Un nuovo patto tra gli italiani

Politica
Turisti al Colosseo il giorno dopo lo stop per assemblea sindacale, Roma, 19 settembre 2015. 
Tourist at Colosseum the day after that thousands of tourists have been kept out of the Colosseum by a union meeting, prompting the culture minister to vow measures to make sure it doesn't happen again, Rome, 19 September 2015.
ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

L’Italia rimane un Paese che resta ricco ma non produce più “élites mondiale” come sempre aveva fatto nel passato

Il degrado di Roma, la città antica più bella e importante del mondo, sede millenaria del Papato cattolico, Capitale della Repubblica non è solo un problema di cattiva amministrazione. Ci dice a quali livelli è scesa la qualità di una classe dirigente non soltanto politica. Accadono cose che inducono a chiedersi per quanto può reggere una democrazia governante in queste condizioni. Ma il rischio è anche un altro. E’ che la sinistra appaia una fazione come tante altre e non qualcosa che riguarda gli interessi e le speranze della nazione. Penso che dobbiamo ripartire da qui, dal Paese che ci sta di fronte. Non da noi ma dalle forze reali e ben vive, che ci sono. Per elaborare una posizione che non abbia nulla di aprioristico, né in senso ideologico, né di lotta politica personale. Prima di tutto capire. Capire cosa è successo in Italia. Una Italia dove negli ultimi 20-30 anni la sinistra ha molto governato comuni, regioni, Stato, enti pubblici. E spesso lo ha fatto bene, tenuto conto dei luoghi e delle circostanze. Ma il problema chi mi pongo, con tutto il senso di corresponsabilità che sento, non è riaprire dispute passate. E’ partire dal presente per chiederci se la nostra analisi della società italiana non sia stato debole e inadeguata. Come posso parlare ai giovani che mi interrogano se non parto dal riconoscimento che siamo rimasti al di qua della grandezza dei cambiamenti? E’ un fatto che essi hanno superato i nostri vecchi schemi mentali. Del resto l’avvento di un personaggio così anomalo, come Matteo Renzi da che cosa nasce? Solo da un intrigo politico? E non invece dal fatto che costui si è posto di fronte al paese (nel modo più o meno discutibile) come chi rappresenta una rottura (è da vedere poi quale) rispetto a una paralisi e a una decadenza che erano reali e che larga parte del paese e delle classi dirigenti percepivano come inarrestabili? Noi non possiamo tenere ai margini del nostro ragionare la gravità di questo sentimento che è via via cresciuto nel ventennio: paura di un futuro sempre più sconosciuto, timore di una decadenza del popolo italiano (i figli vivranno peggio di noi). Vogliamo cercare di capire il perché di tutto questo? Era l’assetto generale del paese che non reggeva alle nuove sfide. Non era un problema puramene economico nè di legge elettorale o di maggiori poteri a chi governa (la cosa di cui la sinistra si è molto occupata). Era la crisi di un “modello” di sviluppo e di società, e cioè di un peculiare rapporto tra dirigenti e diretti, tra capitale e lavoro e tra Nord e Sud: nella sostanza un “blocco sociale” che si reggeva su una relazione malata tra produzione e rendite speculative, con conseguente caduta della produttività del sistema e crescita del debito. In più il dato economico si intrecciava e si sommava con la crisi di una struttura statale sempre più disarticolata in corporazioni, e quindi con una questione morale tanto più profonda perché alimentata dal fatto che la corruzione era a sua volta causa ed effetto della non certezza della legge e della non uguaglianza dei diritti e dei doveri. Questo è stato il significato e il danno enorme di quella vera e propria “età” (quasi un ventennio) “berlusconiana”. Con in più, lo spettacolo indecente del partito di governo (il PD) dilaniato da feroci lotte personali e minato dal sostanziale fallimento dell’impianto su cui era stato costruito, cioè da un compromesso tra ex comunisti e ex democristiani. Il tutto all’interno di vincoli europei sempre meno sostenibili. I quali però -come dirò- non possono essere considerati un alibi, per nascondere sotto il tappeto la peculiare questione italiana.
È su questa base analitica e in rapporto a questo grumo di problemi che vanno giudicati sia Renzi e il suo governo ma sopratutto le nuove scelte da fare. Il giudizio sulle qualità personali di Renzi e sulla sua affidabilità conta. Ma il punto è che il giudizio su Renzi non è separabile dal fatto che costui non è un usurpatore, l’effetto occasionale di un intrigo per cui una volta tolto di mezzo la vecchia sinistra ritrova se stessa. È il risultato di un congresso, sia pure anomalo. E le ragioni del suo successo stanno, dopotutto, nel modo come egli si è rivolto al paese, cioè facendo leva su una enorme domanda di cambiamento che noi non esprimevamo e presentandosi come una qualche rottura rispetto al passato.
Quale rottura? Qui sta la vera sfida per la sinistra. È ben sostenibile la pochezza del “riformismo” renziano ma essa va messa in luce non solo in sé ma va dimostrata in rapporto a una nuova idea dell’Italia e del suo statuto nel mondo nuovo. E quindi: quali sono i cambiamenti necessari. È tutta qui la questione su cui un “non renziano” come me vuole attirare l’attenzione. Parlo come “reichliniano”.
Non intendo affatto criticare le lotte giuste che sono state fatte contro provvedimenti effettivamente sbagliati. Voglio però collocare tutto questo (compreso l’eventuale consenso a scelte giuste) in una visione molto più ampia della questione italiana e della crisi della democrazia moderna. L’idea è quella di porre in tutta la sua dimensione il problema che, del resto, è stato posto altre volte nella storia italiana (il decennio giolittiano oppure la ricostruzione del dopoguerra). Questo problema –mi ripeto- è quello del cambiamento del sistema di potere che in ultima istanza è quello che impone le grandi decisioni, più dei governi pro-tempore. In altri termini affrontare la combinazione delle forze reali in campo, quella combinazione profondamente regressiva che, di fatto, governa l’Italia, soprattutto dagli anni che seguirono al fallimento del tentativo di compromesso storico tra Moro e Berlinguer, che dopotutto questo era: un’idea di sostanziare il riformismo attraverso una convergenza unitaria e un nuovo protagonismo delle masse profonde. Tengo ben conto che all’origine dei nostri guai c’è anche una grande realtà oggettiva, il nuovo vincolo estero indotto della moneta unica. E’ chiaro che la sua gestione è stata tale da accrescere le differenze tra paesi membri e quindi da determinare una situazione di squilibrio crescente tra la Germania con i suoi satelliti del Nord e la fascia dei paesi mediterranei tra cui l’Italia. È un problema cruciale.
Ma il dato non è solo oggettivo. Il punto che vorrei sollevare è che quel tipo di sistema italiano non resse alla sfida, e non perché era troppo poco liberista.
Da questo punto di vista fa impressione l’anacronismo di certi nostri grandi discorsi di questi anni. In essi non c’è traccia delle tempeste mondiali che si stavano scatenando: la crisi bancaria, la finanziarizzazione, l’attacco al valore del lavoro, la fine dell’ottimismo mercatista e neo-liberale, l’aumento del vincolo competitivo. Ma ancora oggi non so se abbiamo capito la lezione. E’ sbagliato che il governo attuale accentui l’attacco ai sindacati e sminuisca il ruolo pubblico nelle regolazione dell’economia. Perché non si dice che il guaio italiano consiste nel fatto che nel complesso, l’apparato imprenditoriale (non i sindacati che hanno altre responsabilità) non era riuscito a fare il salto nel mondo nuovo dell’innovazione: la rivoluzione del digitale degli anni ’80 e la mondializzazione dei sistemi e delle reti che producono valore. Con il risultato che vediamo: la scomparsa delle grandi imprese. Un paese che resta ricco ma non produce più “elites mondiale” come sempre aveva fatto nel passato. Ed è su questo che attiro l’attenzione. È così che tutti i vizi e le distorsioni del sistema Italia si accentuarono. In estrema sintesi: l’abbandono, e quindi il degrado, del Mezzogiorno; la scelta di gran parte del “padronato” di arricchirsi come famiglie e persone (il lusso pacchiano che si vede) e non come aziende (la scelta della “via bassa della produttività”: caduta degli investimenti e svalutazione del lavoro e dei suoi diritti); il saccheggio della cosa pubblica e l’aumento del peso delle rendite. E’ così che la strada della decadenza fu imboccata. E’ questa la sfida. Renzi la sta affrontando sul serio? E come può farlo senza la ricostruzione di un grande partito vero in cui il centro e la sinistra si alleano in nome di un patto sociale e civile serio?
Tutto è perduto? Non credo. Forse mi sbaglio ma io vedo l’esaurirsi sul piano mondiale della “onda lunga” dell’individualismo e dell’assoggettamento di tutto (l’uomo compreso) alla logica di un mitico mercato che si autoregola e che viene rappresentato quasi come una filosofia dell’esistenza… Vedo qualcosa di molto nuovo. Vedo venire avanti una “nuova umanità”, e credo che il messaggio del Papa non sia solo religioso ma segnali proprio l’uscita dal silenzio di nuove masse umane. Del resto è il popolo siriano in fuga che sta mettendo in discussione il “fiscal compat”, molto più del prof. Stiglitz. Esagero, naturalmente. Ma guardo a ciò che noi continuiamo a ignorare e che invece sarà ciò che imporrà una nuova dimensione della politica. Una società che da un lato è più frammentata e spoliticizzata, dall’altro è molto più colta e informata di prima. E’ più cosmopolita ed è molto più sensibile a problemi come l’etica pubblica. Che disprezza i partiti ma produce associazionismo e solidarietà, che esprime il bisogno fortissimo di riconoscimento di “meriti” oltre che di “bisogni”. E insieme: nuove povertà. Penso che il grande tema della sinistra -che è l’uguaglianza- non si misura più solo con i redditi. E poi, la paurosa frattura anche culturale con i giovani.
Il lavoro da fare è enorme, le difficoltà grandissime ma è la sola via feconda. Sono certo che il rilancio dello sviluppo pena una stagnazione secolare dipende da una combinazione diversa del blocco sociale. Una ripresa dell’occupazione non ci sarà senza un ondata di nuovi consumi indotti da una riforma sociale, sostenuta da un nuovo patto sociale.

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