Un Sì per i padri costituenti e per gli Stati Uniti d’Europa

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Panoramica dell'Aula durante il seguito della discussione agli emendamenti del disegno di legge per la riforma della Costituzione al Senato, Roma, 2 ottobre 2015.       ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

I padri costituenti hanno partorito una prima parte della Costituzione che è la più bella che esista al mondo. La seconda parte da tanto tempo non funziona più. Non modificarla sarebbe tradirne lo spirito

Da qualche settimana sto pian piano riempiendo con articoli, approfondimenti, spunti e riflessioni una cartellina su cui ho scritto a pennarello “archivio riforma cost.”. Un archivio poco digitale, lo so, un po’ alla vecchia maniera, ma a volte serve. Decine di contributi da leggere e rileggere per provare ad essere preparati ad una sfida complessa. Quale? Quella di parlare con le persone – tutte – e provare a convincerle una ad una che il Sì al referendum costituzionale di ottobre è l’unica scelta per chi ha a cuore il proprio futuro e quello dell’Italia.

Con umiltà e convinzione dovremo farlo giorno dopo giorno da qui al momento del voto: mai come questa volta non verremmo perdonati se non lo facessimo. Non ci perdonerebbe il passato; e non ci perdonerebbe, soprattutto, il futuro. Per quanto riguarda il passato, davvero non possiamo tradire lo spirito e l’opera dei padri costituenti respingendo una riforma costituzionale certamente imperfetta – come ogni riforma – ma che finalmente trova rimedio alle più importanti disfunzionalità del nostro assetto istituzionale.

La straordinaria grandezza dell’opera dei costituenti sta nell’aver disegnato, all’indomani della fine del ventennio fascista, una prima parte della Costituzione che è la più bella che esista al mondo. La seconda parte, tuttavia, figlia di un inevitabile compromesso e comunque risultato di una precisa fase storica, da tanto tempo non funziona più: semplicemente quell’assetto istituzionale impedisce nella realtà di oggigiorno la concreta realizzazione dei valori iscritti nella prima parte della Costituzione.

Se vogliamo tenere fede a quei valori, garantendone l’attuazione concreta senza tradirli, dobbiamo contribuire col nostro voto a una riforma del sistema istituzionale non più rinviabile. Ma c’è di più. Davvero qualcuno crede che la grandezza della nostra Costituzione risieda in quella precisa forma che i costituenti le hanno dato? O piuttosto invece la grandezza dell’opera di quei padri costituenti è stata quella di saper rispondere con quella Costituzione alle sfide del loro tempo?

Modificare la Costituzione non significa tradire lo spirito dei padri costituenti, bensì rendergli onore, merito e giustizia. Lo spirito dei padri costituenti consiste esattamente nell’aver adattato un testo costituzionale alle sfide e ai bisogni del proprio tempo: quello spirito infuso in quel testo noi lo tradiamo se non facciamo altrettanto; lo tradiamo se santifichiamo e conserviamo la forma che quei costituenti hanno disegnato 65 anni fa; sono fermamente convinto che quei padri costituenti vedrebbero onorato il loro operato se avessimo il coraggio di fare altrettanto, in risposta alle sfide e ai bisogni del nostro tempo, che non sono più quelli di 65 anni fa.

Io credo che sia esattamente ciò che loro vorrebbero da noi, che imitassimo il loro esempio. Non a caso la nostra Costituzione prevede un articolo straordinario come il 138. Per quanto riguarda il futuro invece, bisogna guardare all’Europa. Per il nostro Paese oggi in Europa il bene più prezioso che esista si chiama credibilità. E la credibilità passa anche, se non soprattutto, dalla stabilità e dalla capacità di riformarsi. E l’Italia sta lentamente ma costantemente riacquisendo quella credibilità che oggi serve per essere protagonisti in Europa. Il fallimento del processo di riforma costituzionale ci condannerebbe ad un inferno fatto di ingovernabilità, caos istituzionale, bicameralismo paritario con corpi e leggi elettorali differenziati.

Un assoluto disastro sul piano interno che, per di più, distruggerebbe la nostra credibilità europea, con conseguenze davvero difficili da prevedere. Insomma: lo dobbiamo al passato, ce lo chiede il futuro. Ad ottobre non facciamo scherzi per favore.

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