Un difficile lavoro da fare: costruire partiti appropriati al nostro tempo

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Nel nostro tempo non c’è più spazio per una forma organizzativa che assomigli in alcun modo a quella dei vecchi partiti di massa perché le condizioni storiche di quelle quasi religioni laiche non ci sono più

Le discussioni sul doppio incarico di segretario e presidente del consiglio hanno una doppia valenza: da un lato ci sono coloro che in questo modo vogliono indebolire il primato del leader, renderlo meno unico ed esclusivo. In questo modo si pensa si possa rappresentare di più, essere appunto inclusivi come dicono Enrico Letta ma anche Dario Franceschini.

Dall’altro ci sono coloro che ritengono che il modo di stare nella società del partito democratico non sia adeguato al tempo che viviamo e che questo indebolisca proprio la forza del leader/premier. Questa preoccupazione va accolta con attenzione anche perché a suo sostegno vi sono diverse opinioni autorevoli di persone non schierate nella contesa politica interna al PD.

Tra tutte prendo quella di Massimo Salvadori che ancora qualche giorno fa su Repubblica ha sostenuto che “se non rinasceranno partiti organizzati ed educatori, se non si ricostituiranno élite politiche e leader degni di questo nome, la notte della democrazia, realisticamente intesa alla Schumpeter (e quale altra?), è destinata a oscurare le nostre società, come è già capitato tra le due guerre mondiali e oltre.”

Quindi va trovato un nuovo equilibrio per garantire da un lato meccanismi democratici interni al partito e unicità di indirizzo politico (che si sia al governo o all’opposizione) dall’altro un’efficace presenza nella società.

Molti si fermano a questa dichiarazione di principio ma non dicono cosa si dovrebbe e si potrebbe fare oggi. Come potrebbe essere oggi, qui in un’Italia tanto disomogenea, un “partito politico” adatto al tempo che viviamo. È un impegno grande che probabilmente dovrebbe durare per più di un ciclo elettorale e quindi potrebbe anche generare poco interesse da parte di un personale politico sempre più composto da “eletti” (preoccupati legittimamente della propria rielezione) e in una situazione di risorse economiche scarsissime. E qui emerge un problema molto particolare: la crisi dei partiti e della rappresentanza si è intrecciata in Italia con la vicenda dei finanziamenti ai partiti (degli intrecci malati tra spesa pubblica e malaffare).

Molti sembrano avere nostalgia dei partiti di un tempo e spesso del Pci elevato ad archetipo di quella “forma partito”. Questo accade soprattutto tra chi non lo frequentò e anzi lo combattè anche esageratamente proprio per le sue capacità “organizzative”. Capacità mitizzate ma soprattutto incomprese perché non erano figlie di una tecnica strumentale ma di una condizione culturale peculiare, qualcosa che ha fatto definire quell’appartenenza una religione laica.

Il punto di partenza credo debba essere proprio questo. Nel nostro tempo non c’è più spazio per una forma organizzativa che assomigli in alcun modo a quella dei vecchi partiti di massa perché le condizioni storiche di quelle quasi religioni laiche non ci sono più. Anzi, credo che spogliare l’impegno politico di ogni contenuto “fideistico”, laicizzare l’impegno politico, sia un passo avanti verso una maturità democratica ancora da conquistare. Certo, questo processo di laicizzazione contiene anche una grande sfida: come appassionarsi senza fanatismi, come generare passione civile che tenga insieme il locale e il globale, il parco sotto casa e i diritti civili, Malagrotta e Istanbul.

Ma coloro che oggi rimpiangono i partiti di una volta cosa pretenderebbero oggi dal partito? I desiderata ricorrenti mi pare si possano sintetizzare così:

  1. una forma di potere centralizzato che garantisca coerenza se non unicità di indirizzo politico,
  2. la capacità di intercettare più efficacemente le istanze sociali,
  3. un controllo efficace sulla qualità delle persone che le elezioni portano ad assumere incarichi di governo (per combattere l’opportunismo di chi fa del vivere di politica un mestiere cinico senza passione e senza moralità.

Oltre questo ai partiti (che diventa il Partito) ma alla politica in generale, si chiede di formare il cittadino e una comunità di valori condivisi. Sotto, ma neanche tanto sotto, si chiede ancora una funzione pedagogica, portare la coscienza, educare le masse, pascolare pecore. Una funzione normativa ortopedica, come la definisce Giovanni Orsina: raddrizzare le gambe alla società. Insomma la capacità di formare un gruppo di persone capaci di risolvere se non tutti molti dei problemi che le altre competenze specialistiche che agiscono nella società si limitano a denunciare senza trovare all’interno delle proprie comunità disciplinari una convergenza che permetta di sostenere “vera” una teoria o un paradigma.

Insomma alla politica e ai politici di turno si chiede di risolvere i problemi che nessuno riesce a risolvere. Infatti, se fossero di facile soluzione non diventerebbero problemi “politici”. La politica è vista ancora come vertice della piramide delle conoscenza e delle competenze, sintesi di tutti i saperi necessari alla polis, il demiurgo onnipotente. Non una delle diverse competenze necessarie a far funzionare una società che diventa sempre più complessa, abitata da specialismi sempre più verticali, fluidificata da flussi di informazioni sempre più pervasivi e abbandonata da grandi visioni unificanti che strutturano le gerarchie funzionali e le autorità. Diventata eterarchica e non più gerarchica.

Ma davvero si pensa che i partiti politici possano svolgere questo ruolo oggi? E che nella rimpianta Prima repubblica facessero questo? E davvero si pensa che possa esistere una tale forma di organizzazione della rappresentanza? E perché finora non sarebbe nata? Perché chi è attratto dalla politica lo è solo per approfittarne egoisticamente? Se fosse così è inutile perdere tempo meglio pensare a costruire una burocrazia statale in qualche modo controllabile.

Mi piacerebbe mettere al posto dei politici il commentatore di turno: da Scalfari a Sallusti, da Mauro a Fontana o De Bortoli, da Floris a Giannini. Sarebbe bello che i sostenitori del facts cheking simulassero cosa sarebbe successo in Italia seguendo le indicazioni degli “editoriali” di uno solo dei grandi quotidiani o di un talk show (figuriamoci poi se si fossero seguite le indicazioni di tutti insieme in una sorta di Grosse koalition degli editorialisti!). Il Palazzo è sempre più abitato da nuovi condomini che stanno usurpando il potere dei vecchi proprietari: i costruttori di opinione che proprio per questo vanno considerati un “potere forte” peraltro legittimato solo dalla audience o dalle vendite.

Ma tornando alla questione del potere centralizzato del Partito ritenuto insufficiente, appare incoerente che si critichi la leaderizzazione dei partiti e contemporaneamente si denunci la debolezza del leader nazionale nell’imporre cambiamenti di comportamenti o di candidature. Da un lato si vuole una forma organizzativa molto dipendente dal centro e dall’altro si esalta l’importanza dei legami con il territorio che non può che spezzettare visioni e richieste.

Ma il limite delle organizzazioni politiche italiane è quello di non formare al proprio interno personale di qualità o di non essere attrezzate a reclutare le risorse migliori che si formano nella società?

Si pensa davvero che i limiti delle classi dirigenti italiane dipendano dalla debolezza dei partiti o è vero forse il contrario che le classi dirigenti italiane sono deboli perché quello che accade nella società non le tempra, non le seleziona? I gruppi dirigenti italiani sono stati forti quando le condizioni che si vivevano le rendevano forti. In quella temperie le forme organizzative più aperte e attraenti hanno raccolto il personale presente nella società interessato alla polis, non viceversa. Le condizioni necessarie per formare gruppi dirigenti di qualità sono quindi almeno due: una società che sollecitando innovazione e iniziativa seleziona i migliori e organizzazioni capaci e interessate a reclutarli, a inserirli nel circuito politico amministrativo.

Pensiamo alla corruzione. Davvero la corruzione del ceto politico o degli amministratori dipende da una scarsa capacità di vigilanza dei partiti? Si pensa davvero che il partito politico possa avere questo potere di selezione ex ante o che lo abbia avuto nel passato? Quale forma di indagine sulle “vite degli altri” dovrebbe essere sviluppata dagli organismi di controllo? Un partito deve avere una propria “magistratura” interna o deve aprirsi in modo trasparente agli elettori agevolando la funzione di vigilanza e controllo di media e magistratura?

Per venire a qualche proposta.

Il punto di partenza è mettere a fuoco bene la funzione del partito. Al titanismo prometeico novecentesco preferisco un sano minimalismo. Alludendo ad altri linguaggi, al partito forte delle grandi narrazioni preferisco il partito debole del pragmatismo ironico di Rorty.

Ora, se la funzione non è quella di costruire l’uomo nuovo, l’embrione di società futura, la comunità che si fa stato, mi pare si debba partire dai fondamentali del funzionamento delle società democratiche moderne. Il partito politico prima di tutto deve servire a far funzionare le istituzioni democratiche rappresentative. Cioè prima di tutto deve organizzare la selezione del ceto politico, di quelle persone che per un periodo limitato diventano capi provvisori e temporanei delle amministrazioni in cui è organizzato il sistema democratico.

Reclutamento, formazione, selezione del ceto politico; ma anche verifica e regole come i limiti di ripetibilità dei mandati esecutivi che costringano al ricambio e impediscano il consolidamento di posizioni di rendita. Formazione non accademica ma sul campo, la cultura politica la devono formare le istituzioni preposte in totale autonomia, in primo luogo le Università e la politica deve guardare a questi luoghi come a un motore essenziale della propria riproduzione.

Ai partiti nelle diverse loro articolazioni incluse fondazioni e think tank spetta il compito di mettere in contatto lo studio, la ricerca, la produzione culturale con la produzione delle decisioni amministrative, la trasformazione di politics in policy.

Al centro della vita del partito politico deve essere quindi la presenza sul territorio per organizzare il momento essenziale della vita democratica: le elezioni di ogni ordine e grado. Ma questo significa anche far vivere, riempire di attività, il periodo che intercorre da un’elezione all’altra. Appunto per non ridursi in comitati elettorali necessariamente spinti a sostenere persone piuttosto che progetti collettivi.

Quindi partiti come rete di presenze, capacità di connessione con la società. Capacità di ascolto organizzato, strutturato, piuttosto che una cinghia di trasmissione che cerca di creare consenso a decisioni prese altrove. Una presenza diffusa che diventa occasione di emersione di nuove idee e nuove personalità animate da una giusta ambizione di voler contare e trovare la propria realizzazione nell’attività politica. Ma tanti anticorpi (a cominciare ad esempio dalla non eleggibilità a cariche esecutive dopo il secondo mandato) per evitare che il vivere per la politica venga schiacciato dal vivere di politica e il beruf, la professionalità, diventino mestiere burocratico impiegatizio, una funzione parastatale. E i politici di professione diventino mandarini di una carriera quasi sacerdotale, una burocrazia tecnocratica il cui obiettivo è esclusivamente quello della gestione.

Una rete di presenze e non un sistema di piramidi. Il partito del nostro tempo non può che essere una federazione di realtà autonome. Al “centro” del partito (federazioni per i circoli e direzione nazionale per le federazioni) non può che spettare il compito di trovare meccanismi di selezione e sistemi premianti. Una sorta di bollino blu sulla qualità politica dei diversi e autonomi centri di iniziativa. In questo caso ai livelli “centrali” spetterebbe una funzione di stimolo ma non di sovrapposizione ai livelli locali. Una funzione legittimata dal fornire “utilità” che rendono tutti più identificabili, efficaci, capaci di conquistare e manutenere consenso. E i livelli locali nella loro autonomia non devono aspettarsi dal centro (soprattutto Roma) indicazioni esecutive.

Un partito a rete non è un’organizzazione piramidale top down simile a una rete di distribuzione. Non può che essere un partito legato al territorio alle questioni che lì si sviluppano, alle scelte che lì si pongono. Il dibattito sulle scelte del governo nazionale non può assorbire tutte le attenzioni di coloro che frequentano il partito, militanti, iscritti o elettori che siano. Molte attenzioni vanno giustamente dedicate alla propria città o alla propria zona, al proprio sindaco, al comune, alle politiche regionali. Ma certamente all’organizzazione nazionale spetta il contrasto con le chiusure localistiche l’impegno nel far emergere la dimensione globale della soluzione anche dei problemi locali.

È l’idea di un partito arcipelago quella che è stata al centro della nascita del PD, un partito reclutatore delle esperienze più significative che si sviluppano nella società e cerniera tra società civile e istituzioni della rappresentanza democratica.

Un partito fondato sulle primarie perché si considera un’associazione di iscritti e di elettori. Un’organizzazione che svolge una funzione di monitoraggio, controllo, ascolto, interpretazione e trasformazione di istanze in politiche pubbliche. Un’organizzazione che recluta e promuove le pratiche migliori che si sviluppano nella propria realtà di riferimento e le mette in circolo, le allena alla pratica del discorso politico. Una forma di volontariato sociale dedicato alla polis!

Per essere il cardine efficace tra società e istituzioni un partito politico allora dovrebbe avere queste caratteristiche

  1. Una presenza organizzata a rete per garantire la realizzazione del momento fondativo della democrazia elezioni e selezione dei candidati (primarie)
  2. Una capacità diffusa e capillare nella società per ascoltare e interagire con i diversi livelli del governo e produrre politiche pubbliche accentando anche momenti di differenziazione e persino conflitto (qui l’autonomia tra partito e istituzioni)
  3. Una capacità di svolgere quella che una volta si definiva la “battaglia delle idee” per appassionare creando e ricreando la propria identità (come ci si distingue e ci si fa identificare).
  4. E poi definire e applicare regole e regolamenti interni che diano sostanza a una modalità di selezione del personale “aperta” a verifiche e controlli (dei cittadini, dei media e della magistratura) perché partiti (soprattutto) di governo si espongono sempre a infiltrazioni di persone attirate da pratiche illecite.

Non c’è nulla di scandaloso nel riconoscere che ruolo fondamentale del partito democratico si sia quello di organizzare la selezione dei candidati (le primarie), anzi, deve diventare elemento qualificante, appunto uno dei tratti che distinguono e permettono di identificare. E proprio per organizzare l’emersione di nuovi soggetti, di nuova leadership, di nuovo ceto politico all’altezza dei tempi, va qualificata una seconda funzione,  quella di affiancare l’attività dei rappresentanti eletti sia che siano al governo sia che siano all’opposizione. Realizzare al meglio queste due funzioni nel nostro tempo sarebbe già un grande risultato. Meglio meno ma meglio. Meglio delimitare e forse ridurre l’ambito di intervento dei partiti per qualificarne la funzione nella società.

Alcune di queste cose in questi sei anni di vita nel partito democratico sono state impostate ma a mio parere da Matteo Renzi, come segretario del PD (o dai suoi due vice), queste acquisizioni non sono state ancora aiutate a diventare cultura diffusa, elementi identitari della nuova formazione politica “partito democratico”. È una battaglia culturale che va ingaggiata e vinta. Ci sono molte e giustificate ragioni per le quali segretario e i suoi vice si sono soprattutto concentrati sul rapporto partito-governo ma l’organizzazione presente sul territorio non può né essere considerata come una cinghia di trasmissione delle attività di governo. Va spinta e sollecitata ad agire in coerenza e in autonomia.

Restano molti punti aperti sui quali riflettere. Due a me paiono urgenti: il primo è rapporto tra eletti ai vari livelli da un lato e federazioni e circoli dall’altro. Il secondo è il rapporto tra funzionari e cariche politiche.

Per il primo mi fermo a dire che tra circoli ed eletti (a tutti i livelli) va sviluppata una collaborazione competitiva: da un lato (circoli) ascolto e interpretazione dall’altro (gruppi elettivi) capacità autonoma di trasformazione delle istanze in politiche e verifica degli effetti. Per il secondo punto credo che sia maturo il momento perché nelle organizzazioni territoriali e nazionali vi siano degli “impiegati” con alte professionalità organizzative. Personale professionale scelto con selezioni meritocratiche, esposto a verifiche manageriali e al controllo di organismi che assomigliano molto ai consigli di amministrazione. Una carriera professionale del tutto separata da quella “elettiva”, come accade in altre organizzazioni della rappresentanza, in modo che il lavoro fatto nell’organizzazione non prefiguri una posizione di privilegio nella selezione delle cariche pubbliche. Ma su questo bisogna ragionare adeguatamente.

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