Un sapore amaro nel sogno dell’Erasmus

Europa
epa05224241 Two students hug each other after signing the condolence book set up at the historic headquarters of the University of Barcelona (UB) in memory of the victims of the coach crash, in Barcelona, northeastern Spain, 21 March 2016. A total of 13 Erasmus students, most of them from Italy, died on 20 March in a bus crash on the AP-7 motorway near Freginals. The students were heading to Barcelona after attending Las Fallas Festival in Valencia, eastern Spain.  EPA/TONI ALBIR

La tragedia di ieri ferisce l’immaginario collettivo di un’esperienza che ha insegnato a molti cos’è davvero l’Europa

Oggi siamo sbigottiti davanti a una tragedia privata, che è quella di tredici ragazze, delle loro famiglie e degli amici che non le vedranno tornare a casa. Nel profondo rispetto e cordoglio, nella delicatezza dovuta, questa tragedia è però diventata anche pubblica, perché ferisce un immaginario collettivo. E nel farci carico del futuro, come tocca senza scelta a chi resta, e nel tentare di onorare la memoria di queste ragazze, vale la pena fermarsi un momento a riflettere.

L’Erasmus è per molti il primo vero “allontanamento” da casa. Un’occasione per imparare, per costruirsi un poco di curriculum e, perché no, per divertirsi. Chi ha più o meno la mia età sa che ai genitori, persino ai più apprensivi, l’idea dell’Erasmus non è mai dispiaciuta. Trasmette una sensazione di sicurezza, di protezione, come se non si andasse veramente “altrove”, ma in una parte differente di una casa comune. L’Erasmus è una formula “standard”, divenuta patrimonio collettivo: porta in dote al singolo, che ne fa esperienza, un supporto materiale (strutture, organizzazioni, uffici a esso dedicati in pressoché tutte le Università europee) e immateriale (il senso di cittadinanza, la condivisione di un percorso). Ma sulle spalle della pluralità di singoli, alcune strutture comunitarie si sono forgiate: le Università hanno fatto rete, internazionalizzandosi di conseguenza; le strutture economiche, turistiche e dei trasporti ne sono state influenzate.

Non viviamo più, per fortuna, nell’epoca del servizio militare obbligatorio. In una sorta di sua vece, abbiamo qualcosa di molto più bello: l’Erasmus come (facoltativo, ma ormai di massa) servizio civile, tanto che proprio l’Erasmus è il modello ispiratore per una proposta, in itinere e partita dall’Italia, di organico servizio civile europeo.

L’Erasmus ci insegna cos’è l’Europa: un sentimento e un’organizzazione, che si tengono insieme, tanto da non saper quasi più distinguerli. Il primo senza la seconda non pone radici durature, la seconda senza il primo si perde nell’astrattezza e non fa nascere frutti. Non a caso, molti non conoscono i trattati, i regolamenti, i rapporti complicati tra Parlamento, Consiglio e Commissione. Ma, durante quei mesi di Erasmus, per nessuno le nazionalità valgono più dell’essere tutti, comunque, europei. Partiti senza passaporto. Capaci di parlare una lingua comune, di condividere esperienze di studio, di spendere insieme il tempo libero.

Oggi legare l’Erasmus a quelle morti, così tragiche e premature, lascia un sapore terribilmente amaro. Come se ci avessero sporcato qualcosa che ormai aveva una sua collocazione, nel regno della spensieratezza, della bellezza. Quelle ragazze sarebbero tornate e come gli altri avrebbero raccontato lo studio ai genitori, le avventure agli amici. Avrebbero parlato per anni tra loro di quanto era stato divertente e buffo, e interessante e complicato. Di quanta vita c’era stata in quei pochi mesi.

La loro vita se l’è portata via ieri quel terribile incidente, insieme col futuro che sognavano e avrebbero costruito. A noi, oggi, restano due doveri: il cordoglio, un pensiero d’affetto a chi resta, famiglie e amici, e il dovere dell’impegno per un futuro, per un’Europa che sia patria di vita e di rispetto per l’uomo. Altre tragedie, su altri fronti, ci ricordano che molta strada c’è ancora da fare.

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