trincee della prima guerra mondiale e nei campi di prigionia che andavano riempiendosi, iniziò il cammino di quella che sarebbe stata la più grave epidemia della storia. Fino a che il conflitto durò la censura bellica riuscì a tenere nascosto quello che stava avvenendo. Nel 1918 col ritorno a casa dei soldati dai fronti e dei prigionieri la più grande bomba epidemiologica scoppiò in maniera inarrestabile. Quella malattia non era altro che un forma particolarmente micidiale di influenza e fu chiamata spagnola. In pochi mesi tra il 1918 e il 1919 secondo le ricostruzioni di allora colpì qualcosa come un miliardo di persone e ne uccise 50 milioni. La guerra, la prima guerra mondiale e tecnologica il grande massacro aveva fatto 10 milioni di morti, quasi tutti tra i soldati.

La spagnola uccise senza distinzione donne e bambini, ricchi e poveri, anziani e giovani  con una particolare predilezione per i più deboli. In Italia le statistiche sono incerte, c’è chi parla di 375mila vittime chi di 650mila. Anche se prendessimo per buona la cifra più bassa e tenendo conto che la popolazione del nostro paese era attorno al 36 milioni di abitanti, vuol dire che in pochi mesi un italiano su cento morì di spagnola. Ma perché parlare di spagnola, un secolo dopo? La mia non è una curiosità storica. Alla spagnola ho ripensato leggendo le polemiche di questi giorni sui vaccini.

La notizia è nota, da quando una serie di vaccinazioni non è più obbligatoria il numero dei bambini che vi si sottopone sta subendo un calo accentuato tanto che per alcuni medici l’abbassamento della copertura rischi di far riemergere malattie che sembravano sostanzialmente scomparse. Altri molto meglio di me affronteranno la questione dal punto di vista epidemiologico e medico.

Ma c’è, anche in questa vicenda qualcosa che va ben al di là della medicina, e appartiene semmai al modo con cui noi percepiamo il mondo e ci confrontiamo con esso. Perché il rifiuto dei vaccini sta assumendo dimensioni di massa? Perché si torna a discutere di obbligatorietà contro volontarietà? E che ruolo ha in questa vicenda un approccio “fai da te” così tipico della società dei social e dei consigli on line? Credo che sia necessario partire da queste domande. Intanto credo che il passaggio scelto qualche anno fa dalla obbligatorietà alla volontarietà per una serie di vaccini (altri restano obbligatori) non sia stato un errore.

Si voleva puntare sulla crescita del rapporto tra famiglie e pediatri, sulla consapevolezza diffusa dei rischi potenziali della mancata vaccinazione. Insomma ci fu allora un investimento culturale. E per qualche anno le percentuali dei vaccinati rimasero sostanzialmente allo stesso livello di prima. È in questi ultimi due anni che le cose sono cambiate. Cosa è successo? La risposta di molti è che si tratti solo il contraccolpo per le notizie dello scorso inverno riguardanti partite di vaccini antinfluenzali dannose. Ma non credo si tratti solo di questo. C’è qualcosa di più, c’è quell’aspetto che ho altre volte rilevato in settori diversi che chiamerei sfiducia, paura, ricerca di soluzioni personali, diffidenza verso le istituzioni pubbliche, riaffiorare di sentimenti millenaristici. Si tratta di molti sentimenti antichi ma anche di qualcosa di nuovo: l’opposizione ai vaccini fa parte anche di quei sentimenti “complottistici” che ogni tanto emergono sugli argomenti più disparati, dalle scie chimiche al fatto di mettere in dubbio ogni ricostruzione ufficiale. Avete presente quelle frasi (e quelle trasmissioni televisive) in cui si dice che l’uomo non ha mai messo piede sulla luna? C’è, credo in tutto ciò, un rifiuto risentito della modernità. Non una contrapposizione culturale quando una diffidenza (ecco la parola che torna) strisciante e persino immotivata che non ha bisogno dell’evidenza scientifica e che anzi la teme perché anche essa è un potenziale inganno. Intendiamoci, io non ho mai creduto alle “meravigliose sorti e progressive” su cui ironizzava Leopardi, e neppure ad una lettura positivistica del rapporto tra uomo, scienza e natura ma passare da questo ad una sorta di irrazionalismo pessimista c’è di mezzo un mare culturale.

E torniamo al problema, che mi pare sia quello di riannodare un elemento di fiducia tra le persone, di fiducia tra i cittadini e le istituzioni. Si parla di tornare all’obbligatorietà. E a sostenerlo non sono certamente dei nemici delle libertà individuali. Un giurista come Vladimiro Zegrebelsky ha ricordato come il diritto alla salute non abbia solo un aspetto individuale, che ciò esso sia fin dalla costituzione indicato come un interesse della collettività. È un punto di estrema delicatezza, in cui si scontrano libertà individuale e tutela della salute pubblica. Un tema che vale anzitutto per le vaccinazioni in cui è in gioco non solo la salute del singolo. L’esempio più classico è quello della rosolia: si tratta nella generalità dei casi di una malattia non grave ad esempio per gli uomini. Vaccinarsi serve quindi a tutelare non se stessi ma ad evitare di contagiare le donne in gravidanza per gli effetti gravi che questa malattia può avere sul feto.

Con una straordinaria sintesi tutto questo l’ha raccontato Sergio Staino su l’Unità di qualche giorno fa. Alla figlia che gli chiede perché tanti ce l’hanno coi vaccini Bobo risponde semplicemente: “Perché contro le psicosi collettive non è stato inventato un vaccino”. Io credo che l’opzione della non obbligatorietà sia da confermare, a patto che si affronti la sfida culturale che la sorregge. Una sfida in qualche modo nuova e che non va limitata al campo medico. Una sfida che riguarda mille campi della nostra vita (non esclusa la politica).

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