Un sindaco, una lista. Così si evitano frammentazione e ricatti

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La legge sull’elezione diretta del sindaco contiene due “obbrobri” che hanno portato allo sfascio dell’idea di partito e che dovrebbero essere corretti

È sotto gli occhi di tutti la crisi dei partiti, individuati dalla Costituzione come strumenti tramite i quali i cittadini possono concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, e della proposta politica e le difficoltà di una adeguata selezione della classe dirigente.

La legge elettorale del 1993 sull’elezione diretta del sindaco ha, a mio parere, due obbrobri che intersecano in maniera molto pesante il tema di cui stiamo trattando. Il primo risiede nella possibilità degli “apparentamenti” nei comuni al di sopra dei 15.000 abitanti. Tale possibilità genera delle distorsioni che si stanno rivelando micidiali. La pluralità di liste a sostegno di un candidato, elimina di fatto quella che una volta era la lista del partito/comitato che sosteneva il proprio candidato; moltiplica all’infinito il numero dei candidati ai consigli con il risultato che “si rema” per famiglie, si cercano candidati da contrapporre per parentele e per bacini elettorali a prescindere, vanificando ogni senso di appartenenza o di ispirazione politica e ideale; rende nei fatti incontrollabili le candidature da tutti i punti di vista, primo fra tutti quello della loro integrità morale; alimenta il caos elettorale, invece di semplificarlo.

Le conseguenze sono lo sfascio dell’idea di partito e lo sfascio dell’unitarietà di intenti a sostegno del candidato a sindaco.

Ma la conseguenza ancora più devastante è che da queste liste di appoggio spesso e volentieri nascono poi nuovi gruppuscoli politici sia in seno ai consigli sia nelle comunità civiche, con un effetto di polverizzazione dell’azione politica e, cosa ancor più grave, con la moltiplicazione delle richieste di assessorati e di posti di sottogoverno in nome di “quell’appoggio che ti ha fatto vincere”.

Bisogna eliminare questa distorsione e tornare ad un sistema nel quale ogni candidato ha una sua sola lista compatta che fa riferimento a un partito o a un comitato, i quali solo così possono fare selezione di classe dirigente, solo così possono elaborare proposte e linee politiche coerenti, eliminando pretese indicibili, ricatti e ricattucci, presenze che con la crescita civica non hanno nulla a che vedere.

Il secondo obbrobrio sta nell’obbligatorio ritorno alle urne in caso di crisi determinata dalle dimissioni del sindaco o dalle contemporanee dimissioni di una maggioranza consiliare.

A mio modesto parere, tale fattispecie non ha portato né a risultati di positività eclatante, né a maggiore stabilità. Quanti sindaci, col trascorrere dei mesi, hanno visto ridurre al lumicino la propria maggioranza, sotto i più vari ricatti, fino a perderla tre-quattro mesi prima della naturale scadenza, onde impedire una ricandidatura forte del potere della carica in scadenza? E poi perché dare tanto spazio ai commissari prefettizi e indurre in imprevisti e sconcertanti traumi le comunità civiche, quando, eliminando lo scioglimento automatico dei consigli, si potrebbe passare a nuove sindacature nell’ambito del consiglio in carica ove si riuscisse a formare una maggioranza alternativa, tramite la sfiducia costruttiva, intorno a un nuovo sindaco sempre nel seno dello stesso consiglio? Si potrebbe osservare che così cadrebbe l’idea dell’elezione diretta. Ma in Germania il sistema esiste per il governo del Paese e perché non potremmo adottarlo per il governo dei nostri enti locali?

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