Un macigno sulla Brexit

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A partire dallo scorso luglio la premier aveva infatti ribadito in ogni intervento pubblico che è il governo ad avere il potere di tradurre in atti giuridici la volontà popolare

È pesantissima per Theresa May sul piano istituzionale prima ancora che politico la sentenza emessa dall’Alta Corte di Londra su chi abbia la titolarità di avviare le procedure per l’uscita del Regno Unito dalla Unione europea. A partire dallo scorso luglio, quando è entrata a Downing Street, la premier aveva infatti ribadito in ogni intervento pubblico che è il governo ad avere il potere di tradurre in atti giuridici la volontà popolare. Si tratta di una tesi insostenibile, dicono i tre giudici chiamati a esprimersi sul ricorso , perché la costituzione prevede che siano le aule parlamentari ad approvare ogni atto dell’esecutivo. Sono gli eletti a rappresentare i sudditi della regina.

E non è ammissibile che May si senta autorizzata a procedere sulla base dell’esito di un referendum solo consultivo. Il cui esito, dunque, è da ritenersi u n’importante indicazione ma certo non un vincolo al quale è impossibile sottrarsi. La forza tranquilla della democrazia rappresentativa ha dunque prevalso, almeno per il momento, contro una visione populista alla quale May e i suoi ministri stanno offrendo voce senza risparmio. Ma la battaglia è appena iniziata a Londra. La leader Tory farà appello contro la sentenza, gettando altra benzina sul fuoco di una serie di scontri istituzionali che non hanno precedenti nella storia britannica recente.

Che potrebbero avere come esito finale, prevedono i più pessimisti, addirittura la dissoluzione del Regno Unito. Una cosa per il momento è certa: sul ricorso l’Alta Corte non si pronuncerà in tempi brevi e difficilmente May sarà in grado di iniziare entro marzo il percorso per liberarsi dai vincoli dei patti stabiliti dai trattati europei. Altri macigni ardui da rimuovere sotto il profilo giuridico frenano la sua corsa verso Brexit. In Ulster, che gode di una autonomia definita dagli accordi del 1998 sottoscritti tra Londra e Dublino, un tribunale entro pochi giorni deve esprimersi su un ricorso identico a quello discusso ieri nella capitale.

Inoltre Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno firmato un documento congiunto nel quale chiedono all’esecutivo che ogni atto in materia di Brexit sia sottoposto ai singoli parlamenti nazionali e venga da essi approvato. Di fronte a questo caos senza precedenti si levano autorevoli voci che invocano un intervento di Elisabetta II per porre fine a una controversia dagli effetti dirompenti. La sovrana dovrebbe esercitare una “moral suasion” su May perché la regina non dispone dei poteri indispensabili per impedire al governo di scontrarsi con il volere degli eletti a Westminster. Tuttavia ha facoltà giuridica di “consigliare e indirizzare i ministri”al fine di proteggere l’interesse nazionale. Sotto il profilo politico la sentenza dell’Alta Corte equivale a una piena e totale sconfessione della linea seguita sino ad oggi dalla premier.

La sterlina è intanto in caduta libera sui mercati dei cambi a causa dell’assenza di una strategia ben definita in materia di Brexit da parte dell’esecutivo. La valuta ha perso in tre mesi il venti per cento del valore rispetto al dollaro (toccando il livello più basso da oltre un secolo) e all’euro, rendendo assai salato il costo delle importazioni di materie prime. Contemporaneamente le stime sul Pil del 2016 e del 2017 sono state ridotte al ribasso dalla Bank of England, mentre un rapporto ufficiale del Tesoro stima in settanta miliardi di sterline il costo dell’uscita dalla Ue cui si deve sommare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro (50mila nella City londinese) a causa della decisione di molte aziende di trasferirsi al più presto in area comunitaria per non perdere il “passaporto finanziario europeo”che garantisce loro innumerevoli vantaggi competitivi. Le banche e le compagnie assicurative, poi, sono pronte a seguirle entro la primavera. Con immaginabili ricadute negative sul piano economico. Il populismo di May e dei suoi alleati più fedeli all’interno dei conservatori sta portando la Gran Bretagna sull’orlo dell’abisso.

Una sconfitta in tema di Brexit a Westminister aprirebbe ferite non rimarginabili. Tra gli scenari possibili dell’immediato futuro c’è anche la possibilità di elezioni anticipate per evitare il voto nelle aule parlamentari. Che aprirebbero la strada a un ripensamento in tema d’Europa e al rafforzamento nelle urne di chi, come i laburisti e i liberaldemocratici, continua a battersi per difendere i principi della democrazia rappresentativa.

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