Il treno di Renzi fa ancora tappa alla Leopolda

Leopolda 2015
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Dopo cinque edizioni che hanno segnato l’ascesa di Renzi e del suo “popolo”, quale sarà il significato politico dell’appuntamento di quest’anno all’ex stazione di Firenze?

“Arriva il treno dei nostri pensieri. E arriva alla stazione Leopolda. Sarà proprio l’orario del treno il filo rosso di collegamento tra gli eventi di questa edizione, la Leopolda numero sei”. Cosa abbia voluto dire Matteo Renzi nella sua ultima eNews ancora non è ben chiaro a nessuno e l’evocazione del treno che arriva in orario certo non è granché dal punto di vista storico. Ma il lancio della sesta edizione della Leopolda ha già creato fermento. A Roma – perché inevitabilmente il quartier generale si è spostato negli ultimi anni – sono già iniziate ad arrivare telefonate un po’ da tutta Italia per capire cosa si fa, come si fa, soprattutto perché si fa. Le uniche cose note, infatti, sono le date (11-13 dicembre), il luogo (of course) e l’amletico leitmotiv ferroviario.

Di sicuro avranno un ruolo da protagonista le riforme approvate dal governo e quelle in cantiere. E il palco della stazione fiorentina continuerà a essere ancora una volta un luogo di selezione/promozione della nuova classe dirigente renziana, che è diventata in gran parte la classe dirigente del Paese. Per il resto, è ancora da definire come si evolverà un format ormai consolidato, ma che finora è stato in grado di rinnovarsi di anno in anno.

Tutto nasce nel 2010, anno che segna il debutto dei rottamatori Renzi-Civati. Il primo incontro, curiosamente, non è a Firenze, bensì a Milano, dove si ritrovano i due protagonisti emergenti del Pd con due tra quelli che sono rimasti ancora i loro più stretti collaboratori (Luca Lotti e Paolo Cosseddu) e altri due che – per motivi diversi – hanno seguito altre vie (Marco Agnoletti, oggi portavoce del sindaco di Firenze Nardella, e Samuele Rocca).

Ma quella che sembrava una premiata ditta si è rivelata presto una coppia che scoppia. Per due aspiranti protagonisti è complicato rimanere sullo stesso palco a lungo. E Pippo non è l’unico a essere passato da quelle parti da prim’attore, per poi finire presto nel dimenticatoio leopoldino. E non mancano nemmeno quelli “recuperati” nel tempo, dopo un periodo di standby.

Nel 2011 la protesta si è fatta proposta, con l’esplosione del Big Bang (allora slogan creativo, oggi fondazione e vera cassaforte del movimento renziano) e le cento proposte del Wiki-Pd (alcune oggi diventate realtà o quasi, a partire dalla prima: “Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili”; altre col senno di poi hanno avuto minore fortuna). Civati c’è ancora, ma sul palco ci sta un minutino appena (a parlare di personalismi, tra l’altro), mentre i protagonisti politici (al di là dei vari Baricco, Farinetti, Pif, Serra, Brizzi, ecc.) iniziano a essere altri: da Matteo Richetti, che sembra poter diventare il nuovo dioscuro di Renzi (ma anche lui tramonterà presto), a Giorgio Gori, che inizia a curare in prima persona la comunicazione del sindaco di, fino a Graziano Delrio, che assume presto il ruolo di grande saggio del renzismo in versione moderata.

Il 2012 è l’anno della “discesa in campo”. La sfida è portata subito al massimo livello, quello della competizione per la conquista del governo. Le primarie contro Bersani segneranno di lì a poco la prima (e finora unica) grande sconfitta di Renzi, ma getteranno anche le basi per tutto ciò che arriverà dopo. La Leopolda arriva quasi al termine del giro dell’”Italia viva” iniziato con l’annuncio della candidatura a Verona e lo slogan scelto (“Il meglio deve ancora venire”) è forse più lungimirante di quanto lo stesso Renzi potesse aspettarsi. Il discorso conclusivo è giudicato ancora oggi da molti come il migliore mai fatto da “Matteo”, ma prevede già quello che sarà l’esito ai gazebo di lì a poco: il mantra “i sondaggi si cambiano”, l’invito a “fare un quarto d’ora di fila” e a portare a votare la “zia Concetta” mostrano un rottamatore che oggi forse abbiamo dimenticato. Quello costretto a rincorrere. Chissà se lo ricorda anche lui.

D’altra parte i ruoli si capovolgono presto. La quarta edizione della Leopolda è contrassegnata dagli “spingitori”: molti di quelli che appena un anno prima giudicavano il popolo leopoldino un oggetto estraneo al Pd, ora sono in prima fila ad applaudire, a cercare di contaminarsi o a segnare già un passaggio di consegne anticipato (Epifani). In meno di un anno, infatti, il carro di Renzi passa dal dover riparare i danni della sconfitta al viaggiare verso una vittoria praticamente senza avversari al congresso. La tentazione di salire, allora, coinvolge molti, a partire dalla componente di Dario Franceschini. Il rottamatore, però, avverte: non salite a bordo, ma mettetevi a spingere.

I risultati si vedono un anno dopo. Matteo Renzi è diventato presidente del Consiglio e la Leopolda tutta è chiamata alla grande prova del governo. Bruciate tutte le tappe forse fin troppo in fretta, Renzi si trova a dover fronteggiare il malcontento dei suoi fedelissimi della prima ora per la contaminazione che ormai ha travolto il movimento. L’appuntamento è pensato apposta per rendere plastico il passaggio da un gruppo di giovani (o meno) scalmanati alla responsabilità di chi si trova in mano le sorti del Paese. Meno interventi dal palco e più spazio ai tavoli programmatici, meno “popolo” e più testimonial. L’aria dentro l’ex stazione è cambiata, si avverte subito, e sul palco si trovano a parlare uno dopo l’altro Gennaro Migliore e Andrea Romano, mentre Davide Serra annuncia di voler prendere la tessera del Pd: la Leopolda si fa partito. Di più, si fa Partito della Nazione. Perché per quanto molti “leopoldini” siano ormai confluiti nel Pd, la platea della stazione fiorentina avrà sempre l’ambizione di rivolgersi al di là dei confini dem.

Si tratta ora di trovare un senso anche a questa edizione 2015. Un senso politico, naturalmente. Perché rimane sempre di fondo quello emotivo di un gruppo consistente di persone che non avevano nulla in comune fino a pochi anni fa e che dentro quella ex stazione hanno imparato presto a conoscersi e a ritrovarsi.

Ora che quel popolo è diluito in qualcosa di più grande, perfino più grande dello stesso Pd; ora che la sfida della conquista del Paese è vinta, ma quella del cambiamento è appena agli inizi e le difficoltà sono già evidenti a tutti; ora che inevitabilmente persone e principi delle prime Leopolde sono costretti a cedere il passo a nuovi nomi chiamati a ricoprire incarichi di responsabilità e a nuove posizioni dettate dalla realpolitik; ora che le urne sono ancora troppo lontane per poter rilanciare il messaggio originario per una sfida di governo finalmente autonoma. Ecco, ora la Leopolda dovrà dare una risposta a questa domanda: ragazzi, cosa ci resta da fare?

 

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