Un romanzo di fantapolitica, la destra vince a Roma e lei sembra Giorgia…

Racconti romani
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Un noir scritto 5 anni fa, oggi la realtà supera la fantasia

Non capita spesso a chi, come me, scrive un romanzo noir molto spinto (“Italianera”, Fuorionda edizioni, 2011), vedersi precipitato nella cronaca. Il lancio del mio libro diceva così: “Un romanzo di fantapolitica che è anche una chiave per capire quale futuro inquietante potrebbe riservarci un presente che sembra implodere nella cupa dissolvenza di un regime”.

In breve, nel romanzo si parla di una città, Roma, conquistata da una estrema  destra predona, legata a filo doppio a un sistema di potere in cui entrano centri occulti, manovalanza criminale, ‘ndrangheta.

Giuro che, prima di scrivere, non avevo letto le inchieste giudiziarie (anche perché sono avvenute dopo la pubblicazione). 

A Roma, raccontavo nel mio romanzo (era solo fantasia, eh!), c’era una miscela esplosiva composta da pezzi del mondo politico, eredi della vecchia criminalità romana (la Banda della Magliana), cosche della ’ndrangheta calabrese che hanno investito sulla Capitale, acquistando locali prestigiosi e potendo contare su politici collusi.

Dice: ma come facevi a saperlo? Infatti, non lo sapevo. Ma il vecchio cronista sa che quel che intuisce, quel che sa leggere tra le righe dei fatti non potrà mai essere raccontato attraverso la cronaca, che appiattisce tutto. Serve uno sguardo diverso, serve la profondità che ti dà la libertà del racconto “di fantasia”.

Cambio i nomi, immagino trame, costruisco degli archetipi. Sento che corrispondono a qualcosa che si muove nelle viscere della città, ma non ho bisogno delle “prove”. Io racconto storie, non mi servono. Alludo, immagino, evoco.  Mi prendo una libertà che la cronaca, con la sua necessaria attinenza ai fatti, non potrà mai darmi.

Quando poi la cronaca si incarica di confermare quel racconto, non mi inorgoglisco affatto. Semmai mi incazzo.

E mi confermo nell’idea che il noir, come diceva Dashell Hammett, è il modo più veritiero di raccontare il mondo. 

Protagonista del racconto è la Legionaria, una donna, una boxer, bella e spietata, che sbaraglia la sinistra riformista e la destra moderata, e diventa sindaco di Roma, ma le sue mire sono  più elevate.

Il personaggio è ovviamente frutto della mia fantasia, ma è liberamente ispirato, e totalmente a sua insaputa, a Giorgia Meloni. Nei capitoli che seguono è alle prese con una passione erotica che s‘intreccia con la rivolta della borgata di Tor Bella Monaca che lei vorrebbe radere al suolo per consentire una mega-speculazione edilizia. 

 Dunque, ecco qui alcuni stralci di quel mio romanzo.

 

Non stava nella pelle dalla gioia. Finalmente era riuscita a ritagliarsi uno spazio per un allenamento di quelli belli tosti, che le piacevano tanto. Erano mesi che non riusciva a mettere piede in palestra. Da quando era diventata Sindaco, era tutto un susseguirsi di riunioni, incontri, inaugurazioni, interviste, talk show, comizi, cortei. Di tempo, ne restava ben poco.

Questa volta Bruno, il suo allenatore, avvertito per tempo, gli aveva trovato un buon sparring partner. Si chiamava Renatino, era un giovane che veniva dalle periferie, e aveva dentro quella rabbia che solo la voglia di riscatto ti può dare. Puntava molto su di lui: agile e scattante, un welter perfetto. Era la categoria giusta per lei, anche se Bruno aveva visto la Legionaria abbattere bestioni da cento chili. Come faceva? Con la cattiveria che lui era riuscito a tirarle fuori, come ora voleva fare con quel ragazzo coi capelli ricci e un sorriso beffardo sul volto, consapevole del suo corpo perfetto che faceva impazzire le donne che s’affollavano ai suoi incontri. E così la sua fama cominciò a diffondersi, come il soprannome che gli aveva affibbiato e che diceva tutto: «Veleno».

La Legionaria indossò il caschetto protettivo e cominciò a danzare attorno a Veleno, che si rivelò subito un avversario durissimo. Ma a lei piaceva così, era proprio questo che amava nella boxe: l’allarme dei sensi, la concentrazione continua, l’istinto animale della vendetta che scattava ogni volta che un colpo le faceva sentire il sapore del sangue in bocca. Si scatenò, ma Veleno schivava con agilità, mentre i suoi muscoli tesi brillavano sotto i riflettori. Smisero dopo un’ora, si avviarono verso gli spogliatoi, ansimanti e grondanti sudore.

La Legionaria s’infilò sotto la doccia bollente e avvertì subito una calda eccitazione salirle nel ventre. Sbirciò in sala e vide che Bruno era già uscito. Sentì invece che Veleno era ancora sotto la doccia, nello spogliatoio maschile. Non c’era nessun altro, quel giorno la palestra era stata aperta solo per lei. Si mosse come una lupa a caccia della preda e gli arrivò alle spalle silenziosa. Vide i segni dei suoi colpi e si eccitò ancora di più. Lui si voltò lentamente: «A bella, te stavo a ’spetta’, l’avevo capito da come me guardavi che c’avevi voja». S’avventarono l’uno contro l’altro, in un combattimento insieme struggente e selvaggio.

La Legionaria uscì che era quasi sera. Non si sentiva così bene da mesi. Percorse una piccola stradina e sbucò sul Colle Oppio, da dove poteva dominare tutta via dei Fori Imperiali e il Colosseo, illuminato dai dardi del sole che rendevano ancora più surreale il gigantesco gazebo. Era il prezzo che avevano dovuto pagare per i lavori di restauro, senza i quali il monumento-simbolo di una storia millenaria si sarebbe sbriciolato. Una società cinese si era offerta di pagare i lavori di ma- nutenzione per cento anni in cambio dell’esclusiva della gestione delle visite e del merchandising. E così, avevano allestito quella sorta di mercatino all’aperto, dove si vendeva di tutto: dalle magliette con impressa l’immagine del Colosseo, alle divise da gladiatore. Un proiettore olografico disegnava nel cielo le immagini di tutti i grandi dell’antica Roma, mentre gli altoparlanti diffondevano musiche marziali.

 

 

(Capitolo 13)

Er Briciola

Gli uomini della scorta cercarono di farla desistere, quando ordinò loro di dirigersi verso il cuore degli scontri, dove centinaia di poliziotti in assetto antisommossa fronteggiavano una folla composita e ondeggiante di ragazzi, tra cui molti neri, e vecchi malviventi. Il comandante del plotone si diresse verso di lei con atteggiamento rispettoso, ma ben altri erano i pensieri che si agitavano nella sua mente: «E questa adesso, che cosa vuole? Ci mancava solo lo spettacolino del sindaco, come se non avessimo già tanti problemi qua». Lei sembrò quasi leggergli dentro e disse: «Non si preoccupi, non sono venuta qua per fare propaganda, voglio solo cercare di capire perché si comportano così. Mi ci faccia parlare, intanto chiami i rinforzi».

Il mondo al quale si stava avvicinando non apparteneva certo a lei, cresciuta nei quartieri della buona borghesia romana, poi proiettata all’improvviso nel mondo dorato della televisione, dove il suo aspetto seducente e il suo stile deciso avevano sfondato. Tuttavia, la frequentazione dell’ambiente della boxe l’aveva avvicinata a tanti ragazzi e ragazze che venivano dalle periferie e sapeva che la chiave per affrontarli era quella del rispetto. Non dovevi mostrare paura, dovevi affrontarli faccia a faccia.

Si fece dare un megafono dal comandante e si avvicinò alla barricata, circondata dagli uomini della scorta, sguardo vigile e mano pronta a estrarre la pistola. Cominciò a par-lare: «Sono venuta qui per capire che cosa volete. Io vi offro case nuove, belle, pulite, perché volete restare in questo luogo abbandonato da tutti? Voglio parlare con qualcuno di voi, vi garantisco che nel frattempo non succederà nulla».

Tump Tump Tump Tà Tà Tatà. Tump Tump Tump Tà Tà Tatà. Tump Tump Tump Tà Tà Tatà.

Dalla barricata si levò un suono ossessivo, mentre da un varco sbucarono una testa fasciata da una bandana nera, una felpa nera slabbrata, un paio di pantaloni militari larghissimi che finivano sotto le sneakers. «Me chiamano Er Briciola, ma nun te fa confonne dall’aspetto. Io so’ cattivo. Ma tanto cattivo». A parlare attraverso un megafono era stato un ragazzo nero mingherlino, mentrealle sue spalle comparivano dieci felpe multicolori, con il cappuccio calato sulla testa e le spranghe di ferro in mano.

«Ok, neppure io scherzo, quanto a cattiveria. Ma proprio non vi capisco, io sto lavo- rando per il vostro futuro, lontano da questa fogna…».

A quelle parole il suono che veniva dalla barricata si fece ancora più ossessivo.

Tump Tump Tump Tà Tà Tà Tatatatà Tump Tump Tump Tà Tà Tà Tatatatà.Tump Tump Tump Tà Tà Tà Tatatatà

Er Briciola impugnò il megafono e cominciò a scandire:

Sei venuta qui dietro gli scudi della polizia / Dici che vuoi cancellare questa fogna / Ma i miei amici da qui non vanno via / Vattene tu, senza rispetto e piena di vergogna / Il rispetto tu non sai che cosa sia / Questa vita è la vita che il tuo mondo ci consegna / È una vita di merda ma è la vita mia / Per te solo il denaro fa una vita degna / Io te lo ripeto il rispetto non sai neppure cosa sia / L’amicizia nel dolore è qualcosa che t’impegna / I tuoi amici vogliono fare i soldi in questa via / Tu non lo sai ma qua c’è gente che sogna / Senti senti senti questo fuoco non è una litania / Le tue belle case per noi sono una gogna / Vogliamo bruciare bruciare bruciare in quella che tu chiami una follia.

Non appena abbassato il megafono, Er Briciola saltò come un gatto dietro le barricate e gli altri ragazzi lo seguirono lesti. Poi, partì una gragnuola di sassi contro lo schieramento della polizia che già alzava gli scudi e innescava i lacrimogeni. La Legionaria fu portata via di peso dagli agenti speciali, ma fece in tempo a scorgere il sorriso beffardo di Veleno che stava accendendo la miccia di una molotov dietro una macchina bruciata. L’esplosione fu terribile, non era una semplice molotov a benzina, era un ordigno chimico che innalzò in alto la sua fiamma giallastra e puzzolente. Ora l’aria si era fatta irrespirabi- le, la puzza dei copertoni bruciati si mischia- va a quella dei lacrimogeni e delle bottiglie incendiarie.

Tump Tump Tump Tà Tà Tà Tatatatà. Tump Tump Tump Tà Tà Tà Tatatatà.

Ostriche e cozze

La Legionaria entrò con il suo passo elastico nel casotto di campagna, diventato un ristorante esclusivo in una delle più belle ville di Roma. C’era sempre una saletta riservata per lei e vi si diresse senza domandare niente. Le pareti erano ricoperte di arazzi raffiguranti scene di caccia, la porta a vetri oscuratada una pesante tenda di velluto blu. Una luce soffusa illuminava l’ambiente con discrezione, mentre in sottofondo si spargeva la voce divina di Maria Callas: Casta Diva, la sua aria preferita. Sedette sul divano di velluto giallo e prese un bicchiere di champagne, mentre attendeva il suo ospite. Mangiò voluttuosamente una buonissima ostrica, carnosa e invitante. Da una porta laterale, entrò Veleno. Appena lo vide, si sentì illanguidire. Chissà, forse era lo champagne. O quel corpo bruno, che negli ultimi giorni le tornava in mente sempre, come un’ossessione. Veleno fintò un colpo, poi all’improvviso la baciò con violenza, facendosi largo con la lingua nella sua bocca, che sapeva di mare.

Lei rimase senza fiato. Poi quasi gli strappò la camicia, lui le tolse la giacca del tailleur e scoprì i seni duri, con i capezzoli che puntavano all’insù. Lei gli slacciò la cinta dei pantaloni e si inginocchiò davanti a lui. Fecero sesso sul vecchio tappeto, poi divorarono le ostriche e bevvero lo champagne.

«Te tratti bene, bella. Ma lo sai che io le ostriche nun l’avevo mai magnate? Ar massi- mo ’e cozze, a Ladispoli. Ah, ah, ah! Perché me guardi co’ quella faccia?».

«Senti, ti volevo chiedere una cosa: ma tu che ci facevi l’altro giorno, in mezzo a quegli scalmanati di Tor Bella Monaca?».
«Io? io ce so’ nato a Torbella e ce vojo restà. ’Nfatti, mica ho capito perché ce volete caccia’».
«Ma perché è un posto orribile, sporco, pieno di gentaglia. Una fogna a cielo aperto!».

«Ancora co’ ’sta fogna! Ma allora Er Briciola nun l’hai capito proprio! Quella è la terra nostra. Noi fuori da lì chi semo? La feccia della terra, come diresti te. E invece lì semo come ’na pigna, l’uno stretto all’altro. Se damo ’na mano, s’aiutamo. Se c’è da mena’ le mani pe’ tira’ fori ’n’amico dai guai, semo pronti. E pure a tira’ fori le lame allo stadio, quando serve, quanno la pula ce vie’ addosso. E quanno la sera tornamo a casa nostra, se sentimo padroni. E tu ce vorresti manna’ via, magari in quelle case nuove der cazzo, a quaranta chilometri da dove semo nati, co’ tutti li parchi fioriti che in du’ anni diventano come so’ ora a Torbella: bruciati dalle pisciate dei cani e pieni de siringhe. E allora mejo resta’ lì, armeno lì ce stà er rispetto. Guarda che non ce cacciate neppure con l’esercito. E te, stai attenta a quello che fai, io te posso inguaia’. Pensa che bei titoli: Er sinnaco se scopa er borgataro. E ’ppe te, cariera finita. Hai capito bella? Anzi mo’ che ce penzo, me servirebbe pure quarcosa, nun so se capisci… sai c‘ho le mie esigenze…».

«Ho capito, dai Veleno, non ti incazzare. Tu mi piaci, e ti aiuto volentieri. Domani ti faccio avere quanto ti serve…».

«Volemo dì cinquemila, così, pe’ comincia’?».

«Va bene, va bene. Ma promettimi che della nostra storia non parlerai con nessu- no…».

«Finché te comporti bene… e nun solo con me. La storia dell’evacuazione de Tor- bella è mejo che t’aa scordi, cocca».

«Va beh, dai, ma ora vieni, prendimi ancora».

Quando la Legionaria uscì aveva comple- tamente mutato espressione, il bel volto era contratto in una smorfia cattiva. Era stata una stupida a farsi prendere dalla passione per quel teppistello da quattro soldi, che ora pretendeva pure di ricattarla. Che stronzo!

Giunta in ufficio, chiamò uno degli agenti della scorta e gli consegnò un biglietto per il Ciociaro. Poi si tuffò nei mille impegni che l’attendevano.

«’Sta brutta troia, mo’ s’accorgerà che piattino gl’ho preparato!». Era così intento ad ascoltare, la radio che non si accorse dei due giganti che gli si piazzarono davanti. Parlavano con accento slavo: «Ehi tiù, biel muorietto, sei pruoprio carrino sai, sì». Veleno si mise in guardia, ma il pugno che gli arrivò in mezzo alle costole avrebbe steso un bisonte. Non riusciva a muoversi, gli avevano legato le mani e i piedi e messo un bavaglio in bocca. Era nudo e sentì le lacrime che si confondevano con il sangue che gli colava dal viso tumefatto. Quei due porci l’avevano violentato per ore e ore. Pensava alla vendetta, quando udì aprirsi la porta della cantina. Poi, il silenzio fu rotto solo dal crack del suo collo che si spezzava. Lo lasciarono così, steso per terra, come una vecchia marionetta disarticolata.

 

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