Un Sinodo speciale

Vaticano
Pope Francis leads the XVI Ordinary Meeting of the Synod of Bishops at the Synod Hall, Vatican City, 05 October 2015.    ANSA/ETTORE FERRARI

La scelta del tema è la cosa inedita e davvero coraggiosa

L’onnipotenza di Adamo, la sua assoluta superiorità è come l’enorme libertà dell’uomo di oggi: entrambi si scontrano con la solitudine e con il bisogno della relazione d’amore, nella loro concretezza. Questo il cuore, la premessa al Sinodo sulla famiglia annunciata da papa Bergoglio all’Angelus di domenica. La scelta del tema è la cosa inedita e davvero coraggiosa.

Una scelta coraggiosa, prima ancora delle decisioni finali del Sinodo e degli schieramenti tra conservatori e riformatori che le sosterranno. Difficile infatti trovare un argomento più scomodo, urticante e divisivo della famiglia. Per lui, poi, che cerca sempre soluzioni unitarie. Poche istituzioni sono così in crisi e insieme così indistruttibili come la famiglia, poche così demodè e però ambìte come traguardo per gli ultimi diritti conculcati. Poche il luogo della più accattivante idealizzazione dell’amore totale e, insieme, delle ipocrisie egoistiche quando non delle peggiori violenze private. Il coraggio di impegnare tutte le chiese del mondo, e per così tanto tempo, attraverso consultazioni capillari e diatribe teologiche estreme, alla luce e sotto i riflettori, non significa un cedimento al mondo, come i conservatori più ingenui credono.

Del resto questo è un papa profondamente antimondano e antimoderno, del tutto post-ideologico, per il quale si attaglia perfettamente la definizione secondo cui tradizione non è adorare le ceneri ma tenere attizzato il fuoco. Grazia e non disciplina, misericordia e non condanna, ascolto e non giudizio Non non si tratta dunque delle nostre logiche conciliari tra chi era più o meno dialogante e aperto al mondo, un mondo concepito sostanzialmente come buono, contro i conservatori che lo condannavano in quanto sostanzialmente cattivo e peccaminoso. Per Bergoglio, non è questo il punto ma è che la chiesa deve partire dalla realtà. Questo è il cuore della questione. Non condannare o benedire, non giudicare o assolvere ma partire da come stanno davvero le cose, guardando in faccia i problemi. In questo si scorge il suo approccio psicoanalitico prima ancora che teologico.

Consiglio di leggere il discorso che ha rivolto all’episcopato americano nel suo ultimo viaggio. Ciò che ha detto a quei vescovi conservatori e ostili, a Obama, è un manifesto straordinario di realismo. A partire dai mali interni alla chiesa che in quel caso raggiungono gli orrori della pedofilia. La sua franchezza spazza via il sentimentalismo moralistico e sdolcinato con cui il cattolicesimo conservatore avvolge l’esaltazione della famiglia rendendola così poco attraente. Il suo realismo accarezza temi difficili, come la fatica delle relazione affettive stabili, l’individualismo imperante e, per la prima volta, mette sul tappeto senza tanti giri di parole il tema dell’omosessualità. Senza sconti o furberie gesuitiche. Per tutto ciò è risultata così penosa, poco convincente e di fatto del tutto controproducente l’uscita del prelato polacco Charamsa, così scopertamente strumentale, ingenuamente farcita di tutti i cliché del lobbismo gay meno credibile, invisi, per primo, a moltissime comunità gay che hanno preso le distanze.

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