Un errore banalizzare la mafia

Televisione
Il conduttore di "Porta a porta", Bruno Vespa, durante il lancio della puntata dove andr?? in onda l'intervista a Salvo Riina, figlio del boss della mafia siciliana Tot?? Riina, Roma, 06 aprile 2016.
ANSA/CLAUDIO PERI

Rai sotto attacco per l’intervista a Riina jr. I vertici convocati dall’Antimafia si difendono. Ma resta la narrazione intimistica di un boss spietato validata dalla grammatica del mezzo televisivo

Per antica consuetudine garantista tendo a non associarmi alle condanne preventive, a chiunque si riferiscano. Prima di esprimere la mia opinione sull’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina, il figlio del capo di Cosa Nostra, ho dunque atteso di vederla in onda. E dopo averla vista, penso che quell’intervista non andasse trasmessa. Vorrei sommessamente rammentare a Vespa che Salvo Riina non è solo il figlio di un mafioso, è egli stesso un mafioso. E su questo non gli ha rivolto alcuna domanda.

Per esempio avrebbe potuto chiedergli conto delle parole sprezzanti intercettate da una microspia alcuni anni fa, quando, passando davanti al monumento dedicato alla strage di Capaci diceva: «A ‘stu cosu ci appizzano ancora le corone di fiori» e parlava di quella strage come del momento in cui allo Stato avevano «fatto calare le corna». Siccome poi il contesto in tv è quasi tutto, il luogo dove si è svolta l’intervista di Vespa a Salvo Riina era del tutto inappropriato: un talk-show nel quale gli argomenti perdono la loro specifica consistenza (infatti si può parlare delle diete come delle stragi) per diventare oggetto del chiacchericcio universale dell’infoitment.

Risolvere tutto con la par condicio, dando la voce, in studio, a commento dell’intervista, a figli delle vittime della mafia, giornalisti esperti, esponenti dell’antiracket più che riequilibrare ha conferito a tutto un tratto grottesco, con un dibattito surreale che alla fine è approdato ai guai dell’Antimafia. Semplicemente pazzesco. Quanto alla puntata “riparatrice” che è andata in onda ieri sera, ecco le parole di Rosi Bindi, presidente della commissione Antimafia: «È un messaggio gravissimo perché sembra che ci possa essere par condicio fra la legalità e l’illegalità».

In secondo luogo, qual era la motivazione dell’intervista? Salvo Riina aveva qualcosa da raccontarci della sua vita da mafioso? Qualche rivelazione da fare? Qualche squarcio di verità da raccontare? Assolutamente no, si trattava di pura promozione editoriale. L’intervista, infatti, nasce dal fatto che Salvo Riina ha pubblicato un libro nel quale racconta la sua infanzia felice sulle ginocchia di papà Totò, ma non è affatto obbligatorio dare voce all’autore di cotanta fatica letteraria, tanto meno per il servizio pubblico che ha qualche dovere in più rispetto alla carta stampata e alla tv privata, tant’è che due coraggiose libraie catanesi, vittime del racket e aderenti all’associazione antiracket Addio Pizzo, hanno annunciato che la loro libreria non venderà il libro. Libro che, già dal titolo, si annuncia come la narrazione di una storia intima: “Riina Family Life”.

Una bella famiglia nel quale ogni sera il padre lavoratore torna a casa al calore del focolare: «Noi Riina siamo nati particolarmente differenti e ciò ci ha portato a una vita diversa, una vita piacevole», interrotta solo dall’arresto del padre che ha turbato tanta serenità familiare, racconta Salvo Riina, e a nulla valgono le domande sulle stragi, il tentativo di fargli prendere le distanze dal padre : «Non giudico», ha ripetuto come un disco rotto Riina jr. Mi piacerebbe capire cosa si aspettava Vespa: lo scoop di una dissociazione in diretta tv? Se fosse avvenuto, certamente l’intervista avrebbe avuto un senso. Così, invece, quella narrazione intimistica, – e questo è il fatto semanticamente più grave – è stata validata dalla grammatica del mezzo televisivo.

C’era bisogno di Salvo Riina a Porta a Porta per vedere il capo di una spietata organizzazione criminale, che ha ordinato stragi e omicidi, che ha lasciato figli senza genitori, genitori senza figli, mariti senza mogli, mogli senza mariti, fratelli senza fratelli, raccontato come un padre? No, basta aver visto il Padrino.

Del resto, ciò va detto per onestà intellettuale, a Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito, è capitato addirittura di essere trasformato, in altre arene televisive e da testate dell’antimafia più intransigente, in una specie di icona, la chiave che avrebbe consentito di conoscere i misteri più inconfessabili dei rapporti tra Stato e mafia, salvo poi scoprire che il suo “pentimento” era un modo come un altro per difendere i propri affari e per spargere falsità e veleni a piene mani su uomini delle istituzioni. Per il futuro sarà bene usare un peso e una misura.

Infine, ieri, la Commissione parlamentare Antimafia ha ascoltato i vertici Rai: «Non si è toccata la vera realtà di Cosa Nostra – ha detto Rosi Bindi – Riina ha negato l’esistenza della mafia lanciando messaggi inquietanti», «Nella storia della Rai non c’è nessun negazionismo. Lo dimostra la nostra informazione da decenni», si è difesa la presidente Monica Maggioni. Bindi chiede anche che la Rai devolva alle vittime della mafia i proventi pubblicitari della puntata e rivolge due domande ai vertici: la partecipazione di Riina «è stata gratuita o ci sono state spese?».

«Non sono stati fatti pagamenti. Le domande sono state fatte in libertà e la liberatoria è arrivata alla fine», ha chiarito il direttore generale Rai Antonio Campo Dall’Orto. Quanto alla decisione di trasmettere il programma «è stata delicata», ha detto. Il direttore editoriale Carlo Verdelli, ha ritenuto che l’intervista al figlio di Rina «potesse contribuire al dibattito sulla mafia». Ancora Bindi: «Avevamo chiesto alla Rai di rinunciare alla messa in onda dell’intervista. Perché siete andati avanti?».

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