Un giornale vuol dire non essere soli

l'Unità
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Vorrei un giornale che stimoli la discussione, che metta le opinioni a confronto, che rinunci all’ipocrisia, quella propria e quella universale

“Un giornale vuol dire non essere soli, avere gli amici, del vino, un caffè…” Mario Pogliotti scrisse questi versi nel 1960, dieci anni dopo la morte di Cesare Pavese, ispirandosi al romanzo La luna e i falò.

Li ho appena adattati, per inaugurare il mio lavoro di direttore del giornale a cui collaboro da una vita e a cui devo tanto: l ‘ Unità. In realtà gli autori che ho citato non parlano di giornale bensì di un paese, di uno dei tantissimi paesi che compongono la nostra Italia.

Ma la cosa per me non cambia, al contrario, proprio in questa similitudine sta il nocciolo della vocazione che voglio imprimere al nostro giornale.

Vorrei un giornale che si presenti come un amico, come un vicino che conosci e che stimi, come qualcuno che troverai accanto nei momenti più allegri e più difficili. Vorrei un giornale che se qualche “audace” dopo averlo letto lo ripiega e se lo mette in tasca, chi lo vede possa pensare: «Ecco una persona perbene, una persona onesta, una persona che lavora per rendere più giusto questo nostro mondo» e magari, come succede nel Miracolo a Milano di Zavattini e De Sica, scatti fra i due un sincero «buongiorno».

Non mi vergogno della nostalgia, ma so e sento che oggi a ispirarci dev’essere una specie di nostalgia del presente e del futuro. Una cura e un affetto per le cose lontane, nello spazio e nel tempo, così minacciate e così promettenti.

Vorrei un giornale bello e serio come una bambina. Vorrei un giornale che stimoli la discussione, che metta le opinioni a confronto, che rinunci all’ipocrisia, quella propria e quella universale. Cui piaccia la verità e dispiaccia il bigottismo. Da che parte voglia stare è superfluo dire: quella degli ultimi e dei penultimi. Soprattutto contro la parte di chi gioca i penultimi contro gli ultimi. Quanto ai primi, se n’è occupato definitivamente il Vangelo.

Vorrei un giornale in cui un giovane senza certezze nel futuro, costretto ad emigrare o a campare con la pensione dei nonni, ritrovi un sussulto per capire che l’ingiustizia da cui è colpito non è dovuta a sue incapacità o deficienze ma è u n’ingiustizia comune a tanti come lui che, proprio per questo, diventano suoi fratelli.

Vorrei un giornale che sia controcorrente senza farsene una superstizione, che ascolti e dica quello che gli sembra intelligente e giusto e utile, e che gli sembra detto in tono intelligente, appassionato e decente.

Io, penso lo si sappia, sono di sinistra ma vorrei un giornale in cui la sinistra non sia la premessa bensì il risultato quotidiano del confronto e dell’impegno. Per la premessa, basta e avanza quel «fondato da Antonio Gramsci», sopravvissuto a tante intemperie e oltraggi.

Vorrei un giornale che sappia far tesoro della rete, che è un enorme tesoro. La mia vista si è affievolita all’estremo ma il mio cervello cerca ancora nel web quegli sprazzi di verità che, nonostante la robaccia che lo invade, solo esso è capace di darci .

Avrò bisogno di un tempo per misurarmi con questa responsabilità. Ora ne ho quasi paura, ma sono fiducioso.

Confido nelle persone che mi affiancano, a cominciare da quella squadra che sotto la guida di Erasmo D’Angelis (che saluto e ringrazio) ha superato, con vero sacrificio, tutte le difficoltà ambientali e strumentali che hanno caratterizzato i primi mesi di lavoro. A questa squadra si aggiunge adesso il condirettore Andrea Romano, deputato, storico e giornalista, per fortuna mia e del giornale più giovane assai di me.

I mezzi che ho a disposizione non sono molti ma insieme alle vendite potranno crescere (parola dell’amministratore delegato). Naturalmente confido molto anche nei quasi quarant’anni passati al giornale e, soprattutto, nei tanti maestri che ho avuto, a cominciare dal caporedattore Carlo Ricchini senza la cui affettuosa presenza Bobo e Tango non sarebbero mai cresciuti su queste pagine. Dei tanti direttori che ho avuto, permettetemi di citarne uno: Emanuele Macaluso, che ha retto con grande saggezza le mie prime e ormai lontane “provocazioni” e che ancora oggi continua a sollecitarci con lucidità politica encomiabile. A lui dedico specialmente questo saluto, con la speranza di vederlo al più presto scrivere e leggere per noi.

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