Un mese di Corbyn, più attivista che leader

Gran Bretagna
epa04875620 Candidiate for British Labour Party leader Jeremy Corbyn listens during a press conference in London, Britain, 07 August 2015. Corbyn announced his environmental policies to supporters and the media.  EPA/ANDY RAIN

Come si svilupperà la svolta identitaria del Labour? La preoccupazione principale del nuovo leader resta ancora quella di conquistare il partito, non il paese

Poco più di un mese fa, Jeremy Corbyn vinceva oltre ogni aspettativa le primarie del partito laburista britannico. A un mese di distanza comincia a delinearsi il campo di gioco in cui si deciderà la sua leadership: nel paese c’è apprezzamento per Corbyn e la sua politica “senza giri di parole” ma anche forte diffidenza sulla sua capacità di gestire i temi chiave: economia, welfare e immigrazione.

Su ciascuno di questi temi Corbyn offre un messaggio chiaro e di principio: non dovete accettare ciò che vi viene dato. “You don’t have to take what you are given”: con queste parole Jeremy Corbyn ha conquistato la platea che era stata di Neil Kinnock, Tony Blair e Gordon Brown. È un segno dei tempi che il passaggio più applaudito al congresso laburista sia stato in realtà scritto trent’anni fa, ed era stato messo da parte dagli ultimi quattro leader laburisti.

La domanda oggi è in che modo la svolta identitaria del Labour si svilupperà in concreto. Corbyn ha usato l’immagine di una società più “gentile” per difendere lo stato sociale dai tagli e dalle politiche draconiane anti immigrazione dei Conservatori. Nel concreto però, pochissimi sono stati i riferimenti alla futura politica economica del Labour, e non c’è stato neppure un accenno ai perché alla disastrosa sconfitta elettorale di giugno. Senza un’interpretazione condivisa (o almeno accettata) del passato è impossibile avere una visione politica per il futuro.

Corbyn punta sui temi identitari anche in politica estera, dove, però il consenso nel suo stesso partito è molto più debole. Il congresso di settembre ha bocciato la sua proposta di riaprire una discussione sul futuro del deterrente nucleare britannico. È di ieri la notizia che tra i cento e i cinquanta deputati laburisti potrebbero votare contro il loro partito per autorizzare raid in Siria contro ISIS. Sull’Europa, la posizione di Corbyn è essenzialmente attendista: vuole che il Regno Unito resti nell’Unione europea ma chiede allo stesso tempo una vera “Europa sociale”. Il messaggio è anche in questo caso attraente ma semplicistico. Più “Europa sociale” vorrebbe dire in concreto che (per esempio) una parte delle regole sul mercato del lavoro passa dai parlamenti nazionali per andare a Bruxelles dove sarà negoziata tra ventotto paesi. Quanto consenso c’è per un tale trasferimento di poteri? Pochissimo sia in Europa che nella sinistra laburista.

Come si muoverà Corbyn nei prossimi mesi? Per capire Corbyn è utile riavvolgere il nastro della storia del Labour. Corbyn è un erede e amico personale di Tony Benn, l’icona della sinistra sconfitta negli anni ’80 dopo laceranti lotte interne da Neil Kinnock. Benn, insieme Corbyn, ha combattuto uno per uno tutti i leader del partito laburista da James Callaghan in poi. Nel manifesto elettorale del 1983, scritto dai “bennite” si chiedeva l’uscita dall’Unione Europea, dalla Nato, nazionalizzazioni dell’industria e diretto controllo degli iscritti al partito (spesso monopolizzati da minoranze radicali) sugli eletti. Il documento fu ricordato come “la più lunga lettera di suicidio della storia” e divenne per trent’anni il modello di cosa il partito laburista non doveva essere.

In un’estate di primarie, Corbyn ha apparentemente ribaltato la storia stupendo tutti – a partire da se stesso. Oggi però l’intervento Russo in Siria e il dibattito sulla finanziaria obbligano Corbyn a passare da attivista politico a leader di partito. Nel concreto delle proposte, il manifesto elettorale di Corbyn assomigliava ad una riedizione di quello di Tony Benn ma dopo le elezioni c’è stato il silenzio. Anche a detta dei suoi detrattori, alcune delle proposte di Corbyn meritano una discussione. Per esempio, il sistema ferroviario britannico è tra i più costosi in Europa (sia per i cittadini che per lo Stato). È anche legittimo chiedersi quanto valga la pena spendere 100 miliardi di sterline nei prossimi quarant’anni per tenere otto missili nucleari su un sottomarino al largo dell’oceano.

Nessuno di questi temi, tuttavia, può veramente essere discusso nel paese perché il bagaglio identitario che Corbyn si porta dietro è troppo pesante per gran parte dell’elettorato. Mentre gli iscritti s’interrogano se sia giusto o no cantare l’inno nazionale, sembra che per ora la preoccupazione principale di Corbyn sia vincere nel partito invece che vincere nel paese.

I tempi per i laburisti sono strettissimi. Le elezioni comunali a Londra e in Scozia in primavera saranno il test decisivo per il futuro della svolta “corbinista”. I laburisti non vogliono più accettare solo “ciò che gli viene dato”, ma potrebbe darsi che ciò che vogliono gli inglesi non sia ciò che vuole Jeremy Corbyn.

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