Com’è cambiata l’Italia nel 2015

Dal giornale
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Le riforme del mercato del lavoro, la decontribuzione per i neoassunti, gli 80 euro in busta paga e la riduzione, sia pur timida, del carico fiscale hanno contribuito a consolidare la ripresa economica

La fine del 2015 ci consegna un Paese molto cambiato rispetto alla situazione in cui eravamo solo un anno fa. Nonostante le perplessità che si possono nutrire su alcune iniziative del governo, non vi è dubbio che l’Italia abbia dato un segnale di vitalità, staccandosi da una tradizione politica basata su veti reciproci e conservazione. Le riforme del mercato del lavoro, la decontribuzione per i neoassunti, gli 80 euro in busta paga e la riduzione, sia pur timida, del carico fiscale hanno contribuito a consolidare la ripresa economica, anche se in un quadro globale favorevole.

Il tasso di crescita del PIL nel 2015 e 2016 si attestano, rispettivamente, allo 0,8 e 1,4 per cento, cioè in aumento rispetto alle previsioni iniziali, l’occupazione cresce di oltre 200.000 unità, aumentano i contratti a tempo indeterminato e il tasso di disoccupazione subisce un calo non trascurabile. Nello stesso tempo, registriamo un recupero della domanda interna e delle esportazioni che fanno ben sperare per il 2016. Con la finanziaria che è stata appena approvata dal parlamento, il governo ha adottato alcune misure fiscali espansive (come l’abolizione della Tasi, il super ammortamento per gli investimenti produttivi, la cancellazione degli aumenti IVA e altro ancora) che porteranno il nostro disavanzo leggermente sopra il livello previsto dal patto di stabilità, approfittando della politica monetaria accomodante di Draghi e dei bassi tassi d’interesse.

Nel complesso, il governo Renzi ha ben sfruttato i margini consentiti dalla difficile situazione dei nostri conti pubblici e del debito che ci portiamo sulle spalle, senza mettere a rischio la nostra credibilità internazionale e mostrando di saper affrontare alcuni nodi strutturali, come gli assetti istituzionali e le norme contrattuali. Alcune misure sono certamente controverse, e, secondo me, poco in linea con la necessità di rendere più solido ed efficiente il nostro sistema fiscale. Tra queste, segnalo la decisione di eliminare la Tasi e l’idea di ricorrere troppe volte allo strumento del bonus fiscale.

Riguardo alla Tasi, penso che il governo abbia sbagliato a privare i Comuni di un’imposta tipicamente federalista, come quella che grava sugli immobili, anziché lasciare a essi la scelta del modo in cui tale imposta deve essere utilizzata (intervenendo, ad esempio, sulla progressività). Riguardo allo strumento del bonus fiscale, credo che debba essere progressivamente sostituito da una riduzione effettiva e generalizzata dell’IRPEF che grava sui redditi più bassi, in modo che il beneficio sia più trasparente e non estemporaneo.

La sostanza, tuttavia, è che il governo ha avuto la capacità di dare all’Italia e alla comunità internazionale il segnale che è stato aperto un cantiere utile a ricostruire il Paese. È bene ricordare, infatti, ai tanti osservatori inconsapevoli, che la crisi italiana non si risolve solo battendo i pugni sul tavolo nei consessi europei. Essa non è solo conseguenza della stretta fiscale successiva alla crisi del 2008- 2011, ma è soprattutto figlia delle tante inefficienze che si annidano nella pubblica amministrazione, nel sistema di contrattazione e nella regolazione dei mercati. La soluzione di questi nodi è, quindi, solo nelle nostre mani.

Tutto bene, dunque? I segnali che provengono dai sondaggi elettorali e dalle elezioni francesi e spagnole non consentono illusioni sulla possibilità che un’azione efficace del governo e una debole ripresa economica siano sufficienti a smorzare i populismi e stabilizzare il sistema politico. Il disagio dell’opinione pubblica è diffuso: insicurezza, risparmiatori che subiscono le conseguenze delle crisi bancarie, giovani meridionali che non trovano lavoro nei territori di origine, tanti lavoratori di imprese in crisi per la difficoltà di affrontare le necessarie ristrutturazioni. Chi non ha l’onere di governare, come i 5 Stelle, Salvini o FI, può agevolmente approfittare di questo disagio per lanciare messaggi demagogici. Ad esempio, Salvini propone l’uscita dell’Italia dall’Area Euro, la chiusura delle frontiere e il passaggio a un sistema fiscale basato su una flattax al 15% su tutti i contribuenti. Poco importa se questo programma è iniquo e impraticabile, perché porterebbe il nostro paese alla crisi finanziaria e svuoterebbe le casse dello Stato, impedendo di fornire i servizi essenziali ai cittadini. Nel mondo dei sogni di Salvini, il ritorno alla lira darebbe respiro alle nostre aziende esportatrici, ma ciò avverrebbe a carissimo prezzo per gli italiani. La svalutazione e l’inflazione taglierebbero il potere d’acquisto dei salari e i patrimoni dei piccoli risparmiatori (che sono stati invece protetti in questi anni, nonostante la crisi). Inoltre, l’uscita dall’Euro non lascerebbe indifferenti i nostri partner commerciali. Perché dovrebbero subire un ritorno alle svalutazioni competitive che hanno caratterizzato gli anni 70-80, quando l’Italia entrava e usciva dagli accordi di cambio?

Sul fronte delle banche e dei risparmiatori, il governo paga il prezzo di una protesta che le opposizioni cavalcano in modo cinico e irresponsabile. Tuttavia, la scelta dell’esecutivo di limitare l’uso del fondo di garanzia al salvataggio dei correntisti e dei possessori di obbligazioni ordinarie delle banche in crisi è stata giusta. L’estensione del salvataggio agli azionisti e a coloro che hanno acquistato obbligazioni subordinate avrebbe premiato l’azione irresponsabile dei banchieri fornendo un ingiusto vantaggio a chi ha voluto correre rischi eccessivi. Ciò non toglie che tanti piccoli risparmiatori siano stati indotti in modo fraudolento ad acquistare titoli di cui essi non comprendevano le caratteristiche. È successo questa volta, ma anche nel passato, come nei casi Cirio e Parmalat. Queste truffe devono e possono essere evitate con una seria legge sul conflitto d’interessi che colpisce chi vende i propri prodotti finanziari travestito da consulente. La scelta di affrontare la questione con lo strumento dell’arbitrato è del tutto corretta, ma il governo dovrebbe porre all’ordine del giorno una seria riflessione sull’efficacia dei controlli e sui meccanismi di collocamento dei titoli ai piccoli risparmiatori.

Il governo ha molta strada ancora da percorrere per affrontare tutti i temi che preoccupano l’elettorato italiano, dall’insicurezza alla disoccupazione, dall’eccesso di pressione fiscale alla povertà. Le risposte non sono semplici e il dialogo tra il PD e il suo elettorato deve partire dalla premessa che non esistono scorciatoie. Ma se questo è il quadro in cui si muove la politica italiana ed europea, non è certo sufficiente un richiamo alla responsabilità e al realismo.

Se Grillo e Salvini possono illudere l’elettorato con un menù di proposte incoerenti e impraticabili, e con un elevato tasso di populismo, il PD non deve commettere gli errori del passato, quando si riteneva sufficiente presentarsi come “forza tranquilla”, capace di mediare tra interessi contrapposti, ma priva di una propria chiara identità e senso delle urgenze da affrontare. Occorre offrire all’elettorato proposte realizzabili ma innovative, che diano il senso di un cambiamento di rotta rispetto al passato.

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