Un Sì nel merito per un’Italia più forte

Referendum
A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Rome, Italy, 17 April 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La consultazione italiana dentro lo scontro a livello europeo

La riforma costituzionale ha buone ragioni per essere confermata con un sì convinto e #nelmerito al referendum di ottobre, perché, in primis:

1) pone le condizioni per una maggiore stabilità (e quindi efficacia) dei governi, legando l’esecutivo al vincolo di fiducia con la sola Camera e risolvendo l’anomalia italiana del bicameralismo perfettamente paritario. Il governo dipenderà maggiormente dalla volontà degli elettori e meno dagli equilibri – talvolta gli equilibrismi – interni ed esterni a partiti e coalizioni e sarà più credibile e forte nel contesto europeo ed internazionale.

2) semplifica e razionalizza il rapporto tra Stato e Regioni, prevedendo un Senato delle autonomie che – rappresentando una “camera di compensazione” tra istanze nazionali e territoriali – è l’unica garanzia per ridurre il conflitto tra i diversi livelli istituzionali e rendere funzionante il meccanismo del “chi fa cosa” per il cittadino.

Sarà necessario far valere anzitutto queste ragioni nel corso di una campagna referendaria che sarà inevitabilmente influenzata dall’esito delle amministrative del 5-19 giugno e da quello che i risultati di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna ecc. ci diranno sul livello di “presa” sull’elettorato di maggioranza ed opposizioni.

Se Matteo Renzi ha fatto bene a legare il proprio destino politico all’esito del referendum di ottobre (basti pensare a quali sarebbero state le – legittime – reazioni se avesse fatto il contrario…), la personalizzazione del confronto e dello scontro attorno alla figura del presidente del consiglio e leader Pd rischia però di far perdere completamente la portata dell’occasione che gli elettori italiani si trovano davanti.

Per comprendere questa occasione può essere utile considerare il “prequel” che ci ha portato al referendum di ottobre ed il contesto europeo ed internazionale in cui ci muoviamo.

Il “prequel” 

L’antefatto di questa campagna referendaria sintetizziamolo così: dopo un lungo periodo di instabilità, il Presidente Giorgio Napolitano impone alle forze politiche – uscite da un risultato elettorale senza vincitori – di far essere l’attuale legislatura una legislatura costituente, per correggere le anomalie che fanno del nostro assetto istituzionale uno dei più disfunzionali tra tutti le democrazie avanzate.

Tolti Lega e Cinquestelle – per i quali il successo delle riforme minerebbe la loro stessa ragion d’essere (i populisti propongono sé stessi, non le riforme, come risposta ai problemi dei cittadini) – tutti i partiti raccolgono più o meno volentieri l’invito di Napolitano: nasce così il progetto di riforma – anticipato dalle riflessioni della “commissione dei saggi”, impostato in gran parte dal governo Letta-Alfano e portato a compimento con determinazione dal governo Renzi –, progetto a cui Silvio Berlusconi ritira l’appoggio nel corso della discussione parlamentare, seguito però solo da parte del proprio partito.

Anche a sinistra del Pd (e all’interno della minoranza del partito) le frustrazioni aumentano e trovano sfogo nel referendum “trivelle” del 17 aprile scorso (http://www.libertaeguale.it/?p=17164) in cui le forze avverse alla leadership del governo e del Pd – pur uscite sconfitte – trovano il modo di coagularsi e “parlare” al Paese.

Intanto la riforma costituzionale viene approvata in Parlamento, il referendum confermativo previsto ad ottobre e ci troviamo attualmente in quel breve arco di tempo che va dalla consultazione del 17 aprile al risultato dei ballottaggi delle amministrative del 19 giugno prossimo: un Vietnam di scadenze elettorali in cui c’è il rischio oggettivo di perdere la bussola. Fine del prequel.

Il contesto europeo ed internazionale (una stagione di incertezze e di referendum)

Parafrasando Einstein, non sappiamo oggi con quali armi giocheremo il finale di questa campagna referendaria, molto dipenderà dall’esito delle amministrative. Ma dal 20 giugno in poi si entrerà nel vivo e – quali che siano gli scenari (un Pd ed i suoi avversari rispettivamente indeboliti o rafforzati dal risultato elettorale) – è necessario fin d’ora tenere presente il contesto europeo ed internazionale in cui si muove l’Italia e perché l’analisi di tale scenario rafforza il sì alla riforma.

Quella che viviamo è una stagione di incertezze economiche, geopolitiche e sociali, caratterizzata in Europa da un significativo succedersi di referendum la cui valenza travalica quella dell’elettorato nazionale via via interpellato: pensiamo il referendum greco del 5 luglio 2015, al prossimo referendum britannico sulla cosiddetta “Brexit” (noi ci auguriamo “Brexin”…) del 23 giugno prossimo, ma anche a quello olandese del 6 aprile scorso sull’accordo Ue-Ucraina.

Ecco, il referendum italiano di ottobre si colloca senza dubbio in questa sequenza, rappresentando un’occasione per gli italiani per rafforzare in Europa la fiducia sulla possibilità che le grandi democrazie dell’Ue siano in grado di rafforzarsi e riformarsi per far fronte in modo più efficace alle sfide di questo secolo.

A questo proposito, possiamo ricorrere alla teoria cosiddetta “istituzionale”, elaborata dall’economista Daron Acemoglu e dal politologo James A. Robinson, nella loro opera di largo quanto meritato successo“Why nations fail”: in sintesi, per Acemoglu e Robinson la prosperità o il fallimento di una nazione si basa sulle istituzioni che essa si dà nel corso del tempo.

I due studiosi Usa rimarcano come siano le istituzioni (politiche ed economiche) inclusive (quindi aperte, pluraliste) a garantire la prosperità di una nazione mentre – al contrario – istituzioni “estrattive”, chiuse (in inglese extractive) determinano inevitabilmente il fallimento delle nazioni che le assumono.

La domanda da porci quindi in vista di ottobre è #nelmerito: intendiamo lasciare che l’attuale assetto istituzionale continui a limitare le possibilità per la nostra democrazia di attuare i principi contenuti nella prima parte della nostra Costituzione (in particolare, all’articolo 3) oppure vogliamo cogliere l’occasione di riformare alcune delle regole del gioco istituzionale per consentire all’Italia di essere un Paese più stabile, inclusivo e – si spera nel futuro – prospero?

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